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Fatti & Conti

Di Marco Scotti

Le vicende in Italia, specie quelle che coinvolgono uomini potenti e che hanno in mano i destini della cosa pubblica, possono spesso avere più chiavi di lettura. C’è un primo livello, quello visibile a tutti, che racconta di un uomo di grande potere che fu inquisito 42 volte e condannato una sola: Lorenzo Necci, l’ex amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, morto investito in Puglia sette anni fa. Per ricordarlo, ma anche per raccontare la sua storia, la fondazione che porta il suo nome ha realizzato un incontro all’Ara Pacis di Roma, insieme a Roma Incontra e all’Agenzia Dire. L’occasione è stata propizia anche per presentare un libro che raccoglie tutti gli scritti del manager. Con un parterre de roi fatto da politici e personaggi dell’economia italiana, a ricordare la strada tracciata da Necci, vero ideatore dell’alta velocità, anche se non ha fatto a tempo a vederla pienamente realizzata. La figlia Alessandra ricorda che l’alta velocità non voleva “essere un record, ma un tassello di un sistema che comprendeva le merci, i pendolari e lo sviluppo di tutto il paese”. Hanno voluto rendergli omaggio, tra gli altri, Gianni Letta, Maurizio Sacconi, Maurizio Gasparri, Giuseppe Sciarrone, amministratore delegato di Ntv e storico collaboratore di Necci.

Ma, dicevamo, vi sono più livelli di lettura delle storie del capitalismo italiano. Necci fu ucciso da un’auto in Puglia, mentre, insieme alla compagna Paola Balducci, pedalava sulla strada che dalla masseria dove alloggiava conduce al vicino campo da golf. Morto per le fratture multiple riportate nell’incidente. E questo è un modo per raccontare la vicenda. Se non fosse che per iniziare a scavare un po’ più in profondità nella vicenda bisogna leggere il curriculum del manager: prima di diventare commissario straordinario e amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, infatti, Necci fu prima presidente di Enichimica e poi di Enimont, dal dicembre 1988 al 1990. Gli anni in cui la corruzione che portò allo scoppio di Tangentopoli regnava sovrana. Necci, nonostante le posizioni apicali ricoperte, uscì sempre pulito da tutte le inchieste in cui fu coinvolto. Su quarantadue procedimenti a suo carico, infatti, fu condannato soltanto una volta. Per corruzione, a due anni e sette mesi. Poca roba per un uomo che ha toccato da molto vicino alcuni dei nodi più importanti dell’intero capitalismo italiano.

C’è poi un ultimo livello, più oscuro ed inquietante. Necci, come rivelato agli inquirenti da Paolo Cirino Pomicino, nei mesi antecedenti alla sua morte si mostrò particolarmente preoccupato. Era convinto di essere pedinato e di essere in pericolo, tanto da confidare agli amici più stretti di temere per la propria incolumità. La causa era da imputarsi a un dossier dei servizi segreti in suo possesso, che Necci mostrò ad alcuni amici fidati pochi giorni prima di morire. Lo portava sempre con sé, nella sua ventiquattrore. Eppure, quando la valigetta fu rinvenuta nel luogo dell’incidente, era vuota, nessun dossier all’interno, nessuna carta particolarmente scottante. Una scena “ripulita” da qualcuno? Facile. E le informazioni contenute nel dossier erano davvero così scottanti? È probabile, anche perché come racconta Paola Balducci, il giorno dell’incidente Necci ebbe una concitata discussione telefonica in inglese. Con chi? Al momento, questo rimane uno dei tanti misteri italiani.

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