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Esteri
Chi c'è dietro la vittoria dell'Uruguay. Mujica, il premier che vive da povero

A chi non è capitato di sentir parlare di Pepe Mujica, il capo di stato più povero del mondo, che dona il 90% del suo stipendio ai bisognosi e ha legalizzato l’uso della cannabis nel suo paese? L’uomo che parla alla gente con la lingua dei più umili e che fa della sobrietà uno stile di vita? "Pepe Mujica, da guerrigliero a capo di stato", è un libro che racconta la sua storia.

Narra di un’infanzia e di una gioventù in un Paese, l’Uruguay, attraversato da grande fermento culturale e politico, della sua adesione alla lotta armata nel Movimento di Liberazione Nazionale – Tupamaros, dei lunghi anni passati in carcere, ostaggio della dittatura. Descrive il suo attaccamento alla terra, la storia d’amore con l’attuale moglie Lucía Topolansky, anche lei ex guerrigliera, il loro proposito di vivere in campagna come contadini in mezzo agli altri contadini. E infine la grande passione per la politica che lo ha portato nel 2009 alla presidenza dell’Uruguay.

"In Uruguay il calcio è un miracolo, siamo un piccolo paese": lo ha sottolineato il presidente Josè 'Pepe' Mujica, definendo d'altra parte "un ambasciatore della nostra nazione" il goleador Luis Suarez. Nel ricordare che gli uruguaiani hanno vinto "due volte i mondiali e 15 volte la Coppa America", il 79/enne Mujica ha in un'intervista al Daily Telegraph precisato che il suo paese "ha imparato a giocare il calcio dai lavoratori inglesi che venivano a Montevideo per le ferrovie".

“Una persona povera non è chi ha poco, ma chi ha bisogno infinitamente di più, e più e più. Io non vivo in povertà, io vivo in semplicità. Ho bisogno di molto poco per vivere”. José Mujica risponde così a chi lo definisce il presidente più povero del mondo, conosce bene cosa vuol dire non avere niente, essendo stato per 14 anni in prigione, due dei quali in isolamento in un pozzo sotterraneo. Era un guerrigliero politico, appartenente al movimento armato di sinistra “Tupamaros”, fu arrestato più volte, evase di prigione ma, una volta catturato e con la dittatura militare del 1973, inziò a scontare la sua lunga pena. Per due di questi anni è stato uno dei cosiddetti “rehenes” (ostaggi), ovvero quei prigionieri Tupamaros che, in caso di azioni militari del gruppo, avrebbero potuto essere fucilati.

Mujica nel 2009 è stato eletto presidente del’Uruguay a 74 anni, in questo caso non sono troppi poiché gli sono serviti a maturare esperienze che lo hanno portato a riconoscere i propri errori, arrivando a questa età con la mentalità più aperta di un ragazzino. Josè ha combattuto con la violenza e con le armi, adesso però ha capito ed affermato più volte che non esistono guerre giuste e nobili, crede molto nei negoziati, “i quali porterebbero un esito non condiviso da tutte le parti ma infinitamente migliore per i deboli, i poveri e i sofferenti del mondo rispetto a qualsiasi soluzione militare”.

I più deboli sono tra i destinatari principali della sua politica, per questo ha deciso di dare il buon esempio vivendo in una modesta abitazione nelle periferia di Montevideo, utilizzando come “auto blu” il suo maggiolino di colore blu degli anni 70 e donando il 90% dello stipendio da presidente ad organizzazioni non governative. Mujica non capisce come può un politico guadagnare più dei suoi concittadini, ha rifiutato il palazzo presidenziale, si mette in fila all’ospedale come ogni altro cittadino, ha diminuito la corruzione e lotta da sempre contro gli abusi delle multinazionali. Da ex fumatore combatte contro le lobby del tabacco (primo paese in America Latina a vietare il fumo nei luoghi pubblici) e ha legalizzato la marijuana, ma non per rendere l’Uruguay il paese dello sballo. Lo stato si è assunto la gestione e la distribuzione della marijuana, concede licenze ai privati per la coltivazione e la vende ad un prezzo bassissimo per sostituire il mercato illegale ed eliminare la criminalità legata alla cannabis. Questo è l’obiettivo della riforma, secondo il presidente “le dipendenze non sono buone” però è legittimo evadere ogni tanto, che sia con un pò di whiskey o con un pò di erba, l’importante è “non superare dei margini tollerabili”.

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