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Intervista di Mario Bonaccorso, www.ilbioeconomista.com

Dottor Ruiu, innanzitutto ci aiuti a capire cosa sono esattamente i biopesticidi e quale il loro futuro confrontato con i prodotti chimici?

L’approdo a un’agricoltura sostenibile rappresenta una delle maggiori sfide del terzo millennio, con un impatto rilevante sulla salute dell’uomo e degli animali, sulla biodiversità e sugli equilibri dell’intero ecosistema. I biopesticidi sono agenti di controllo biologico, prodotti che derivano dall’ambiente naturale, da animali, piante o microrganismi. Una fondamentale differenza con i prodotti fitosanitari sintetici, ossia i pesticidi chimici con cui siamo abituati a fare i conti, è che i biopesticidi sono sicuri e non costituiscono un rischio per l’uomo e la natura. I biopesticidi, infatti, possono essere rappresentati da microrganismi antagonisti, come batteri, virus, protozoi, funghi, nematodi, o biochimici, dannosi per gli insetti infestanti che si vuole debellare dalle colture, ma assolutamente innocui per chi, ad esempio, va poi a consumare la frutta e la verdura così trattata.

Da ricercatore in questo campo, lei ha fatto il grande passo per diventare imprenditore. Come nasce Bioecopest?

Ho cominciato a studiare il tema dei biopesticidi sin dall’università e ho portato avanti questa ricerca durante il dottorato in entomologia agraria a Perugia e nel periodo di post-dottorato a Cambridge, presso un laboratorio specializzato in questo ambito. Nasce poi l’esigenza di valorizzare i risultati delle ricerche. La svolta arriva anche grazie al programma Fulbright BEST: nel 2008 mi sono trasferito per circa 6 mesi nella Silicon Valley, in California, sviluppando la mia idea tra le università di Santa Clara, Berkeley e Stanford.  Poi sono arrivati premi prestigiosi come il Premio nazionale per l’Innovazione nel 2009 e il Premio dei Premi del Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, nel 2010.

Così nasce Bioecopest, come spin-off universitario, che da subito si rende indipendente e si localizza  ad Alghero presso il Parco Scientifico e Tecnologico della Sardegna. È una start-up biotech con un know-how specifico sulla ricerca e sviluppo nel campo delle biotecnologie e con focus sullo sviluppo di biopesticidi naturali per la difesa delle colture agrarie dagli organismi nocivi. Il nome stesso dell’azienda racchiude tutta la propria mission: “bio” da biologico, “eco” da ecocompatibile e “pest” dal termine inglese utilizzato per definire gli insetti nocivi.

Oggi il termine stat-up è diventato di moda. Ma quanto è difficile avviare un’impresa in Italia e in Sardegna in particolare?

Il programma Fulbright BEST a cui io stesso ho partecipato, la Italian Business & Investment Initiative guidata da Fernando Napolitano, il Decreto Sviluppo del Ministro Passera sono chiari segnali di come oggi anche in Italia “fare start-up” stia diventando una possibilità concreta. Anche il network di investitori sta crescendo. Certo non ai livelli della Silicon Valley californiana. C’è ancora molto da lavorare, ma credo che la direzione sia quella giusta. Anche in un’isola come la Sardegna ci sono due università, un parco tecnologico competitivo, e importanti investimenti regionali che stanno incentivando la nascita e lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali.

Sono sufficienti le misure presenti nel nostro paese per sostenere le giovani imprese innovative?

Credo che una prima conquista sia stata raggiunta con il citato Decreto Sviluppo, che per la prima volta dà una chiara definizione distinguendo la start-up innovativa da una start-up generica. Fra le novità gli incentivi fiscali per chi investe in start-up innovative, speciali tipologie contrattuali per i lavoratori in start-up, il crowdfunding, lo speciale regime di fallimento. Certo, anche su questo c’è molto da lavorare per rendere attuativa la nuova legge in tutti gli aspetti.

Per quanto riguarda il vostro settore, quali sono le prospettive di crescita del mercato dei biopesticidi?

Riguardo al mercato dei biopesticidi la situazione è più che ideale a livello globale per le start-up. BCC Research (società americana specializzata nell’analisi dei trend di mercato, ndr) prevede una continua crescita del segmento: circa 15% per anno. Questa è anche una conseguenza del ritiro dal mercato di numerosi agrofarmaci e il relativo costo per lo sviluppo di nuovi formulati sintetici, insieme con i nuovi regolamenti che riducono i livelli di residui (Maximum Residue Level, MRL) nei prodotti agrari e zootecnici. Tutto ciò favorisce lo sviluppo e la registrazione pre-commerciale di sostanze a basso rischio ambientale per il controllo degli organismi nocivi. Inoltre, l’uso del controllo integrato, meglio noto come Integrated Pest Management (IPM), diverrà obbligatorio dal 2014.

La Sardegna è una regione da sempre alle prese con gravi problemi occupazionali, come da ultimo ha messo in evidenza anche il caso dell’Alcoa. Secondo gli ultimi dati Istat nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni è disoccupato in media il 40 per cento dei sardi e oltre il 20 per cento nella fascia d’età tra i 25 e i 34. La bioeconomia, secondo lei, può essere il perno di una nuova politica industriale in grado di creare occupazione anche nella sua regione?

Certamente ci muoviamo verso un’economia sempre più basata sulla conoscenza. Qualcuno diceva che il tempo è il più grande innovatore. Non è un caso che attività industriali tradizionali oggi debbano lasciare il passo a nuove industrie che potranno assorbire una nuova generazione di lavoratori. Immagino un futuro in cui il tecnico che lavora nell’industria è un laureato specializzato, magari un biotecnologo.

Che consiglio si sente di dare al prossimo ministro per lo sviluppo economico?

Per mantenersi competitivi nel contesto internazionale è sicuramente importante favorire e agevolare con misure legislative e finanziarie le iniziative imprenditoriali e industriali in campo bioeconomico. In quest’ottica abbiamo già qualche iniziativa significativa anche in Sardegna dove, all’idea di bonificare l’ex polo industriale di Porto Torres si affianca quella di renderlo un polo internazionale per le biotecnologie e la chimica verde. Dunque la Sardegna guarda al futuro, così come Matrìca (joint venture tra Novamont ed Eni-Versalis, ndr), valorizzando le tecnologie messe a punto da Novamont, sceglie proprio quest’isola per localizzare le proprie attività biotecnologiche. Un impianto di produzione di biopesticidi potrebbe essere il prossimo passo.

Tags:
bioeconomiapesticidiagricolturastart-up

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