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Esteri

Eugenio Dacrema, ricercatore dell'Ispi

Mentre la maggior parte dei media internazionali è focalizzata su altre gravi crisi come il Mali e la Siria – senza contare le difficili transizioni in Egitto e Tunisia – fuori dai riflettori l’Iraq sta lentamente scivolando verso scenari potenzialmente esplosivi, che non escludono conflitti settari e la divisione del paese.

Dalla fine del 2012 sia la minoranza sunnita sia quella curda hanno fatto ulteriori passi verso l’allontanamento dal potere centrale di Baghdad, mettendo a nudo in maniera evidente la debolezza del governo di Maliki, sempre più isolato sia a livello interno sia a livello internazionale.

Da fine dicembre nuove massicce manifestazioni sono scoppiate nelle zone sunnite del paese, portando a scontri spesso mortali con le forze di sicurezza. La scintilla è stata determinata dal mandato d’arresto voluto dal premier Nouri al-Maliki per l’ex ministro delle finanze – e noto leader sunnita – Rafi al-Issawi. La persecuzione di figure di spicco del panorama politico sunnita non è una novità, e ha nella condanna a morte in contumacia dell’ex vice premier Tariq al-Hashimi il suo pre-cedente più eclatante. La popolazione, scesa nelle strade a più riprese in grandi manifestazioni – l’ultima venerdì scorso terminata in violenti scontri con la polizia e l’uccisione di 7 manifestanti – chiede la liberazione dei prigionieri, fra cui centinaia di donne, detenuti con accuse di terrorismo secondo una legge che i sunniti iracheni ritengono disegnata per colpire soprattutto i membri della loro comunità.  

L’atteggiamento del governo centrale sta portando progressivamente la minoranza sunnita del paese a uno stato di alienazione rispetto all’assetto istituzionale del nuovo Iraq. Ancora più grave, ciò fa perdere appoggio ai leader sunniti moderati – evidentemente impotenti rispetto allo strapotere sciita nel governo – e rischia di aumentare la popolarità di forze sunnite estremiste o portatrici di istanze indipendentiste, se non addirittura secessioniste. Forse non a caso, gli ultimi mesi hanno visto una recrudescenza degli attacchi terroristici qaedisti nel paese, di cui l’ultimo in una moschea sciita a Tuz Khurmatu costato la vita a 42 persone.

Non sono migliori i rapporti tra il governo centrale di Baghdad e il Governo regionale curdo (Grc) nel nord del paese.

È ormai da considerarsi fallito l’accordo del 13 settembre scorso, raggiunto dal governo iracheno e quello della regione autonoma curda al culmine delle tensioni – arrivate molto vicine a veri e propri scontri armati – riguardanti i confini della regione curda e i diritti di vendita delle risorse petrolifere in essa presenti. L’accordo prevedeva lo scongelamento dei pagamenti destinati al Grc in cambio della ripresa delle estrazioni nella regione curda attraverso l’oleodotto controllato dal governo di Baghdad che da Kirkuk arriva fino al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo. In primo luogo, il Grc rivendica il diritto di poter vendere autonomamente le proprie risorse petrolifere e di firmare contratti di sfruttamento indipendentemente dall’autorizzazione del governo centrale. In particolare la compagnia turca Genel e la norvegese DNO hanno avuto notevoli problemi nell’ottenere i paga-menti dovuti per le proprie estrazioni nella regione curda dal governo di Baghdad. La situazione ha portato al congelamento della seconda tranche dei pagamenti dovuti al Grc e al blocco dell’oleodotto di Kirkuk. Le autorità curde hanno così deciso di alzare nuovamente il livello dello scontro con Baghdad autorizzando la Genel a trasportare su ruota il petrolio verso la Turchia, aprendo di fatto all’esportazione totalmente autonoma di petrolio da parte del Grc.

