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Giovedì pomeriggio il leader della ribellione curda, detenuto in carcere, Abdullah Ocalan, ha chiesto ai suoi militanti di "far tacere le armi e di lasciar parlare le idee". In un messaggio letto da deputati curdi in curdo e in turco davanti a centinaia di migliaia di persone riunite a Diyabakir per festeggiare Nevruz, il capodanno curdo, Ocalan ha affermato che "oggi è il tempo della politica, non delle armi".

L'annuncio del cessate il fuoco è solo il primo passo verso la pace. Gli osservatori sottolineano che solo il ritiro dei circa 3.500 guerriglieri del Pkk dalla Turchia verso il nord Iraq rappresenterebbe la concreta fine delle ostilità. Il ritiro sarà più importante, e anche più difficile da realizzare, del cessate il fuoco, nei fatti già iniziato con la stagione invernale. Ocalan e i leader dei Pkk rifugiati sulle inaccessibili montagne nel nord Iraq hanno chiesto che il ritiro venga osservato da una commissione parlamentare. Secondo le indiscrezioni, le operazioni potrebbero compiersi quest'estate, per terminare tra luglio e agosto.
 

PKK, DA 30 ANNI SPINA NEL FIANCO DI ANKARA

Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) è una spina nel fianco per tutti i governi turchi che si sono succeduti da più di 30 anni. Solo nelle ultime settimane i servizi segreti di Ankara hanno avviato contatti con Abdullah Ocalan, leader del Pkk in carcere dal 1999, con l'obiettivo di disarmare il gruppo e mettere fine al terrorismo e alla guerriglia nel sud-est del Paese. La lotta armata curda iniziò nel 1984 con l'obiettivo di conquistare l'indipendenza del Kurdistan, e ha causato più di 40.000 morti, in maggioranza curdi, e migliaia di sfollati nelle zone a maggioranza curda della Turchia.

Dopo la fine degli anni '90, i più sanguinosi, il Pkk ha modificato le sue rivendicazioni, chiedendo una forte autonomia e un'amnistia per migliaia di prigionieri, oltre alla possibilità di partecipare alla vita politica del Paese. Nel 1999 Ocalan fu arrestato in Kenya dopo diversi anni di esilio in Siria. Condannato a morte, il capo del Pkk si vide commutare la pena nell'ergastolo, che sta scontando in regime di isolamento in un carcere sull'isola di Imrali. Nella sua prima apparizione davanti ai giudici, Ocalan chiese perdono alle famiglie delle vittime ed esortò il Pkk a deporre le armi. Dopo la cattura di "Apo" il partito, considerato da Usa e Ue un'organizzazione terroristica, dichiarò un cessate il fuoco unilaterale. Ma gli attacchi alle istituzioni di Ankara sono ripresi nel 2004 e si sono intensificati negli ultimi anni. Oggi il capo militare del Pkk è Murat Karayilan: si nasconde tra i monti Kandil, nel Kurdistan iracheno, una zona quasi quotidianamente presa di mira dall'aviazione di Ankara.

Non è ancora chiara la contropartita che Ankara è disposta a concedere alla ribellione curda per chiudere una guerra che ha fatto 40mila morti dal 1984 a oggi. Erdogan ha escluso qualunque tipo di amnistia nei confronti di chi si è macchiato di delitti di sangue, tuttavia sono migliaia i militanti e gli amministratori locali in carcere con l'accusa di terrorismo per aver espresso il loro sostegno al Pkk. E' arrivato da poco in Parlamento un progetto di riforma della giustizia che modifica il reato di propaganda terroristica in senso più garantista, secondo quanto chiesto a gran voce dal Consiglio d'Europa, ma delude la aspettative dei curdi per la scarcerazione di migliaia di simpatizzanti della causa indipendentista. L'Akp non ha però escluso modifiche al testo di legge che permettano l'uscita dal carcere di tutti gli attivisti non coinvolti in azioni violente. C'è poi la nuova bozza di Costituzione all'esame della commissione parlamentare di conciliazione che potrebbe essere emendata con una nuova definizione di cittadinanza che tenga conto delle minoranze e ne protegga l'autonomia.

Se Erdogan riuscisse a consolidare la pace con i separatisti curdi metterebbe non solo a segno una vittoria personale e del suo partito, ma anche un evento storico per il Paese. La Turchia è ormai entrata a buon diritto nei famigerati Brics, quei paesi che grazie ad una crescita economica sostenuta stanno diventando delle potenze globali. Chiuso il capitolo 'terrorismo turco' Ankara si potrà concentrare sul dare nuovo slancio alla crescita economica colpita dalla crisi internazionale e puntare sull'export che è già il fiore all'occhiello del Paese. Erdogan dovrà poi sciogliere il nodo della Siria che insieme all'Iraq rappresenta il vicino scomodo che rischia di destabilizzare l'intera regione. La Turchia ospita già migliaia di profughi dei due Paesi e nei mesi passati ha cercato di mediare un cessate il fuoco tra il regime di Bashar al Assad e i gruppi di combattenti.

 

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