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Esteri
Usa, Donald Trump al capolinea. Il futuro del tycoon e dei repubblicani

Usa, il secondo impeachment di Donald Trump

L’assalto a Capitol Hill dello scorso 6 gennaio avrà conseguenze difficilmente prevedibili. Tralasciando le pene per i manifestanti, visto che l’FBI ha aperto fascicoli su centinaia di persone e molti arresti sono già arrivati, le incertezze più forti riguardano il futuro di Donald Trump e del partito dell’elefante rosso.

La Camera statunitense ha approvato l’impeachment (il secondo) nei confronti del presidente uscente. Una procedura rapidissima, motivata dalla grave accusa ai suoi danni di “incitamento all’insurrezione”. La parola finale spetterà al Senato dopo il 20 gennaio, quando Biden sarà già il nuovo inquilino della Casa Bianca. Nella votazione avvenuta, sono stati 10 i repubblicani che hanno votato contro il proprio leader di partito. Un numero non enorme, ma che fa intendere come all’interno del Grand Old Party la situazione sia sempre più tesa. 

Dopo qualche giorno, Trump ha negato ogni responsabilità per l’attacco al Congresso perpetrato dai suoi sostenitori e ha condannato tutti gli atti violenti commessi. Un modo, probabilmente tardivo, per cercare di prenderne le distanze ed evitare la condanna.

Usa, Donald Trump e il trumpismo 

Nelle istituzioni il tycoon ha perso molto terreno e credibilità. Ha conservato, però, il sostegno della sua forte base di fan ed elettori, che negli ultimi quattro/cinque anni ha profondamente conquistato. Trump è stato infatti la perfetta espressione politica del sentimento di una parte crescente della popolazione americana. La società statunitense è divisa e nettamente polarizzata. A novembre ha trionfato Biden ma sono state circa 74 milioni le preferenze per Trump, che lo hanno fatto diventare il repubblicano più votato di sempre nella storia presidenziale Usa.

I fatti di Capitol Hill sono avvenuti anche per l’immensa fiducia riposta in lui da parte dei suoi elettori. Le dichiarazioni di Trump sui brogli e gli appelli a “tenersi pronti” e a “ribaltare il voto” hanno trovato terreno fertile in decine di migliaia di persone, tra cui anche centinaia di violenti. Queste persone (e il loro malcontento) rimarranno anche se Trump venisse interdetto dalle cariche pubbliche. Bisognerà infatti aspettare l’esito della votazione in Senato sull’impeachment per sapere se potrà rimanere in politica. Trump sa di averne bisogno e quindi di doverne uscire indenne. Avere un ruolo politico gli garantirebbe maggiori margini di manovra sia nel difendersi da possibili attacchi giudiziari sia nel coltivare i propri interessi economici.

Per il presidente del “Make America Great Againle ipotesi politiche sono due e in entrambe c’è il desiderio di puntare alle elezioni del 2024: o fondare una nuova formazione esterna, che raccolga i suoi più affezionati fan e sostenitori, oppure adottare una linea diversa e moderata per tentare di mantenere la leadership di un partito repubblicano duramente provato. Quest’ultima sembrerebbe un’opzione al momento lontana.

Usa, il futuro dei repubblicani post Trump

Per i “rossi” americani la tornata elettorale del 3 novembre (e i suoi strascichi) può essere definita una vera disfatta. Tra presidenza, Camera e Senato i repubblicani, infatti, hanno perso tutto. Proprio in Senato il prossimo voto per l’impeachment di Trump sarà un banco di prova per la stabilità del partito e per misurare possibili lacerazioni interne.

L’incertezza regna sovrana nel GOP. I vecchi quadri repubblicani non hanno mai particolarmente apprezzato Trump, preso in considerazione più per il suo potere di intercettare i voti di una nuova parte di elettorato che per reali affinità con lo storico partito. Nonostante Capitol Hill e la successiva girandola di dimissioni degli uomini e delle donne dell’amministrazione Trump, i repubblicani sanno però dell’importanza e del peso del tycoon. 

Il partito dell’elefante è frammentato anche nei suoi vertici. Il vicepresidente Mike Pence si è dissociato da Trump accettando il risultato dei “grandi elettori”, così come Mitch McConnell, leader dei senatori repubblicani, che avrebbe addirittura detto che ci sarebbero i requisiti per l’impeachment di Trump. Tra gli “oppositori” interni ci sono anche Romney, Murkowski e Sasse. Alcuni invece rimangono trumpiani convinti come il governatore del Texas Ted Cruz o Josh Hawley del Missouri. Ad oggi non sembrano esserci personalità tali da emergere con forza ma già nelle prossime settimane potremmo misurare le decisioni del partito repubblicano. L’obiettivo è necessariamente il voto del 2024 (oltre il midterm del 2022), con o senza scissione di Trump.

 

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