Intanto al livello nazionale la situazione di stallo raggiunta con le autorità del Grc impedisce l’approvazione della molto attesa legge che dovrebbe regolare la gestione dello sfruttamento delle ingenti risorse petrolifere irachene. La mancanza di regolamenti chiari e di una strategia a lungo termine ha causato numerosi problemi e rallentamenti nello sviluppo delle concessioni. Oltre a una burocrazia spesso completamente inefficiente e distorta da una dilagante corruzione, negli ultimi mesi le compagnie operanti in Iraq hanno dovuto sobbarcarsi di pesanti investimenti in sicurezza per proteggere personale e materiali in un paese reso sempre più instabile dalla violenza settaria. Il governo di Baghdad ha dovuto in alcuni casi rivedere al rialzo i contratti stipulati per le concessioni, specialmente dopo che la ExxonMobil ha messo in vendita la quota da lei posseduta del giacimento West Qurna 1 nel sud dell’Iraq. La Exxon era stata messa dal governo Maliki di fronte all’aut aut nella scelta tra le concessioni stipulate col governo iracheno centrale e quelle stipulate con le autorità curde per lo sfruttamento dei giacimenti nella zona autonoma. La scelta di ExxonMobil a favore del Kurdistan iracheno ha rivelato la profonda frustrazione delle aziende operanti nel paese che stanno perdendo progressivamente entusiasmo per quello che, se ben amministrato, potenzialmente potrebbe diventare entro il 2030 il secondo esportatore di petrolio al mondo dopo l’Arabia Saudita (portando la propria produzione dagli attuali 3,2 milioni di barili al giorno a 9 milioni).

Gli ultimi gravi sviluppi hanno però suscitato la reazione anche di alcuni leader sciiti, sempre più insofferenti verso l’escalation delle divisioni settarie causate dalla politica di Maliki. Muqtada al-Sadr, leader molto popolare sin dai primi tempi dell’occupazione americana, ha apertamente accusato il premier di essere la causa delle violenze avvenute nelle regioni sunnite, e perfino il Gran Ayatollah Sistani, vertice religioso dello sciismo iracheno, si è scomodato per esprimere la sua disap-provazione per la condotta del governo.

Molti osservatori sperano nella formazione di una nuova coalizione trasversale che raccolga l’adesione di forze politiche provenienti dai diversi gruppi religiosi intorno a un altro leader sciita – forse allo stesso Muqtada al-Sadr – più aperto alla cooperazione.

L’isolamento di Maliki nel frattempo lo sta portando sempre di più a spostarsi su posizioni vicine all’Iran, unico dei vicini con il quale ha tuttora buone relazioni e che, tra le altre cose, gli permettono di godere ancora di un buon appoggio fra la maggioranza sciita. Questo però lo ha anche portato ad alienarsi alcuni potenti vicini come l’Arabia Saudita, potenza leader del campo sunnita e acerrima avversaria dell’Iran, e della Turchia, la quale ha approfittato della debolezza del governo centrale iracheno per tessere relazioni privilegiate con il Kurdistan iracheno diventandone una sorta di protettore.

In un importante articolo uscito su Foreign Affairs il 23 gennaio Emma Sky della Yale University ha denunciato soprattutto l’assenza di una politica statunitense efficace, in grado di aiutare l’Iraq a uscire da una situazione potenzialmente esplosiva. L’Iraq non è ancora “politicamente autosufficiente”. Soprattutto dopo il grave malore che ha posto temporaneamente fuori dalla scena il presi-dente della Repubblica Jalal Talabani, il paese soffre una cronica mancanza di figure autorevoli che possano giocare il ruolo di mediatori tra le diverse anime etniche e religiose del paese. Inoltre, gli attori regionali – Arabia Saudita, Iran e Turchia – sembrano aggiungere benzina al fuoco della settarizzazione e delle divisioni.

Secondo l’esperta della Yale, dopo aver condotto con successo il ritiro delle truppe statunitensi nel 2011, Barack Obama dovrebbe prendere in considerazione una politica irachena diversa dalla semplice conservazione dello status quo e di una stabilità minima. Dopo la lunga permanenza in Iraq, gli Usa sono l’unica grande potenza a possedere i contatti e la conoscenza del paese necessari per potersi porre nel delicato ruolo di broker. L’Iraq è diventato un anello fondamentale dell’“arco sciita” guidato dall’Iran anche per le negligenze di Washington, che ha riposto il paese in fondo alla propria agenda internazionale dopo averci investito così tanto. Una politica più proattiva da parte della super potenza che, nel bene e nel male, ha avuto e ha ancora molta influenza negli affari interni iracheni potrebbe aiutare il paese a uscire dallo stallo e a incamminarsi verso una progressiva “desettarizzazione” del discorso politico.
 

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