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Esteri


Centrafrica – L’ultima crisi, in ordine di tempo, è quella della Repubblica centrafricana. Una coalizione di gruppi ribelli denominata Seleka – Alleanza, in lingua sango – ha assunto nell’arco di una ventina di giorni il controllo di buona parte delle regioni settentrionali e centrali del paese. Secondo le ultime informazioni disponibili, i ribelli sono a pochi chilometri dalla capitale Bangui. Di fronte alla loro avanzata, le Forze armate si sono quasi sempre ritirate senza combattere. Il presidente François Bozizé, al potere dal 2003 grazie a un colpo di Stato, appare sempre più debole. Questa settimana si è detto disponibile alla formazione di un governo di unità nazionale con Seleka e all’avvio di colloqui da tenersi in Gabon per arrivare a una soluzione politica della crisi. I ribelli hanno accolto con cautela le dichiarazioni del presidente. Hanno detto di volere garanzie precise oltre che la liberazione di alcune centinaia di persone che sarebbero state arrestate su ordine di Bozizé. L’ipotesi di un negoziato è sostenuta dall’Unione Africana. Rispetto ai colloqui il presidente ha detto di non voler porre alcuna precondizione assicurando di non avere intenzione di presentarsi per un nuovo mandato alla guida dello Stato nel 2016. A Bangui, intanto, i prezzi dei beni di consumo sono saliti alle stelle e la popolazione vive nell’incertezza. Dall’inizio dell’offensiva, cominciata il 10 dicembre, i ribelli sono riusciti a prendere il controllo delle principali città del centro-nord e in particolare del centro minerario di Bria. Nato lo scorso agosto su iniziativa di elementi dissidenti della Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (Cpjp) e della Convenzione dei patrioti della salvezza e del Kodro (Cpsk), Seleka ha assorbito anche l’Unione delle forze democratiche per il raggruppamento (Ufdr). L’obiettivo dichiarato fino a pochi giorni fa era arrivare fino a Bangui per destituire Bozizé, accusato di non aver attuato gli accordi di pace firmati a partire dal 2007.
 
Mali – Nel corso del 2012 il governo di Bamako ha perso il controllo delle regioni del nord. Queste aree e in particolare le città di Gao, Kidal e Timbuctù sono finite sotto il controllo di gruppi estremisti, di origine interna, come Ansar al Din, ed esterna, come il Movimento per l’unità e il jihad in Africa Occidentale (Mujao). Il Mujao fa parte della galassia di gruppi che ruotano attorno ad Al Qaeda, presente direttamente in Mali attraverso Al Qaeda nel Magreb islamico (Aqmi). Questi gruppi sono in concorrenza con altre milizie. La principale è il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla), espressione della comunità tuareg, che nei primi mesi dell’anno ha tentato invano di creare uno Stato indipendente nel nord del Mali. I paesi della regione hanno raggiunto – faticosamente – un accordo per una missione militare che dovrebbe affiancare le Forze armate di Bamako nella riconquista del nord. Romano Prodi, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel, ha però sostenuto il mese scorso che l’intervento militare non sarà possibile prima del settembre 2013.
 
Repubblica democratica del Congo – Nell’aprile del 2012 miliziani integrati nelle Forze armate del Congo hanno disertato e creato l’M23, un gruppo ribelle composto per lo più da combattenti di etnia tutsi, attivo soprattutto nelle province orientali del Nord e del Sud Kivu. Secondo varie fonti, e come confermato da un recente rapporto dell’Onu, i ribelli sono appoggiati dal Rwanda e dall’Uganda. Le Forze armate congolesi hanno dimostrato tutti i loro limiti, mentre l’M23 ha occupato varie località creando una propria amministrazione locale. È possibile che i governi della regione dei Grandi Laghi decidano l’invio di un contingente militare con compiti di stabilizzazione.
 
Nigeria –
Negli Stati settentrionali della Federazione nigeriana opera Boko Haram, un gruppo di matrice islamica che ha rivendicato numerosi attentati contro obiettivi militari e civili. Negli ultimi due anni le bombe di Boko Haram sono esplose anche nelle chiese, non solo nel nord del paese ma anche nei pressi della capitale Abuja. Secondo molti osservatori, il gruppo non trae forza da un conflitto di tipo religioso ma da tensioni e squilibri di carattere politico, economico e sociale. Negli Stati roccaforte di Boko Haram unità speciali dell’esercito e della polizia stanno conducendo una campagna repressione che in più di un’occasione è sfociata in violenze e abusi ai danni di civili. Di sicuro, nel nord la sicurezza non è migliorata. Secondo diversi esperti, un elemento da tenere in considerazione è il fatto che Boko Haram ha legami con gruppi attivi oltreconfine, in particolare nei paesi del Sahel.
 
