A- A+
Esteri

Di Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani

alfredo mantica (7)

"La Francia è dovuta intervenire in Mali per sopperire ad una Europa completamente assente". Alfredo Mantica, già sottosegretario agli Esteri ed esperto dell'area del Sahel, analizza per Affaritaliani.it la situazione in Mali. "L'Italia non sta facendo una bella figura: prima ha promesso supporto a Parigi, poi ha fatto un passo indietro". Nonostante i progressi dell'esercito francese Mantica mette in guardia l'Europa: "La minaccia jihadista è tutt'altro che sconfitta. Ci dobbiamo preparare ad una guerra fatta di intelligence e di azioni mirate". Un modo per stabilizzare l'area? "Usare i tuareg come poliziotti del deserto".


Senatore Mantica, la Francia è intervenuta prontamente e praticamente unilateralmente in Mali. Era necessario?
"Sì, Parigi ha fatto bene ad inviare le sue truppe. Era necessario se si voleva evitare che i movimenti jihadisti arrivassero a Bamako, la capitale del Mali. Certo Hollande ha agito anche per difendere i propri interessi nella zona, ma anche e soprattutto ha dovuto sopperire ad una mancanza di iniziativa dell'Unione europea".

L'Alto rappresentante per gli Affari esteri Catherine Ashton ha dichiarato di dare supporto alla Francia. Questo supporto, oltre che politico, si è tradotto solo nell'invio di 500 addestratori militari. Perché non si sono usate le truppe di intervento rapido di cui l'Unione dispone?
"Perché in Europa non c'è un organo che possa prendere questa decisione autonomamente, ma ci deve essere un accordo politico generale. Se si pensa che solo per decidere di inviare gli addestratori ci sono volute settimane di colloqui si capisce che per rispondere ad una minaccia immediata non si potevano attendere i tempi dell'Ue".

Quella del Mali è una emergenza scoppiata dalla sera alla mattina o i segni di instabilità erano evidenti già nei mesi passati?
"L'intelligence americana lo diceva da più di un anno che l'area del Sahara era in un forte stato di fibrillazione interno dovuto alla presenza di gruppi legati ad Al Qaeda. L'Europa ha sottovalutato, per non dire ignorato, il problema".

In questa missione l'assenza degli Usa è vistosa. Come mai non sono intervenuti direttamente se non con supporto logistico?
"Nel suo discorso di insediamento il 21 gennaio Obama ha fatto capire che il tempo in cui gli Usa erano gli sceriffi del globo era finito e che nel futuro avrebbero lasciato ad altri il compito di intervenire ('lead from behind' è la nuova dottrina Usa di politica estera, ndr). E' sottinteso che in Africa dobbiamo intervenire noi europei, sia per questioni storiche, sia per questioni geografiche".

L'Italia che cosa sta facendo ?
"Sfortunatamente poco o nulla. All'inizio il governo aveva promesso l'invio di due C130 per il trasporto e un aereo per il rifornimento in volo. Poi però non se ne è fatto più nulla e il governo si è limitato a dare un appoggio politico. In questo quadro ci sono due attori che si stanno muovendo. Uno è Romano Prodi che, come inviato Speciale dell'Onu per il Sahel, sta cercando di allacciare legami diplomatici per aiutare a risolvere la crisi. E l'altro è la comunità di Sant'Egidio che con il ministro Riccardi ha sempre avuto una spiccata sensibilità per quelle aree".



I francesi hanno praticamente finito di liberare il Paese. I combattimenti però sono stati pochi è i miliziani islamici sono fuggiti nel deserto oppure si sono mischiati alla popolazione. Sembra che il problema sia solo rimandato, è così?
"In parte è vero. Ovviamente questa non è una guerra convenzionale e la minaccia jihadista è tutt'altro che sconfitta. Ci dobbiamo preparare ad una guerra fatta di intelligence, di azioni mirate, di accordi locali. L'area in cui questi combattenti si muovono è più grande dell'Europa, prevalentemente desertica, i confini tracciati sulla carte non esistono nella realtà. E' una situazione difficilissima da controllare".

In questo frangente potrebbero dare una mano i tuareg, la popolazione araba che da sempre abita il deserto e che non vede di buon occhio il crescente potere islamico?
"I tuareg possono essere una risorsa e si sta cercando con loro un accordo. L'idea è proprio quella di usarli come 'poliziotti del deserto'. Ma ci sono alcune criticità che vanno risolte".

Prego.
"Prima di tutte il fatto che tra i tuareg e il governo di Bamako non ci sono buoni rapporti. Per semplificare possiamo dire che i tuareg sono commercianti e allevatori nomadi di origine araba, mentre nel sud del Paese vivono agricoltori stanziali di origine africana. Ci sono stati molti scontri tra le due parti e per tre volte si è giunti ad una tregua che però è sempre stata molto fragile. Lo scopo ultimo dei tuareg è l'indipendenza dal governo centrale. In secondo luogo bisogna essere certi che gli aiuti dati ai nomadi non finiscano nelle mani sbagliate".

Molti tuareg erano arruolati nell'esercito di Gheddafi e dopo la sua morte hanno fatto la guerra a Bamako grazie alle armi che avevano in dotazione in Libia, le stesse che sono state poi vendute agli islamisti. In questo senso i tuareg non si sono fatti scrupoli ad 'allearsi' con i jihadisti.
"Questo è un punto cruciale. All'inizio i tuareg hanno collaborato con Aqmi (Al Qaeda nel Magreb islamico, ndr) perché erano interessati ad una destabilizzazione dell'area che gli avrebbe permesso di conquistare l'indipendenza. Oggi le cose non stanno più così e i tuareg si sono offerti di dare una mano ai francesi, anche se hanno posto alcune condizioni".

Nella crisi in Mali intervengono da dietro le quinte anche altri Paesi oltre a quelli europei?
"Certamente. Ad esempio l'Arabia Saudita. Praticamente ogni moschea dalla Mauritania alla Somalia è stata costruita o è finanziata da Riad, o dai qatarini. Anche la Cina ha degli interessi nella regione, legati soprattutto allo sfruttamento della materie prime".

Pechino può giocare un ruolo nella stabilizzazione dell'area?
"Certo e grazie ai rapporti commerciali e ai fondi stanziati per la costruzione di infrastrutture sta giocando un ruolo importante. Il vero problema sono i Paesi arabi confinanti. A parte il Marocco e l'Algeria tutti gli altri sono al collasso, facile preda degli estremismi".

Tags:
malibamakofranciamilitariparigimanticaaqmiislamistial qaeda

i più visti

casa, immobiliare
motori
Nuova C3 sostiene la strategia di espansione internazionale di Citroën

Nuova C3 sostiene la strategia di espansione internazionale di Citroën


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.