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Esteri

Gianpaolo Calchi Novati, ricercatore dell'Ispi

Troppi protagonisti o comprimari, troppe condizioni, troppi bilanciamenti. Già a ottobre quando si è discusso all’Onu di Mali la Francia aveva mostrato di non gradire le lungaggini e il multilateralismo. Un ritorno alla Françafrique e al pré carré? Il progetto di Hollande è più complesso. Il nuovo presidente socialista non ha in mente il gollismo, se mai Mitterrand. Pensa che sia venuto il momento di dare il via al secondo tempo del discorso di La Baule in cui il primo presidente socialista della Quinta Repubblica aveva strattonato i governi francofoni chiedendo loro di mettersi al passo il più presto possibile con le regole dello Stato di diritto e del mercato globalizzato. Hollande è in assoluto il leader francese con meno radici in Africa nella storia della Quarta e della Quinta Repubblica. Ha persino chiuso la cellula africana dell’Eliseo. Ma Hollande ha l’ambizione di trasformare questo handicap in un atout: non ha clienti da soddisfare con il rischio di farsi frenare, ma se mai classi dirigenti in sonno da incoraggiare a venire alla ribalta perché Parigi punta su di loro. È probabile che qualche spunto gli sia venuto dallo slancio dei nuovi presidenti di Senegal e Niger. Quanto a Ouattara, non si accontenta sicuramente della lista d’attesa ma in Costa d’Avorio il marchio di Sarkozy potrebbe risultare meno facile da rimuovere.

La minaccia jihadista con qualche chilometro in più o in meno di avanzata dei ribelli verso Mopti e Bamako non è un mero pretesto. A differenza di Libia e Siria, in Mali i ribelli a parole non li difende nessuno. Il controllo del territorio e la sconfitta dell’islamismo fondamentalista rimangono obiettivi primari. Ma altrettanto essenziale è una bella ripulita del profilo dei governi e delle forze armate che chiedono o accettano l’aiuto dell’Occidente per debellare al-Qaida e i movimenti collegati. Potrebbe essere qui la novità e la ragione del colpo di gong che Hollande ha suonato rompendo gli indugi e creando un primo fatto compiuto. L’intervento impostato dall’Ecowas, dall’Unione africana e dall’Onu si farà ma alle sue condizioni e sotto la sua leadership. La Francia prima o poi si farà assistere dalla tecnologia americana e dai soldati africani. Non dispone dei mezzi sofisticati degli Stati Uniti e il body count, dopo aver addirittura escluso (sia Hollande che il ministro degli Esteri Fabius) l’impiego dell’esercito sul terreno, non deve risultare insopportabile in patria. Intanto però sull’intera operazione sventola il tricolore, con Gao come prima meta.

La Francia ha bisogno di rinnovare il personale politico nel suo ex-impero dell’Africa occidentale. Le mosse d’avvicinamento all’attacco in Mali sono state la conferenza della francofonia a Kinshasa in ottobre e la visita ad Algeri in dicembre. Guardando negli occhi Kabila, dopo averlo lasciato un bel po’ sulla corda non confermando la sua partecipazione, il presidente francese ha parlato chiaro su democrazia, lavoro e corruzione e non ha esitato a incontrare Tshisekedi, oppositore a vita, prima con Mobutu e adesso con Kabila. Ad Algeri, parlando con Bouteflika, il socialista Hollande si è assunto la responsabilità per le colpe della Francia nella guerra e soprattutto per l’eccidio di sostenitori del Fln a Parigi nel 1961, impunito nonostante la targa sulla spalletta della Senna in fondo a boulevard St. Jacques voluta dal sindaco Delanoë. L’Algeria non chiede scusa per il passato ma pretende rispetto e parità. Bouteflika potrebbe essersi ritenuto soddisfatto. L’Algeria non partecipa all’operazione ma avrebbe permesso il sorvolo del suo territorio ai bombardieri francesi e si sarebbe impegnata a blindare la frontiera meridionale in uscita e in entrata. Le condizioni per un intervento erano riunite e la Francia ha agito al primo segnale di pericolo.

Al di là del Mali, la Francia potrebbe tendere a un rimaneggiamento di più ampio respiro, paragonabile a quello che si è realizzato fra anni Ottanta e Novanta nel Corno e nella regione dei Grandi Laghi: mobilitazione popolare e nuova generazione di politici. Nei Laghi i governi postcoloniali si sono schierati con gli Stati Uniti mettendo da parte le ex-potenze coloniali (con qualche smacco anche per la Francia, in Ruanda per esempio). La novità è la forza (il nerbo o il limite dell’Occidente) non per difendere lo status quo ma per promuovere il cambiamento. Hollande è alla ricerca di un suo Museveni? La scommessa di Hollande è di allineare alla Francia i governi postcoloniali su nuove basi. Non i papà come ai tempi di Foccart ma i nipotini. Se ha orecchie per intendere, anche la Nigeria è avvisata.

Il contesto interno del Mali – fra militari e civili delle diverse tendenze – resta confuso. L’intervento francese si appoggia sul presidente Djoncounda Traoré, messo lì dai militari ma cooptato dalla Francia: appena nominato, Traoré è stato ferito in un attentato e si è fatto curare a lungo in ospedali francesi. Il capitano Sanogo, autore del colpo di stato nel marzo 2012, ma tagliato fuori dall’élite dell’esercito maliano, ha rimosso in dicembre il capo del governo e ha dovuto sopportare Traoré. Del resto, Sanogo potrebbe non essere l’interlocutore giusto per la Francia. Molto meglio i colonnelli, che Sanogo sperava di aver neutralizzato, più disponibili a indire appena possibile le elezioni per avere un governo legale possibilmente con facce nuove.

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