Libia – Il paese sta cercando di consolidare le istituzioni nate dopo la caduta del regime di Muhammar Gheddafi e la fine della guerra civile nell’ottobre 2011. In Libia esistono tensioni fra comunità ed etnie che sfociano in violenze che le Forze armate spesso non riescono a controllare. Le milizie “rivoluzionarie” che hanno cacciato Gheddafi si rifiutano di cedere le armi perché temono di perdere il potere acquisito negli ultimi due anni. Un episodio rivelatore delle difficoltà della transizione in Libia è l’assalto al consolato americano di Bengasi dell’11 settembre scorso, sfociato nell’uccisione dell’ambasciatore Christopher Stevens. Stando alle conclusioni di un’inchiesta del dipartimento di Stato americano, il diplomatico ha perso la vita mentre era in corso un’operazione terroristica.
 
Sudan-Sud Sudan – Il Sudan e il Sud Sudan, uno Stato divenuto indipendente l’anno scorso, devono affrontare minacce sia interne che esterne. Nonostante gli accordi di principio sottoscritti in settembre ad Addis Abeba, i due paesi devono ancora definire i loro confini comuni. A complicare la situazione sono i conflitti armati in corso in Sud Kordofan e nel Nilo Blu, due regioni sudanesi che confinano con il nuovo Stato meridionale. A meno che Juba e Khartoum non raggiungano un’intesa definitiva, nel 2013 i combattimenti continueranno. I due Sudan sono alle prese con gruppi ribelli attivi sul proprio territorio, che si accusano a vicenda di sostenere. Le tensioni sono aggravate dalla crisi economica dovuta alla sospensione della produzione di petrolio del Sud, fino a un anno fa esportato attraverso gli oleodotti di Khartoum che raggiungono la costa del Mar Rosso. La ripresa della produzione sembra essere ostacolata dalla mancanza di un’intesa sulle questioni della sicurezza. A novembre, a Khartoum sono stati effettuati diversi arresti in relazione a un presunto tentativo di colpo di Stato finalizzato a rovesciare il presidente Omar Hassan al Bashir.
 
Somalia –
Nonostante quest’anno si sia concluso il mandato delle Istituzioni federali di transizione, il governo non più “provvisorio” della Somalia è debole. Il paese resta ostaggio del conflitto interno cominciato nel 1991. La minaccia principale è rappresentata dal gruppo armato Al Shabaab, che controlla diverse zone del paese nonostante a ottobre sia stato costretto a ritirarsi dallo strategico porto meridionale di Kismayo. Con il sostegno decisivo delle truppe del Kenya e degli altri paesi che contribuiscono alla missione di peacekeeping africana Amisom, le Forze armate della Somalia hanno ripreso il controllo di varie zone. Al Shabaab conserva però la capacità di colpire, mettendo a segno anche attentati terroristici a Mogadiscio. È a rischio anche il Kenya, un paese che contribuisce ad Amisom e dove vive una consistente comunità somala.
 
Alcune minacce transnazionali
 
Aqmi – Come il Movimento per l’unità e il jihad in Africa Occidentale (Mujao), Al Qaeda nel Maghreb islamico è attivo in diversi paesi del Sahel, una fascia di territorio che si estende approssimativamente dal sud dell’Algeria al nord della Nigeria. Oltre al nord del Mali, dove Aqmi esercita un controllo diretto sul territorio, nel 2013 un teatro cruciale delle attività del gruppo potrebbe essere l’Algeria.
 
Lra – Un altro gruppo transnazionale, anche se di peso minore, è l’Esercito di resistenza del Signore (Lra) creato negli anni ’80 da Joseph Kony in Uganda e spostatosi poi in diversi paesi vicini. Alcune fonti danno oggi Kony nella Repubblica centrafricana. Nel tentativo di contrastare l’Lra è stata creata una forza africana composta da militari ugandesi, centrafricani, congolesi e sud-sudanesi e coadiuvata da consiglieri statunitensi. Secondo un bilancio diffuso dalle Nazioni Unite, nel 2012 soltanto in Centrafrica le incursioni dell’Lra sono state 138; i civili uccisi sarebbero stati almeno 20 e le persone costrette alla fuga più di 440.000.

Da misna.org

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