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Esteri

 

Di Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani

Magri122

"L'Ue avrebbe i contingenti militari per intervenire in Mali, ma manca la volontà politica". Paolo Magri, direttore dell'Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Estera), con una intervista ad Affaritaliani.it analizza la risposta Ue alla crisi nel Sahel e su un'altra crisi, quella economica, afferma: "L'Europa si è dotata degli strumenti per combattere la minaccia legata ai debiti pubblici. Ora servono urgenti misure per la crescita che però Bruxelles stenta ad adottare". E rilancia la proposta di fondi europei destinati allo "sviluppo e raccolti sui mercati attraverso gli eurobond". E sulla possibilità che Londra esca dall'Ue: "Serve un'Europa a tre velocità che preveda accordi specifici con la Gran Bretagna".


In Mali la Francia è intervenuta unilateralmente dopo la richiesta del governo di Bamako. Gli altri paesi europei si sono mossi individualmente e quasi esclusivamente promettendo supporto logistico. Il cosiddetto ministro degli esteri europeo, Catherine Ashton, ha condannato i movimenti terroristici in Mali e ha annunciato l'invio di 500 addestratori militari che però non parteciperanno al conflitto. L'Europa dovrebbe prendere decisioni comuni su questi temi, magari con la formazione di un contingente militare unico?
 

"Nelle crisi internazionali l'Europa ha degli strumenti di intervento . L'Ue ha un battaglione di 1.500 uomini che può intervenire in 15 giorni e poi una forza di intervento rapida, fino a 60.000 unità, dispiegabili in 60 giorni. Rispetto ai tempi di intervento dell'Ecowas, di un anno, l'Europa ha teoricamente molti più strumenti. Il punto è che le decisioni di politica estera richiedono l'unanimità. Quindi il vero punto non è la mancanza di strumenti, ma la difficoltà di trovare l'accordo politico".

Come mai c'è questa difficoltà?
"Perché ogni Paese ha suoi interessi specifici e spesso ci sono divisioni dovute alla politica interna. E' chiaro che a Bersani fa piacere appoggiare Hollande ed è comprensibile che a Berlusconi faccia meno piacere".

Un'altra battaglia che l'Europa sta combattendo è quella contro la crisi economica. Bruxelles ha degli strumenti adeguati?
"Se per crisi intendiamo quella del debito, allora sì. Anche se con lentezze Bruxelles ha adottato provvedimenti  che hanno messo a disposizione strumenti inimmaginabili fino a tre anni fa. Se invece parliamo della crisi di competitività di alcuni Stati allora no, non ci sono gli strumenti. Le politiche per riguadagnare competitività e per combattere gli effetti sociali della crisi sono rimaste a livello dei singoli Stati. L'Europa di oggi è più pronta a gettare il salvagente al Paese in difficoltà, ma non ad aiutarlo sulla crescita".
 

UNIONE EUROPA -
LO SPECIALE DI AFFARI

"La risposta alla crisi non è la modifica dei trattati, che richiede anni. Ma un piano europeo di investimenti per la crescita e l'occupazione". L’intervista di Affari a Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo

"La crisi è stata causata da una moneta fatta male. Non ne usciremo finché le decisioni verranno prese da persone non elette, come Draghi, Van Rompuy o Merkel. Serve un euro a due velocità ". Leggi l’intervista di Affari all’economista Loretta Napoleoni

 

Per cambiare questa situazione quali modifiche dei trattati bisognerebbe approvare?
"Dobbiamo essere realisti. L'ultima modifica dei trattati ha richiesto 10 anni di lavoro. Questi tempi non sono compatibili con i tempi del mercato e della crisi. Inoltre sono questioni oggetto di referendum, cosa che oggi, in un momento di distacco crescente dell'opinione pubblica, non è auspicabile. Il punto vero è capire come muoversi all'interno dei trattati. La proposta dei quattro presidenti (Commissione , Parlamento, Banca centrale ed Eurogruppo) delinea delle vie di intervento nello spazio dato dalla flessibilità di interpretazione dei trattati".

Di che cosa si tratta?
"La proposta suggerisce che l'eurozona rafforzi il bilancio comunitario e che Bruxelles possa stipulare con i Paesi in difficoltà dei contratti in cui lo Stato mantiene la sovranità sui temi della crescita e del bilancio, ma accetta dei vincoli e in cambio riceve dei finanziamenti che potrebbero essere raccolti con i famosi eurobond".

Nessuna di queste figure, tranne in parte il Presidente del Parlamento, è eletta direttamente dal popolo europeo. Non crede che delle investiture dirette possano sveltire il processo decisionale dell'Europa?
"Certo se il Presidente della Commissione fosse eletto direttamente guadagnerebbe in autorevolezza e credibilità. D'altra parte dobbiamo essere realisti: per i cittadini europei non farebbe la differenza andare a votare per uno sconosciuto politico irlandese o portoghese e ci sarebbe il rischio, peraltro già presente, di una scarsa affluenza alle urne. E' più importante che l'Europa trovi il modo di intervenire sui temi che i cittadini sentono vicini, come la disoccupazione".

In Inghilterra si parla della possibilità di mettere in discussione il rapporto con l'Europa. Quali conseguenze potrebbe avere uno 'smarcamento' di Londra? Si sta andando verso una Europa a più velocità'?
"L'Europa è già a due velocità. C'è l'eurozona, che è quella che ha fatto i passi avanti di cui abbiamo parlato, e poi c'è il resto dei 27 Paesi. Già queste due 'europe' creano delle difficoltà istituzionali, perché c'è una sola Commissione a gestire tutto. La Gran Bretagna è un caso a sé. Ha avuto e ha un ruolo fondamentale nella creazione  del mercato interno e nella definizione delle regole della concorrenza. Peraltro, con le sue peculiarità e i suoi interessi particolari, è stata una delle responsabili di molti accordi al ribasso adottati dall'Europa. Certamente non è auspicabile l'uscita di Londra dall'Ue, piuttosto è importante l'identificazione chiara dei temi su cui la Gran Bretagna intende lavorare. Potrebbe esserci una Europa a tre velocità, piuttosto che negoziati al ribasso che indeboliscono tutti".

Nel combattere la crisi la Banca centrale europea ha avuto un ruolo molto importante. Oltre a tenere sotto controllo l'inflazione, la Bce dovrebbe impegnarsi anche sul fronte della crescita economica?
"Una volta il problema principale era l'inflazione. Oggi è la crisi del debito. Draghi ha agito bene interpretando i trattati costitutivi e mettendo in campo gli strumenti per combattere la crisi. Ma è eccessivo dire che la Bce si deve porre obiettivi di crescita. Draghi ha detto che questa era una supplenza temporanea, ma che non intendeva togliere la responsabilità di affrontare la crisi agli organi comunitari e ai singoli governi".

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