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Fatti & Conti
Obbligo di pagamento in contanti Via Montenapoleone si oppone

di Paola Serristori

Provate ad immaginare la scena: un gruppo di turisti cinesi lascia il proprio Paese con valigie imbottite di euro (o dollari) per fare shopping col contante in via Montenapoleone (nel gergo comune) e Monte Napoleone (se si legge la targa sull'angolo della strada). “What else?”, si chiederebbe il George dello spot, ma non l'attore Clooney che a Venezia è entrato da Louis Vuitton per fare acquisti non di poco conto il giorno prima delle nozze (senza riuscirci, i commessi hanno tentato invano di chiudere le porte del negozio alla folla, l'attore insieme alla fidanzata sono stati aiutati ad uscire dal retro). Si è mai visto un turista con una grossa capacità di spesa che si affanna a trasportare un trolley? No, lo spedisce all'indirizzo di destinazione. Eppure Corriere.it, nel tentativo pur lodevole di dare voce all'associazione di commercianti del Quadrilatero della Moda, imbastisce in un articolo di apertura di pagina il filo di un discorso che suona grottesco. “Provate a immaginare la scena. Un gruppo di turisti cinesi entra in uno dei negozi 'griffati' di via Monte Napoleone a Milano e chiede di guardare una cinquantina di famose borse da donna. Si tratta di pezzi speciali da circa cinquemila euro l'uno. Alla fine, il conto è di più di 250 mila euro e i cinesi sono pronti a pagare in contanti. 'Contanti? - sgranano gli occhi i commessi - . In Italia non si può'. A questo punto i diligenti turisti cinesi girano le spalle e vanno via senza acquistare. La scena (più o meno simile) si svolge più spesso di quanto si possa immaginare”. Sino a qui il quotidiano, che chiede al presidente dell'associazione di via MonteNapoleone, Guglielmo Miani, presidente ed amministratore delegato del marchio Larusmiani, di raccontare il seguito: “E poi sa come va a finire? Che i cinesi come i russi e gli arabi i loro acquisti vanno a farli in Svizzera e non più in Italia. In particolare, i turisti cinesi ricevono ordinazioni di parenti ed amici che danno loro i soldi per gli acquisti. Per questo arrivano in Italia con grandi somme di contante, che però non potranno spendere a causa delle leggi attualmente in vigore”.

E' il caso di dire che la pezza è peggio del buco. Molto poco elegante il parallelo con la Svizzera, nota nell'immaginario economico come Paese che ha accolto gli evasori fiscali, anche se di recente l'orientamento di quel governo sembra essere cambiato. E per lo meno ingenuo far saltare all'occhio l'esigenza di acquisti in contanti che contravvengono “le leggi attualmente in vigore”. Vero che uno dei pochi provvedimenti del governo Monti ancora non sconfessati dallo stesso ex premier è quello che fissa a 999 euro l'importo massimo per le transazioni in contanti. Ovunque, persino nelle operazioni alla Posta. Non si capisce perché solo i commercianti si sentano penalizzati. Ma non è tutto. In passato erano stati i brand dello stesso Quadrilatero della Moda a porre un tetto al massimo degli acquisti pro-capite. Allora i “nuovi ricchi” erano i giapponesi, che ancora più diligenti dei cinesi stazionavano pazientemente in fila davanti alle boutique in attesa di entrare. Ne uscivano a mani piene di grandi sacchetti con borse che dicevano di aver acquistato per fare regali o su commissione appunto di “parenti ed amici”. Col passare del tempo si venne a sapere che la maggior parte di quegli acquisti andava ad alimentare il mercato parallelo di vendite non autorizzate o addirittura falsi.

E' possibile che tutti abbiano perso la memoria? A quanto pare sì. Corriere.it pubblica le cifre riferite dai commercianti dell'associazione: “2 miliardi il calo annuo di entrate, dicono i negozi di Monte Napoleone, 480 milioni gli incassi persi dallo Stato secondo i negozianti”. E ricorda con tempestività che si potrebbero apportare modifiche al sistema attuale del pagamento in contanti, poiché c'è giusto un decreto in preparazione: “... a giugno è arrivato in Parlamento il 'decreto competitività' (in approvazione alla Camera) che contiene deroghe anche in tema di pagamento in contanti. In pratica, il decreto, se approvato in questa forma, introdurrebbe soglie diverse per l'uso dei contanti a seconda del Paese di origine del turista che effettua il pagamento: dai 2.500 per la Spagna ai 1.500 della Grecia, mentre in Germania e Olanda non c'è nessun limite all'uso dei contanti”. A parte che non a caso i limiti sono previsti ed in misura proporzionale laddove i Paesi devono combattere per tenere in sesto le casse dello Stato e contrastare l'evasione, il quotidiano aggiunge: “La nuova norma richiede anche una speciale schedatura del cliente: il commerciante dovrebbe chiedere un documento ed inviarlo, insieme ad una comunicazione preventiva all'Agenzia delle Entrate". Tanto che ancora il presidente di Larusmiani può aggiungere: “Ma si immagina noi che chiediamo i documenti a un cliente russo o arabo? - sorride Miani - . Scapperebbero a gambe levate”. Senza citare la fonte, dichiara ancora: “Ma chi compra in nero continua a farlo all'estero... Lo sa chi è il turista che in Germania spende più soldi dopo i russi? Gli italiani. Altro che crisi”.

