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Esteri

Annalisa Perteghella, analista dell'Ispi

L’annuncio da parte della Commissione di difesa nazionale nordcoreana dell’imminenza di un nuovo test nucleare rappresenta solo l’ultimo atto del braccio di ferro che dal 2002 oppone Pyongyang alla comunità internazionale. La presa di posizione nordcoreana è infatti arrivata dopo che il 22 gennaio scorso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2087/2013, ha condannato il lancio del razzo che Pyongyang ha effettuato lo scorso 12 dicembre, in violazione delle precedenti risoluzioni 1718/2006 e 1874/2009. Nella risoluzione 2087, il Consiglio di sicurezza ha confermato le sanzioni che erano state imposte con le risoluzioni del 2006 e del 2009, a loro volta arrivate dopo i test nucleari nordcoreani condotti dopo il fallimento dei round negoziali, incentrati sulla strategia «aiuti in cambio dello stop al programma nucleare». In aggiunta alle sanzioni comminate in precedenza, il Consiglio di sicurezza ha poi ordinato restrizioni su ulteriori soggetti che ritiene essere coinvolti nel programma nucleare di Pyongyang: il divieto di lasciare il paese per il responsabile del centro di controllo satellitare del Korean Committee for Space Technology Paek Chang-Ho e per alcuni funzionari della Tanchon Commercial Bank, accusati di presiedere alle transazioni finanziarie in sfregio delle sanzioni attuali; il congelamento dei beni per il Korean Committee for Space Technology, per la Bank of East Land e per alcune corporation tutte accusate a vario titolo di avere un ruolo nel programma nucleare.

Se Pyongyang dovesse effettivamente procedere con il test nucleare, esso sarebbe il primo dopo la dipartita del caro leader Kim Jong-Il, confermando dunque l’intenzione dell’attuale leader Kim Jong-Un di procedere con continuità lungo la linea tracciata dal padre. Tuttavia, a differenza dei due test precedenti, condotti utilizzando il plutonio come materiale fissile, secondo gli osservatori internazionali questa volta la Corea potrebbe essere in grado di utilizzare uranio arricchito per le proprie centrifughe. Un ulteriore elemento di preoccupazione, sul quale però al momento vi sono ancora poche certezze, è rappresentato dal fatto che Pyongyang potrebbe aver completato il processo di “miniaturizzazione”, ovvero la capacità di costruire testate nucleari di piccole dimensioni, indispensabili per il montaggio di missili a lunga gittata, e che rappresenterebbe il vero obiettivo del suo programma nucleare, allungherebbe infatti la portata della minaccia nordcoreana fino a raggiungere la costa ovest degli Stati Uniti, oltre che le coste settentrionali dell’Australia. Si tratterebbe dei missili Taepodong-2, della gittata stimata di 6000 km.

Per convincere Pyongyang a rinunciare alle proprie ambizioni atomiche, la comunità internazionale – in particolare Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone e Corea del Sud – ha condotto numerosi round negoziali, alternando lunghe fasi di stallo a successi di breve durata. L’ultimo risale al febbraio 2012, quando la Corea del Nord aveva accettato di sospendere il proprio programma nucleare in cambio di aiuti alimentari da parte degli Stati Uniti; la tregua aveva resistito solamente fino al mese di aprile, quando il lancio di un razzo – finito poi rovinosamente in mare dopo essersi frantumato in volo – aveva marcato la riapertura del confronto. Una delle poche certezze in merito agli avvenimenti è che la tensione, lungo il 38° parallelo, rimane alta, dopo che nel marzo 2010 un panel internazionale ha accusato Pyongyang di aver avuto un ruolo nell’affondamento di una nave da guerra sudcoreana, e dopo che, nel novembre dello stesso anno, la stessa Pyongyang ha bombardato un’isola lungo la zona di confine, causando la morte di 4 cittadini sudcoreani. In Giappone, del resto, si discute da tempo della possibilità di uno strike preventivo, al fine di evitare che il completamento del programma nucleare nordcoreano inneschi una corsa agli armamenti in un’area, l’Asia orientale, nella quale l’ombrello nucleare è saldamente in mano alla Cina. Un’alterazione dello status quo che sarebbero in pochi a desiderare, a partire dalla stessa Pyongyang, per la quale la minaccia nucleare rappresenta in prima istanza il mezzo per ottenere concessioni e aiuti, alzando di volta in volta la posta in gioco, da parte della comunità internazionale. La Cina, dal canto proprio, conserva per il momento il ruolo di padrino – nonché di unico alleato nell’area – del solitario regime nordcoreano, tentando in sede negoziale di ricondurlo alla ragione e di calmare gli altri attori coinvolti. Un ruolo non facile per Pechino – che nel dicembre scorso ha visto ignorare la propria richiesta a Pyongyang di non procedere con il lancio del razzo – che si dimostra pronta a portare avanti, nell’ottica del bilanciamento del ruolo degli Stati Uniti nell’area. La Corea del Nord rimane infatti un indispensabile cuscinetto tra Pechino e la Corea del Sud – alleato statunitense – in un complesso di sicurezza regionale – quello asiatico – ricco di nodi di sicurezza di primaria importanza, oltre che tra i più militarizzati al mondo.

Sarà precisamente nell’area del Pacifico orientale che si giocherà il nuovo confronto bipolare tra Washington e Pechino, e vi è da scommettere che nessuno degli attori coinvolti sarà pronto a cedere un centimetro di area d’influenza, esattamente come nel precedente confronto bipolare che per quarant’anni ha opposto Washington a Mosca. Allora l’equilibrio del terrore, basato sul timore di precipitare da un momento all’altro nel precipizio atomico, è stato funzionale al mantenimento della pace; oggi, in un mondo decisamente più frammentato, non è auspicabile tornare a giocare con le armi nucleari per garantire equilibri – per quanto stabili – di potenza. L’auspicio, pertanto, è che, nel definire la natura del proprio confronto con Washington, Pechino riconosca che da un grande potere derivano grandi responsabilità e che si impegni ad attutire le istanze del proprio “cortile di casa” nordcoreano, pena il nuovo raggiungimento del baratro che per quarant’anni è stato fortunosamente evitato.
 

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