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@ElisabettaCorrà

 

Se d'inverno le trentenni londinesi camminassero lungo Sloane Street avvolte in uno shuka Masai, e scarpe Jimmy Choo, e se il ranger in camicia color sabbia, armato di Nikon e AK 47, fosse l'icona dominante tra i sex simbols di magazine e tv, il leone avrebbe più chance di sopravvivere? E noi lasceremmo ad appassire in biblioteca "Cuore di Tenebra" di Conrad (http://www.criticaletteraria.org/2012/11/criticalibera-una-lettura-postcoloniale.html) infine illuminati da una concezione realistica dell'Africa?

Molto di quello che sta accadendo in Africa - i dubbi su come proteggere la wildlife, compreso il leone, dalla prossima estinzione, il piano Obama per la elettrificazione delle nazioni sub-sahariane, l'eccitazione per le fonti energetiche fossili in loco da parte di Kenya e Mozambico, la fame e la sovrappopolazione, l'ombra cinese sulle risorse minerarie e le terre fertili - sta scivolando su un terreno sdrucciolevole, là, ma estremamente solido (leggi: economicamente redditizio) qui: il costume.

I Masai di Kenya e Tanzania, uniti nella The Masai Intellectual Property Initiative ( http://maasaiip.org/) hanno deciso di rivendicare la proprietà della loro identità culturale. Il nome, l'immagine e la reputazione dei Masai  - sostengono - sono ormai usati  in tutto il mondo per vendere prodotti di ogni tipo, dalle automobili alle scarpe, che fruttano miliardi di dollari. Ma di questi guadagni non arriva nulla ai villaggi Masai, l'80% dei quali vive sotto la soglia di povertà.

L'esempio forse più lampante del business della "Masai Label" era stata la collezione primavera estate 2012 di Louis Vuitton che propose per gli eleganti uomini d'affari occidentali capi spalla stampati con il tartan rosso rubino e blu indaco dello shuka, la tipica coperta Masai. Questa scelta ha suscitato un dibattito acceso che solo in parte corrisponde all'interrogativo: è etico fare soldi sullo sfruttamento di una intera popolazione come brand? ( http://www.thisisafrica.me/visual-arts/detail/19417/a-lesson-from-louis-vuitton-s-spring-summer-2012-maasai-inspired-collection ).

Secondo alcuni, Louis Vuitton ha solo dimostrato che di rado in Africa si riesce a produrre business con l'incredibile ricchezza a disposizione (risorse umane e ambientali) e che la questione vera non è il furto di idee, o di una eredità culturale: è la sfida di designer africani a sentirsi più ansiosi di indossare i loro capi che quelli di Gucci; è la indispensabile fretta a mettere sotto scorta, con meccanismi di proprietà intellettuale, le espressioni artistiche e culturali degli africani "non congelate nella tradizione, quel genere di rappresentazione che incoraggia Europei e Americani ad affermare, ecco, i Masai sono popolazioni tribali che vivono tutt'uno con la wildlife". Il succo della faccenda sembra essere il modo in cui si guarda all'Africa e ciò che vien comodo prendere da quelle nazioni. I fatti culturali, nel capitalismo-consumismo, diventano molto facilmente fatti di costume. Non importa quanto siano seri, drammatici o fino a che punto riguardino la dignità delle persone.

Ciò vale anche le specie animali.

Il Guardian ha pubblicato una disamina sconfortante sul fallimento degli investimenti contro il bracconaggio di elefanti e rinoceronti in Africa (http://www.theguardian.com/environment/2013/aug/13/war-african-poaching-militarisation-fail) : "E' estremamente difficile raccogliere denaro per campagne finalizzate a ridurre la domanda di avorio e di corno di rinoceronte, secondo Traffic del WWF; e questo perché "ai donatori piace vedere gli stivali militari e la tecnologia". Altri esperti di conservazione dicono invece che i donatori, i politici e i media trovano sexy le immagini di soldati armati contro il bracconaggio, droni ed equipaggiamento militare".

È questa la parola chiave: sexy. Come va scrivendo da tempo Slavoj Zizek, non è possibile riformare il sistema capitalistico senza una critica radicale dell'economia politica. Qualche giorno fa sulle pagine del Corriere anche Emanuele Severino ha ricordato che volontà di potenza - "all'interno delle diverse forme di tecnica vi è oggi in via di formazione il progetto che ha lo scopo di aumentare senza limiti la capacità umana di realizzare scopi" -  e tecnica "sono sinonimi". Questo significa che l'espansione del consumismo, e degli apparati che esso presuppone e dispiega, non solo non ha confini, ma spesso si serve della stessa ipocrisia che ne critica i mezzi.

La domanda vera é : come le nazioni africane vorranno reagire all'attacco del consumismo? Sarà praticabile per loro una strada in qualche modo - non sappiamo quale - diversa da quella imboccata dall'Occidente bianco due secoli fa?  Perché l'attacco del consumismo è spietato. Non c'è nulla di cui scandalizzarsi, certo che anche i rangers devono essere sexy: tutto ormai si vende con l'ammiccamento sessuale. Estinzione compresa. A questo siamo arrivati: l'estinzione non deve mettere paura, deve essere sexy.


 

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