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Esteri

Di Gianni Pardo

Olli Rehn, il vice Presidente della Commissione Europea, ha detto che nell'autunno del 2011 l'Italia era in pericolo, perché Silvio Berlusconi non aveva mantenuto gli impegni presi con l'Europa. Poi divenne Presidente del Consiglio Mario Monti, l'Italia si stabilizzò, come anche la Spagna, e oggi tutta l'Europa sembra fuori pericolo. Secondo lui sarebbe desiderabile che l'Italia non cambi rotta (del resto lo stesso Rehn qualche giorno fa aveva detto che "il nuovo governo ha la strada segnata") e tenga Berlusconi lontano da Palazzo Chigi. La sinistra ha applaudito, i giornali hanno esultato, il Pdl si è difeso male, parlando di indebita ingerenza e in una parola hanno sbagliato tutti. Ma per dimostrarlo bisogna riprendere i fatti del recente passato. A costo di ripetere per l'ennesima volta gli stessi concetti, ricordiamo che la famosa "lettera" dell'Europa richiedeva all'Italia l'austerità e insieme le riforme. Berlusconi, piuttosto che attuarla, preferì dimettersi, senza nemmeno avere ricevuto un voto di sfiducia in Parlamento. In questa follia ci fu del metodo, come avrebbe detto Polonio. Infatti, se fosse riuscito a imporre tutte le tasse che ha imposto Monti, ammesso che non lo bocciassero in Parlamento, oggi sarebbe stramaledetto perfino dalle statue. Anche perché la salvezza dell'Italia, di cui tanto parla Monti, è nel futuro, mentre la recessione è nel presente.
Per quanto riguarda le riforme richieste, il Cavaliere sapeva benissimo che era impossibile farle passare, e la prova ce l'ha data il governo Monti che, pur sostenuto dall'80% dei parlamentari, è riuscito solo a cambiare solo le pensioni. Qualcosa che ha fatto - fruendo dell'effetto sorpresa - nelle prime settimane di governo. Poi, arrivato all'art.18 dello Statuto dei Lavoratori, dopo mille boati e tremori, la montagna ha partorito un topolino macilento. E s'è smesso di parlare di riforme.

Naturalmente nessuno accusa il governo Monti di non avere applicato questa parte della "lettera" dell'Europa, e non lo fa Olli Rehn: ma possiamo essere sicuri che ci sarebbe stato questo silenzio, se al governo ci fosse stato Berlusconi? Le urla e le minacce avrebbero raggiunto l'alto dei cieli. La sintesi più pacata, più semplice e purtroppo veritiera sarebbe stata: "Ci ha caricati di tasse come non mai, non ha attuato nessuna riforma, e ci ha precipitati in una gravissima recessione. Vorrebbe essere rieletto? Meriterebbe la forca, non Palazzo Chigi". Ecco perché il Pdl non ha saputo cogliere il valore elettorale delle dichiarazioni di Rehn. Se è vero che era impossibile porre in atto le richieste dell'Europa; se è vero che di esse, con una Grosse Koalition, si poteva solo aumentare la pressione fiscale; se è vero che malgrado queste dolorose misure l'Italia è in gravissima recessione; da un lato risulta chiaro che quelle richieste erano sbagliate, dall'altro che Silvio Berlusconi, rifiutandosi di attuarle personalmente, ed essendo disposto a sostenere un governo di tecnici che attuasse le riforme, si è dimostrato un patriota. Lui ha dimostrato di amare l'Italia più della poltrona di Primo Ministro, mentre Mario Monti e Olli Rehn hanno fatto gli interessi di Bruxelles, non di Roma, e per questo si lodano vicendevolmente.

La risposta a Rehn e ai media italiani avrebbe dovuto essere condensata in queste sessanta parole: "Le misure fiscali richieste erano nocive e le riforme inattuabili, come si è visto; Berlusconi non era, come Monti, sostenuto anche dal centrosinistra e si è fatto da parte nella speranza che altri fosse capace di compiere il miracolo. Ma il miracolo non s'è avuto. Oggi accoglie la critica di Rehn come una medaglia. Lui aveva visto giusto, gli altri no". Naturalmente, lasciando da parte la campagna elettorale (cui anche Olli Rehn ha improvvidamente partecipato, con troppa superficialità) bisogna dire che non si sa quale politica economica alternativa si sarebbe potuto adottare, al posto di quella suggerita da Bruxelles, per non dire da Berlino, e quali risultati si sarebbero ottenuti. Ma da un lato non si è affatto al riparo da un'altra e magari definitiva parossistica crisi borsistica, dal momento che i "fondamentali" non sono cambiati (in primo luogo il nostro debito pubblico, che continua ad aumentare), dall'altro i provvedimenti adottati, invece di innescare una ripresa economica e un'uscita dalla crisi, ci hanno precipitati in una terribile recessione. Quando il malato non sembra avere speranza di guarigione, i medici farebbero bene a non essere altezzosi e a non vantare troppo le terapie adottate. Secondo Rehn, "il nuovo governo ha la strada segnata". Non vorremmo che, seguendo le direttive europee, poi fossimo costretti a dire: "l'Italia tutta ha la strada segnata". Verso il disastro.

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