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Esteri
Isis, jihadisti, curdi, pughe di Erdogan: ecco perché la Turchia è un inferno

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12 gennaio 2016: 12 turisti uccisi da un kamikaze in centro città. 19 marzo 2016: kamikaze si fa esplodere nella zona commerciale. 7 giugno 2016: autobomba contro la polizia nella zona del gran bazar. 28 giugno: attentato all'aeroporto internazionale. 6 ottobre: bomba esplode davanti a un commissariato di polizia. 10 dicembre: attacco contro la polizia dopo una partita di calcio del Besiktas. 31 dicembre: massacro al Reina Club nella notte di Capodanno. Sono queste le date che sanciscono la discesa agli inferi della Turchia. E si tratta solo degli attentati verificatisi a Istanbul. La lista completa degli attacchi subiti dall'intero paese sarebbe troppo lunga e comprenderebbe anche gli ultimi due episodi: l'omicidio dell'ambasciatore russo ad Ankara il 19 dicembre e l'attacco davanti al tribunale di Smirne del 5 gennaio.

TURCHIA, IN UN ANNO DAI SOGNI DI GRANDEZZA ALL'INCUBO

Dai sogni di grandezza neo ottomani alla devastazione di un paese nel quale nessuno sa più di chi fidarsi e da chi, invece, deve guardarsi le spalle. Ogni data un attentato. Ogni attentato un pezzo di sicurezza tolto ai cittadini turchi e un passo in direzione opposta da un Occidente sempre più spaventato da quanto accade in quella che da sempre è considerata la porta verso l'Europa. E purtroppo, secondo diversi analisti e svariate fonti raccolte da Affaritaliani.it a Istanbul, il futuro preoccupa ancora di più. Ecco come e perché la Turchia è diventata uno dei paesi più turbolenti al mondo.

IL TACITO ACCORDO CON L'ISIS

Fino a qualche tempo fa Erdogan era considerato il "campione dell'Islam sunnita". Cavalcando l'onda delle primavere arabe del 2011 Erdogan aveva alimentato l'opposizione a Bashir el Assad, foraggiando i gruppi ribelli in Siria. Ankara non è andata troppo per il sottile, sostenendo indirettamente gli insorti, compresi i gruppi jihadisti. Compreso il sedicente Stato Islamico, l'Isis. La Turchia ha chiuso un occhio sul transito di migliaia di foreign fighters provenienti dall'Europa e diretti in Siria, così come ha chiuso un occhio sui movimenti dei jihadisti al di là o al di qua del confine. La preoccupazione principale era qualle di destabilizzare il regime di Assad e allo stesso tempo creare problemi al fronte sciita supportato da Russia e Iran. E pazienza se nel frattempo si ingrossavano le tasche dei movimenti jihadisti. Sono in tanti coloro i quali hanno evidenziato come la Turchia abbia favorito il transito di armi e guerrieri. Ankara avrebbe anche concluso favorito economicamente i gruppi jihadisti con l'acquisto di petrolio delle milizie. E in tutto ciò vigeva una sorta di tacito patto di non belligeranza che avrebbe portato a un rispetto dei confini e degli interessi comuni.

IL CAMBIO DI CAMPO DI ERDOGAN

Tutto ciò finisce nella prima parte del 2016. Subito dopo l'abbattimento di un jet russo da parte dei turchi, infatti, Erdogan, per convinzione o per necessità, cambia schieramento. La tensione con la Russia si scioglie e si verifica uno storico riavvicinamento che pone per la prima volta Ankara dalla parte della coalizione a trazione sciita. La Turchia comincia a combattere i jihadisti non solo a parole ma anche con i fatti. Ad agosto invade la Siria riprendendosi la città di Jarablus e si schiera apertamente al fianco di Russia e Iran e dunque di Assad. E' un ribaltone clamoroso causato anche da motivi di opportunità. Erdogan ha bisogno di contenere i curdi che stanno cercando di riunire i propri territori passando per il Nord della Siria. Erdogan appoggia Russia e Iran ottenendo in cambio mano libera con i curdi, alla faccia di Stati Uniti e Nato. 

