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Esteri
Trump: per Renzi e la sinistra uno spavento. Una spinta per la destra e Silvio

Di Massimo Falcioni

L’effetto del voto negli Usa ha già mandato in tilt Renzi e la sinistra italiana disorientati per l’ennesima cantonata presa; ha galvanizzato Salvini, illuso di essere il rappresentante nazionale del magnate statunitense; ha rilanciato le chances della destra e di Silvio Berlusconi, il Trump Made in Italy, ante litteram. E Grillo, elettoralmente il più forte esponente dell’antipolitica del Belpaese, è in riva al fiume, aspettando i cadaveri dell’establishment nostrano.

L’America è lontana ma lo tsunami innestato dalla vittoria di Trump modificherà a fondo la realtà internazionale, una sberla per l’Europa, uno sberlone per l’Italia. Si batte e si ribatte sul tasto dell’antipolitica che vince sulle elites (non solo della politica) addirittura demonizzando il suffragio democratico e mettendo alla berlina l’elettore americano che sarebbe stato facile preda del populismo di Trump. Al di là del solito gioco delle parole usate ovunque a proprio uso e consumo, è stato il fallimento della politica dei Democrat di Obama (oltre la debolezza della candidatura della Clinton) a convincere gli americani a “cambiare cavallo”: “di questo passo non avremo più niente, stiamo precipitando, tanto vale rischiare puntando sulla svolta”. Questo, papale papale, il ragionamento dell’America fuori dai grattacieli, quell’America dove la forbice del dislivello sociale è aumentata coi ricchi più ricchi e i poveri più poveri, quell’America messa alle corde e spolpata dalla globalizzazione selvaggia, privata del lavoro e dei diritti acquisiti dalla delocalizzazione delle imprese, oberata di tasse, costretta a correre per strada a zig zag come in un campo minato per paura del terrorismo e della violenza e a tapparsi in casa alzando inferriate alle finestre per il timore di essere derubata, ossessionata dall’immigrazione clandestina invadente, con l’ansia per l’insicurezza permanente per aver perduto il minimo di serenità dei padri e dei nonni, per lo più “cristiani” martellati da un permissivismo per gli “altri” senza più argine, con una identità e una morale via via sbiadita e oramai perduta.

Questa, all’osso, è l’America che ha dato a Trump le chiavi di quello che resta comunque il Paese più potente del mondo, l’ombrello per l’Occidente. Non è una delle tante tappe del populismo che avanza: è la svolta che apre la “deglobalizzazione” cambiando di nuovo faccia all’intero pianeta. Con Trump giunge a compimento la rottura del triangolo tra partiti, società e Stato. Quando la gente non ne può più gioca tutte le carte, anche la più rischiosa. E’ la mancanza di buona politica, è la stagnazione dei problemi irrisolti, è l’incapacità l’arroganza la miopia delle cosiddette leadership a generare questa escalation coagulando il consenso democratico (ma è sempre rivolta contro l’establishment) di tutti i perdenti, di tutti gli esclusi, di chi scivola sempre più in basso nella scala sociale:  prima il distacco dalla politica e dalle istituzioni, poi un astensionismo che diventa quasi maggioranza, infine l’affidamento all’uomo “nuovo” delle ultime proprie speranze. Non è forse – fatte le debite proporzioni – lo stesso quadro pesante e fosco che c’è oggi in Europa, particolarmente in Italia? Chi può credere che la lezione serva all’Europa assonnata in mano a isterici leader dello status quo e serva all’Italia sbandata che perde tempo dilaniandosi nelle squallide camerille di potere per le sue mille misere beghe senza senso?

A sinistra e nella cosiddetta area “democrat”  lo scontro nel Pd fra il partito di Renzi (o della Nazione o come lo chiamerà il segretario-premier) e quello più a sinistra di Bersani&C è fuori dalla realtà con gli italiani per nulla invogliati a un ritorno di un antistorico mini Pci e neppure spinti a scegliere l’usato sicuro di Renzi – pur tappandosi il naso – per paura dei barbari (Grillo). Non certo un bel quadro. Agli italiani di queste aree un tempo definite dell’”area democratica”, o meglio, del “quadro istituzionale”, restano due possibilità: o disertare le urne per dare l’ennesimo segnale a chi comanda o cercarsi il proprio Trump Made in Italy. Che forse non c’è ancora e non sta nel convento grillino a corto di credibilità né ha le sembianze di uno “slalato” come Salvini. Nel villone di Arcore hanno però riacceso le luci della festa: non sono pochi, già in queste ore, a soffiare per il gran ritorno in campo di Berlusconi, considerato l’antesignano di Trump. Si riportano alla luce le vecchie bandiere impolverate del “W Silvio”, l’originale dell’antipolitica capace di fregare i mestieranti della politica dove covano mai domi, i comunisti. Silvio, l’unico leader (secondo questi) capace di riaggregare il cantrodestra rimodellato, riportare al voto i milioni di astenuti moderati, battere il M5S populista di Grillo, formare dopo la vittoria del NO al referendum un governissimo (di larghe intese) e poi – dopo le elezioni politiche anticipate di primavera - un governo di centro-sinistra insieme con il partito di Renzi. Un nuovo colossale “granchio”? Un bluff? O la vera svolta? E’ questa la lezione che viene dal voto americano? Chissà. Il tempo stringe e i rischi di implosione, per l’Italia, non sono pochi. Chi capta e interpreta gli stati d’animo, gli orientamenti, le esigenze che si muovono oggi, senza più orientamento, nel corpo profondo della società italiana, offrendo una sponda – anche ideale - per cui vale la pena di battersi? Per ricostruire, non per distruggere. Questa è la sfida.   

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trump renzi berlusconitrump centrodestra italiano
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