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Esteri
Rwanda, un libro per ricordare il genocidio

«In una tranquilla serata primaverile, mentre stavo cenando con la suocera di mia sorella con cui vivevo a Milano durante i miei studi universitari, mi ritrovai davanti agli occhi un fiume di cadaveri trasmesso dal telegiornale. Quei corpi appartenevano al mio popolo, era come se fossi là. Le famiglie di mia madre e di mio padre soccombevano sotto il machete ma nessuno attorno a me comprendeva il dramma che stavo vivendo. Sentivo dentro di me un urlo infinito ma, nell’indifferenza che copriva il genocidio dei tutsi, tale urlo era di un silenzio inaudito». Così Françoise Kankindi, presidente dell’associazione Bene-Rwanda, ricorda l’inizio di atrocità e massacri che dal 6 aprile 1994 fecero un milione di morti in cento giorni. Lei era arrivata in Italia dal Burundi nel 1992: «Sono figlia di profughi tutsi rwandesi, che lasciarono la patria dopo le prime persecuzioni del 1959».

Rwanda
 

A vent’anni di distanza, torna su quello che successe nel Paese dalle mille colline con il libro “Rwanda, la cattiva memoria. Cosa rimane del genocidio che ha lasciato indifferente il mondo”, appena pubblicato da Infinito edizioni. Françoise ne è coautrice insieme a Daniele Scaglione, che al Rwanda ha dedicato studi e ricerche, dopo essersi accordo che, pur da persona impegnata in associazioni umanitarie, «non ci aveva capito niente».

Un’analisi superficiale potrebbe parlare di scontri tribali tra africani, o potrebbe dire che fu il governo rwandese, capitanato dagli estremisti hutu, a complottare affinché i tutsi venissero sterminati. Ma è una cattiva memoria: gli hutu erano stati imposti al governo rwandese nel 1959 dalle alte cariche che governavano l’Occidente. Inoltre, prima e soprattutto durante i massacri, l’Onu e i potenti del mondo hanno ignorato le richieste d’aiuto dei tutsi, e alcuni, come la Francia, hanno fornito armi e sostegno agli hutu.

Spiega l’autrice: «Dal rifiuto per questa tarantella mediatica, ripresa da molti, è nato il libro: non si possono più salvare gli uomini, le donne e i bambini violati, torturati e sterminati, ma la verità deve essere fatta emergere. Vent’anni di cattiva memoria sono troppi, ora basta». Proprio la cattiva memoria è il tema del libro, perché, come spiega don Luigi Ciotti nella Prefazione, «resta forte il rischio di dimenticare o, peggio, di ricordare male. Invece, mostrando le contraddizioni della verità ufficiale e della “cattiva memoria” che l’accompagna – memoria che resta in superficie, che non distingue, che ha fretta di “celebrare” per meglio dimenticare – si restituisce dignità alle vittime e coraggio a chi, sopravvissuto, sentendosi morto “dentro”, ha preferito rimuovere».

Nel libro, gli autori rispondono ad alcune domande fondamentali. Perché l’Occidente non fece nulla per evitare il genocidio ruandese? Perché la comunità internazionale continua a mentire quando afferma che simili massacri non si ripeteranno più? Quanto il genocidio ha cambiato il Rwanda e l’Africa? Quali e quante sono le analogie esistenti tra ciò che accadde in Rwanda e fatti attuali come la guerra in Siria e la morte dei migranti nel mare davanti a Lampedusa?

Secondo Françoise, «il genocidio dei tutsi ci chiede che la memoria del passato si trasformi in etica del presente». In questo senso, «anche per il Rwanda è importante la memoria dei Giusti, quelle persone che rischiarono la vita per opporsi al male, senza girare la testa dall’altra parte». Come Pierantonio Costa, il console italiano che, pagando di tasca propria gli interahamwe, le milizie genocidarie, riuscì a salvare duemila tutsi, o Zura Karuhimbi, contadina hutu che nascose in casa propria oltre cento persone dell’etnia rivale. Proprio per ricordare queste figure, Françoise sta realizzando un Giardino dei Giusti su un’isola del lago Kivu, sul modello di Yad Vashem a Gerusalemme: «Sto lavorando insieme a Yolande Mukagasana, che firma l’Introduzione del nostro libro. Lei stessa, che ha avuto tutta la famiglia massacrata, è stata salvata da una donna hutu che la nascose sotto il lavello di casa».  

Pagine molto toccanti del libro sono quelle che raccontano le esperienze dei gacaca, momenti in cui le comunità dei villaggi hanno scelto di ricostruire una memoria col­lettiva mettendo a confronto vittime e colpevoli, prove strazianti ma capaci di espellere il veleno dell’odio e ri­costruire le basi di una convivenza. «Il dolore rimane, ma quest’esperienza ha trasformato il Rwanda perché, come dice Yolande, “dopo aver toccato il fondo, ci si può solo rialzare”». Françoise è tornata nella sua patria recentemente: «Io, nata in esilio in Burundi e con un documento con cui potevo andare dappertutto tranne che in Rwanda, sono tornata la prima volta nel 1995, quando andai sulla collina della famiglia di mia madre, che contava 300 morti nelle fosse comuni. Lo scorso agosto, invece, ci sono tornata con mio figlio di 8 anni, all’inizio per nulla contento a causa dell’immagine dell’Africa comunemente diffusa. Sono rimasta senza parole: abbiamo trovato un Paese in cui si respira aria di riscatto, voglia di ricostruire e di lasciarsi alle spalle le divisioni etniche. Non solo l’indicazione dell’etnia è stata cancellata dalle carte di identità, ma la gente ha ripreso a fidarsi del prossimo».

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