LA DICHIARAZIONE DI GUERRA DELLO STATO ISLAMICO

Il cambio di campo di Ankara è vissuto dai jihadisti come un vero e proprio tradimento. Dopo anni di taciti accordi si sono all'improvviso sentiti abbandonati. Non è un caso che il Califfato esorti i propri soldati a colpire ripetutamente in Turchia. Anzi, più che un invito si tratta di un ordine, continuo e incessante. Il numero di settembre della rivista Rumiyah contiene un lunghissimo articolo che apostrofa pià volte Erdogan e i turchi come "traditori" e "schiavi dei crociati". Lo stesso al Baghdadi, nel suo ultimo intervento video, ordina di colpire in Turchia. E ciò sta, purtroppo, avvenendo. E la differenza rispetto a quanto accade in Europa è che in Turchia lo Stato Islamico può contare su fortissimi appoggi logistici e una presa quasi geografica diretta.

JIHADISTI ED ESTREMISTI IN CASA

In Europa Anis Amri, godendo certamente di qualche appoggio e complice, si mette alla guida di un camion e colpisce innocenti a un mercatino di Natale a Berlino. A Istanbul o ad Ankara, però, la capacità di organizzazione e realizzazione di attentati da parte dei gruppi terroristici è di livello ancora maggiore. La vicinanza geografica e la presenza di innumerevoli cellule jihadiste facilita il compito e lascia preludere, secondo diverse fonti, a una possibile azione terroristica continuativa sul territorio turco anche nei prossimi mesi. Il problema è che l'islamizzazione perseguita da Erdogan ha portato a conseguenze inaspettate dal governo turco. La radicalizzazione è un dato di fatto. Il baricentro della società turca si è spostato negli ultimi anni e ora nessuno sa più a chi sta parlando. La presenza di estremisti nelle forze dell'ordine e di sicurezza è una semplice deduzione percentuale, nonché un dato di fatto. Il risultato è che il funzionamento dell'apparato di sicurezza è più che difficoltoso. Le tensioni interne e sociali sono fortissime e nessuno sa di chi può fidarsi. Senza contare il malcontento di molti sunniti turchi sull'atteggiamento turco in Siria. Un esempio inquietante di tutti questi elementi è l'uccisione dell'ambasciatore russo ad Ankara. 

LA QUESTIONE CURDA

I nemici di Ankara sono tanti. Non c'è solo l'Isis, ci sono anche i curdi. E' a loro che Erdogan ha sempre pensato. Le sue mosse sulla Siria sono motivate dal desiderio di contenerne l'espansione che minacciava di realizzare lo storico obiettivo curdo di riunire i territori del Rojava. Erdogan ha stretto di molto le maglie sui curdi, con centinaia e centinaia di arresti nel Sud Est del paese. I curdi, da parte loro, hanno realizzato decine di attentati in tutto il paese, principalmente contro le forze di polizia. E il caos non accenna a diminuire. Il Nord della Siria, comunque vada a finire la guerra civile tra Bashad e i ribelli, sarà ancora a lungo un campo di battaglia.

I GULENISTI E LE PURGHE DI ERDOGAN

La situazione non è certo migliorata dopo il tentato golpe dello scorso luglio. La risposta di Erdogan è stata spietata. Gli arresti sono migliaia, in tutti i settori chiave, dall'informazione all'istruzione fino alla giustizia. La riforma costituzionale potrebbe mantenere al potere Erdogan al potere fino al 2029, mentre l'opposizione viene messa a tacere. Tra i diversi nemici individuati da Erdogan c'è sicuramente al primo posto Fetullah Gulen, ex amico ora "esiliato" negli Stati Uniti che avrebbe organizzato il golpe fallito lo scorso luglio. Lo spauracchio di Gulen viene agitato molto spesso, è avvenuto anche per l'uccisione dell'ambasciatore russo.

EUROPA E USA SEMPRE PIU' LONTANI

Il risultato di tutti questi elementi è un paese che si sente sempre più insicuro e incerto sul proprio futuro. Le mosse di Erdogan hanno allontanato la Turchia dall'Occidente. L'Europa, dopo aver concluso un più che discutibile accordo che impone alla Turchia di trattanere i migranti provenienti dal Medio Oriente sul proprio territorio in cambio di un mega assegno da 6 miliardi, è spaventata da quanto accade sul Bosforo. E l'alleanza con Putin potrebbe allontanare sempre di più Ankara dalla Nato e dagli Usa. Istanbul, fino a poco tempo fa meta privilegiata e obbligata per milioni di turisti, è ormai considerata una città ad alto rischio. I giovani turchi sognano di emigrare. E le fiamme brillano sempre più alte.

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isis jihadisti curdiisis erdogan
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