Un articolo di giornale può tornare utile alle lobby per apportare qualche modifica congeniale? Proviamo ad immaginare... Non si può non sapere che sono anni – al plurale e su quanti si è persa la memoria – che i tour operator inseriscono nei pacchetti di viaggio in Italia una giornata di shopping nel Quadrilatero milanese, d'intesa con gli stessi commercianti off course, offerta che ha sostituito da quando è cominciata la crisi delle vendite agli italiani la precedente formula di una giornata negli outlet. Da quel lontano giorno, chi lavora o scrive sui temi del Fashion system ha iniziato il count-down all'implosione del settore. Il conto è semplice: canoni di affitto spropositati + spese di gestione rimasti alle stelle (fermo restando la sacrosanta tutela dei livelli di occupazione, alcuni brand hanno mantenuto persino le squadre di visual, sino a tre persone addette ad ideare il migliore orientamento della punta di una scarpa su un ripiano di vendita, con l'intento di attirare l'attenzione del cliente) meno incassi = default. L'economia reale funziona così, sorry. Ridimensionare l'ammontare delle spese superflue? Su questo la Moda italiana, diventata autoreferenziale dai tempi della “bolla” di successo dei fantastici Anni Ottanta, sembra avere nulla da dire. Nello stesso Quadrilatero sono cambiate tante insegne e nessuno ha levato una voce in soccorso di chi non ce la faceva più. E' agevole ricordare uno per tutti: il nome di Antonio Fusco sparito da via Sant'Andrea dalla sera alla mattina. E dire che il sarto-stilista napoletano rappresenta quello che i compratori cercano nella moda italiana: qualità dei tessuti, colori, taglio, rifiniture. Tutto il resto è “fuffa” aggiunta nel periodo di esaltazione attorno alle “vacche grasse” - la metafora è orrenda per gli stilosi – da addetti al marketing, alla promozione e comunicazione, che devono giustificare le parcelle gonfiate negli anni. Un meccanismo che senza il lubrificante dei soldi generosamente spesi dagli addictet doveva incepparsi. Hai voglia a ripetere che il Made in Italy piace all'estero e che ci sono nuovi ricchi - il termine esatto sarebbe “sprovveduti” - che sono ancora disposti a pagare duemila euro (i quattro milioni di lire a cui è bene risalire con la memoria per cogliere l'esagerazione) per un vestito da donna di taglio dritto, il famoso tubino o petit robe noir, senza maniche, che le sarte confezionano con una lunghezza di tessuto, presto calcolata nella lunghezza del busto più quella della gonna sino all'orlo.

Al massimo occorre un metro e trenta di stoffa, per una donna molto alta. E' possibile che il tessuto costi un milione e mezzo di vecchie lire al metro? Certo, bisogna detrarre ancora il filo, la cerniera, la fodera (ma non sempre viene inserita dai brand, perché aggiunge un po' di lavorazione), ed il salario della manodopera. Facciamo un milione di lire al metro il prezzo del tessuto? Eppure se si parla coi produttori di tessuti si ascolta che i prezzi di vendita delle pezze più pregiate non arrivano neanche vicini ai cento euro (duecentomila lire). Folle ricarico che clienti rinsaviti non sono più disposti a pagare. Il primo espediente dei brand era stato quello di “spingere” la tela jeans e le altre fibre con costo base da mercatino, a cui si aggiungevano applicazioni - le più care sono in cristallo Swarovsky – per “giustificare” l'alto prezzo di vendita garantendosi al contempo un più alto margine occulto di ricarico. Quando si dice la creatività italiana... Ma all'evidenza non è stato sufficiente. Infine, senza voler impartire lezioni di giornalismo a nessuno, sia chiaro, viene il dubbio che un'intervista dovrebbe contenere un contradditorio, altrimenti c'è una sola voce narrante che potrebbe acquistare uno spazio pubblicitario per essere diffusa. E così un'altra legge sarebbe rispettata.

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