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Esteri

I terroristi hanno attaccato un impianto minerario in Algeria, hanno preso degli ostaggi e, secondo al Jazeera, in un'azione dell'esercito algerino sono morti trentacinque ostaggi e quindici terroristi, fra cui il loro capo. Le notizie sono frammentarie e in parte contraddittorie, ma prendiamo per buoni quei due numeri, trentacinque e quindici.

C'è un principio generale, quando si tratta di ostaggi. Se la minaccia della loro uccisione è seria e l'intervento delle forze dello Stato inevitabile, si considera un successo se si riesce a salvare la metà dei malcapitati. Ciò significa che, per sapere in che misura l'intervento degli elicotteri algerini sia stato un insuccesso, bisognerebbe sapere quanti fossero gli ostaggi. Come si vede, pur trattandosi di vite umane, in questi casi si ragiona nel modo più cinico. Nella vita normale, la sopravvivenza di un uomo non è negoziabile e qualunque azione che conduca alla morte di qualcuno è considerata un crimine o almeno un errore. Nell'economia di guerra invece, se un'azione fa morire cento nemici e muoiono solo dieci dei nostri, si parla di un grande successo. Si mandano condoglianze più o meno ipocrite alle madri dei dieci caduti, ma ci si congratula con gli organizzatori dell'impresa.

In questo caso tuttavia c'è un ulteriore particolare interessante. Se gli ostaggi fossero stati tutti occidentali e i poliziotti tutti francesi o americani, oggi la stampa gli darebbe addosso senza pietà. Nessuno ha dimenticato il fiasco tremendo dell'azione organizzata dagli americani per liberare i diplomatici tenuti prigionieri a Tehran, cosa che forse costò la rielezione al presidente Carter. Qui invece i "salvatori" sono tutti africani e questo è un particolare pessimo, per i qaedisti. Infatti da un lato agli algerini si perdona ciò che non si perdonerebbe agli europei, dall'altro essi stessi hanno meno scrupoli degli Occidentali. Se c'è da sparare sparano eccome. Anche se gli ostaggi muoiono. Essenziale è che muoiano quelli che hanno osato fare atti di terrorismo sul loro territorio.

È vero che il cattivo risultato dell'azione - sempre che cattivo sia, in proporzione al numero degli ostaggi liberati - potrebbe dipendere da un'insufficiente tecnica di intervento, ma paradossalmente questa insufficiente tecnica potrebbe volgersi a vantaggio dei futuri ostaggi. I terroristi sanno che,  se hanno da fare con le forze speciali occidentali, i militari hanno come primissima preoccupazione quella di salvaguardare la vita dei civili. E ciò dà ai sequestratori una forte arma di pressione, per esempio per ottenere la scarcerazione di altri terroristi detenuti. Ma se la controparte ha pochissimi scrupoli e pensa non tanto a negoziare quanto ad ammazzarli, quale che sia il costo, i calcoli degli aggressori cambiano. Uccidere degli occidentali fa ottenere i grandi titoli dei giornali ma da un lato i membri del commando saprebbero che la loro è una missione praticamente suicida, dall'altro gli sarebbe chiaro che, a parte la pubblicità, non c'è molto da ottenere.

È lo stesso meccanismo dei sequestri di persona. La famiglia non si occupa né dell'ordine pubblico né della sorte dei futuri sequestrati: è soltanto pronta a pagare tutto quello che può pur di ottenere il ritorno del proprio caro. Ma - è un'ipotesi teorica - se nessuno fosse disposto a pagar nulla, i sequestri di persona cesserebbero. Perché cesserebbe la possibilità di ottenere il denaro del riscatto. È questa la ragione per la quale lo Stato sequestra i beni della famiglia della vittima, anche se il risultato di questa misura rimane mediocre, perché comprensibilmente ciascuno pensa al proprio particolare problema. Viceversa, quando a dover prendere la decisione è lo Stato (come nel caso algerino) si può essere molto più spietati e per ciò stesso molto più efficaci.

Da occidentali e da persone civili, siamo certo addolorati per la morte di decine di innocenti; dal punto di vista bellico invece bisogna vederla diversamente. L'episodio ci riporta a logiche cui sessantotto anni di pace ininterrotta ci hanno disabituati. Lenin ha potuto dire che la rivoluzione non è un pranzo di gala, ma qui si potrebbe aggiungere che la guerra non solo non è un pranzo di gala, è addirittura qualcosa di orrendo ed atroce. Siamo stati abituati per decenni a rivedere le bucce dell'esercito americano - attività di gran moda fra le anime belle - e ora, con una guerra in Africa, rischiamo di ritrovare il vero volto di Marte.

Gianni Pardo, giannipardo.libero.it
 

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