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Il Pil americano cresce meno delle attese nel primo trimestre dell’anno (+1,8% rispetto ad una prima stima di +2,4%), ma Wall Street non sembra preoccupata per un dato giudicato “laggard” (distribuito con ritardo) e dunque non in grado di influenzare più di tanto l’andamento futuro dell’economia e degli utili aziendali.

Ne beneficiano tutte le principali borse europee, Milano compresa (l’indice Ftse Mib segna un 2% di rialzo a fine giornata), col paniere Eurostoxx50 a +2,29% e tutte le maggiori blue chip del vecchio continente in evidenza. Tutte o quasi, perché solo con molto ritardo e incertezza anche il titolo Fiat ha concluso la giornata con un incremento di poco superiore al mezzo punto percentuale a 5,53 euro per azione. Quasi una debacle, vista la rapidità con cui gli ordini d’acquisto si sono diffusi sulle blue chip italiane dopo le ultime sedute negative ed in molti si sono chiesti quale motivo potesse esserci, in assenza di particolari annunci societari o report di banche d’affari.

Un ruolo potrebbe averlo avuto l’avvio della raccolta di firme da parte di Rete Mobilità Nuova a sostegno del disegno di legge presentato (il 20 giugno scorso) alla Camera dei deputati e subito “adottato” da alcuni deputati Pd come Paolo Gandolfi, Ermete Realacci e Giuseppe Civati, che vorrebbe favorire una “mobilità nuova” ma che rischia di mettere ulteriori paletti nelle ruote del Lingotto, già alle prese con una crisi che da mesi sta facendo crollare le immatricolazioni di auto nuove in Italia (a maggio il gruppo ha immatricolato in tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea e quelli dell’Efta 73.758 nuove vetture, l’11% in meno di un anno prima).

La finalità della proposta di legge è ampiamente condivisibile: indirizzare più risorse al trasporto pubblico e al trasporto non motorizzato, migliorare la sicurezza e vivibilità nei centri urbani grazie al ribasso del limite di velocità da 50 a 30 km/h, ridurre il numero di auto in circolazione all’interno dei centri urbani, con obiettivi vincolanti di “modal share”. Quel che però temono gli investitori è che il tutto si traduca in una serie di limiti nazionali che obbligherebbero i sindaci italiani a fare in modo che gli spostamenti motorizzati individuali con mezzi privati scendano sotto il 50% del totale.

Centri urbani vietati alle auto, dunque, ma dato che al momento il governo non riesce a trovare un miliardo di euro di risorse per rinviare di tre mesi l’aumento dell’Iva se non tramite un aumento delle accise sui tabacchi e l’anticipo Irpef e Ires, è difficile pensare che potranno essere stanziate molte risorse per i trasporti pubblici. Insomma: sarà bello per l’ambiente e la sicurezza dei cittadini, sarà vero che già ora nei centri urbani delle maggiori città italiane la velocità media si attesta attorno ai 15 Km/h e rallenta fino a 7 km/h nelle ore di punta.

Ma certo la norma non può giovare a Fiat, in quanto rischia di penalizzare maggiormente proprio quei produttori, come il Lingotto, con un’elevata esposizione al mercato italiano e in particolare al segmento delle “city car”. Dando indirettamente ragione a Sergio Marchionne e alla sua crescente attenzione a Chrysler e al mercato americano, oltre che agli investimenti in Brasile e Cina, prima e più che in Italia.

Luca Spoldi

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