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Clima, si cerca un accordo vincolante a Parigi

 

Di Paola Serristori

Al secondo giorno della Conferenza dell'Onu sul cambiamento climatico (COP21) il dubbio sul motivo dell'assenza del leader Vladimir Putin dalla foto ufficiale di apertura ha trovato la risposta nel rifiuto altrettanto ufficiale, reso noto, di incontrare il presidente turco Tayyip Endorgan, accusato dal Cremlino di aver "sabotato" la missione dell'aereo da guerra russo, abbattendolo, per proteggere il traffico di petrolio dell'Isis. Nelle stesse ore in cui avrebbe potuto tenersi il faccia a faccia tra loro, Putin si è recato nella sede di Parigi dell'ambasciata Usa a Parigi per un colloquio col presidente americano Barack Obama. Il tutto all'indomani della cena col presidente francese Francois Hollande. Il destino del mondo è davvero al centro dei colloqui di questi giorni a Parigi.

Mentre il presidente siriano Bashar al-Assad dichiara che tra i rifugiati ci sono djadisti, gli esperti di clima parlano della previsione di un'ondata migratoria che considerano superiore a quella che l'Europa sta conoscendo: sessanta milioni di persone, otto a partire dal 2020, anno in cui dovrebbero entrare in vigore le misure di riduzione dell'inquinamento previste dall'accordo a cui si lavora a Le Bourget. Si fanno sempre più insistenti le richieste, e da più voci, affinché l'aumento della temperatura sulla Terra entro la fine del Secolo sia fissato in modo vincolante a 1,5 °C e non a 2 °C, obiettivo che le parti riunite dall'Onu erano chiamate a raggiungere prima dell'apertura dei lavori. Lo stato di salute del Pianeta è gravissimo. Pure le lobbies, che per decenni hanno ostacolato ogni inversione di marcia della politica di produzione ed economica, si sono organizzate nell'avvio di nuovi mercati di ricchezza, avviando progetti di energia alternativa. Altro motivo per cui la firma di un accordo è scontata. La vera partita, meno etica e più pragmatica, si gioca nelle retrovie. La grande distribuzione alimentare sta suggerendo di ridurre gli sprechi di cibo, che diventano spazzatura e contribuiscono all'emissione di CO2, allungando il periodo di vendita dei prodotti "freschi" più deperibili, yogurt e banane ad esempio, e non è per nulla chiaro "come". O meglio con quali eccipienti, ma è evidente che la salute del consumatore sarà un po' meno garantita delle aziende. Intanto David Nabarro, Special Representative of the UN Secretary-General for Food Security and Nutrition, riferisce che il 4 dicembre, a Roma, la Fao lancerà una piattaforma per condividere esperienze su come ridurre lo spreco di cibo.

Oltre al carbone, che un po' tutti i Paesi dichiarano di voler abbandonare, agricoltura ed allevamento vengono chiamati direttamente in causa in questa edizione. L'agricoltura (responsabile del 24% di emissioni di gas ad effetto serra) deve essere ripensata, aumentando lo stoccaggio nel suo di CO2. "Tutti gli investimenti in agricoltura devono essere 'smart', intelligenti", sottolinea Catherine Geslain-Lanéelle, General Director of EFSA, l'agenzia europea per la sicurezza alimentare. Il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), incrementato dall'adesione di 12 Paesi che si aggiungono ai 44 aderenti, ha raggiunto 285 milioni di dollari per aiuti ai piccoli agricoltori. Nell'ambito del programma Lima-Paris Action Agenda (LPAA), è stata richiamata l'iniziativa "Life Beef Carbon, lanciata nell'ottobre scorso, con cui si punta a ridurre del 15% nell'arco di 10 anni la produzione di carbonio riorganizzando il sistema dell'allevamento di bovini in Francia, Irlanda, Italia e Spagna.

Alla conferenza sono venuti anche i rappresentanti delle popolazioni indigene dell'Amazzonia peruviana, del Chiapas, del Messico. La deforestazione è responsabile di un altro 15% dell'emissione totale di gas serra. Indigenous International Network denuncia una nuova forma di "colonizzazione", come la definiscono, ovvero i piani REDD+ delle Nazioni Unite contro la deforestazione. "Stanno distruggendo i popoli indigeni come il Nord dell'Europa" - dichiarano i rappresentanti di Global Alliance for Indigenous People in Ecuador - . Questi piani non rappresentano una soluzione. Le imprese distruggono la foresta, si prendono i nostri territori, e danno tremila dollari al governo per piantere alberi in un'altra zona. Siamo sul punto del collasso. Il governo sta trattando ed è per questo che siamo qui a COP21". Il Brasile ha ridotto di oltre il 70 per cento la deforestazione negli ultimi dieci anni e si è impegnato in questa edizione della conferenza a continuare questa politica di conservazione del territorio, avviando una partnership con la Norvegia sino al 2020.

Tuttavia le buone notizie non silenziano l'allarme generale. Jonathan Bamber, Professor of Physical Geography, University of Bristol, ha illustrato a Le Bourget i risultati dello studio sui drammatici cambiamenti antartici, uno dei meccanismi instabilità irreversibile e principale sfida dell'accordo tra le parti. Dal 2100 è previsto l'aumento della temperatura di 3 °C in Groenlandia. Dalle isole del Pacifico, il primo ministro di Tuvalu, Enele Sosene Sopoaga, invitato a COP21 tra le parti del dialogo, sottolinea: "Questa è una conferenza tra le parti, non tra i negoziatori. Per il mio Paese è oneroso essere qui, ma siamo venuti perché l'oceano sta erodendo il territorio, lambisce la case. Non chiediamo di salvare una piccola isola, ma si salvare l'umanità. Come noi sono in pericolo Svezia, Scandinavia, o l'Africa. Le risorse idriche del Pianeta sono minacciate dal surriscaldamento".
 

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