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Esteri
Gli effetti della Brexit sui Paesi dell’Est

Di Giuseppe Vatinno

La Brexit è stata ampiamente analizzata nei suoi effetti sui Paesi occidentali ma per nulla o quasi sui Paesi dell’Est facenti parte della Unione europea; se sui Paesi occidentali le preoccupazioni sono economiche su quelli orientali sono invece preminentemente di natura geopolitica; infatti, i Paesi ex comunisti rappresentano un baluardo verso l’impaziente orso sovietico che storicamente si aggira dalle foreste polacche al Mar Nero rumeno. Il caso più emblematico è quello della cattolica Polonia. Da sempre questa nazione è soggetta a due forze che premono da ovest e da est: la Germania e la Russia; addirittura all’inizio della seconda guerra mondiale, il 1 settembre 1939, fu invasa contemporaneamente da Hitler e da Stalin che cercavano rispettivamente una espansione ad est ed a ovest.

Con la Brexit, la Polonia (che è la sesta economia europea) si trova indebolita di un alleato storico e cioè quella Gran Bretagna che la protesse durante la seconda guerra mondiale e che ora rappresenta il principale baluardo difensivo contro le mire di Putin (vedasi la Crimea e la crisi ucraina); la Polonia, inoltre, è l’unico Paese ex sovietico di religione cattolica e questo è un altro attrito nei confronti dell’ortodossa Russia; non a caso proprio la Polonia, sotto la spinta dell’ex premier Jaroslaw Kaczynski del partito Diritto e Giustizia, ha chiesto le dimissioni del Presidente della Commissione Ue Juncker.

Anzi, in questi giorni, dal Vaticano è trapelata preoccupazione per le sorti polacche e per il delicato riassestamento delle forze in campo; la Polonia, oltre che alla Ue, guarda da sempre con interesse agli Usa che ricambiano con la possibilità di controllare con scudi difensivi il territorio ex sovietico. Altresì la fuoriuscita della Gran Bretagna rende più debole l’area balcanica –cosa notata da Papa Francesco- con il rischio di innescare nuove spinte nazionaliste multietniche e multireligiose. Già prima della Brexit i Paesi dell’Est avevano alzato la voce sui temi dell’immigrazione, guidati da quella Ungheria di Orban, che ha costruito muri per evitare i migranti e pare finito il periodo d’oro dell’espansione ad Est quando dal 2004 al 2008 furono ammessi sette Paesi del blocco ex – sovietico. In questa ottica la decisione della corte costituzionale di far ripetere il ballottaggio in Austria per le presidenziali è fonte, per gli analisti e per il Vaticano, di ulteriore preoccupazione per la possibile vittoria di forze nazionaliste che del resto paiono in grande crescita ovunque ed a breve si voterà in Francia e Olanda, le due nazioni che bocciarono il referendum sulla costituzione europea del 2005.

Un altro fattore di possibile instabilità è poi la vittoria di Trump nelle presidenziali Usa che aprirebbe un periodo di scarso impegno americano sullo scacchiere internazionale in generale e in Europa in particolare con relativo aggravio degli oneri per la difesa. Il quadro è dunque assai complesso considerando anche che la famosa crisi del 2008 è passata solo nei dati stampati dalle istituzioni europee e nazionali ma non lo è affatto nella vita reale delle persone disoccupate e demotivate. Forse i vari Severgnini e grilli parlanti vari farebbero bene ad occuparsi un po’ di meno dell’elitario inglese degli studenti Erasmus e un po’ di più delle pessime condizioni della gente “normale” la cui disillusione va ad ingrossare le fila dei movimenti populisti.

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