Roma, 14 mag. (Adnkronos/Labitalia) - "A differenza di quello che potevamo rispondere qualche settimana fa, oggi ci sono dei dati disponibili che ci dicono che gli animali di interesse zootecnico non si ammalano e quindi non giocano ruolo epidemiologico nella diffusione di questa infezione" e, "se è vero che gli animali non si infettano, è vero che i loro prodotti non possono veicolare questo virus: quindi gli alimenti di origine animale sono di fatto alimenti privi di pericolosità, per questo particolare virus". A chiarirlo Sergio Rosati, docente del dipartimento di Scienze veterinarie dell'Università di Torino, intervenuto al webinar 'La filiera agroalimentare ai tempi del coronavirus: prospettive future a seguito dell’emergenza' organizzato da Msd Animal Health."Le specie di interesse zootecnico non si ammalano, non sieroconvertono, ossia non producono anticorpi, e quindi non giocano nessun ruolo come veicolo di questa infezione. Si tratta di un virus di origine animale e la famiglia dei coronavirus è una famiglia grande e ben rappresentata: ci sono virus del raffreddore che colpiscono l’uomo, virus che possono infettare il cane e il gatto, il maiale, il bovino, ma sono entità virali completamente diverse dal virus della Sars. Esistono virus presenti nel mondo animale ma non associabili a questo virus in particolare, che comporta forme respiratorie gravi", spiega."Questo virus - ribadisce - ha origine animale, perché sappiamo che il serbatoio di questi virus respiratori è il pipistrello, non sappiamo se c’è stata una specie intermedia che ha facilitato la trasmissione all’uomo, ma ora è un virus umano trasmesso da uomo a uomo". Per l'esperto, "è importante, quindi, capire i metodi di trasmissione e se possono interessare superficialmente alcuni oggetti inanimati fra cui alimenti di origine animale e vegetale"."L’uomo che presenta questa infezione - ricorda - ha le secrezioni nasali e della faringe infettate. Quando l’uomo parla sputa delle gocce grandi che tendono a cadere al suolo nel giro di breve distanza, chiamate droplet, per questo motivo è opportuno utilizzare una mascherina. Questo è valido nel caso in cui l’uomo sia asintomatico. Nel caso in cui l’uomo avesse invece dei sintomi clinici, ad esempio starnutisce o da colpi di tosse, può generare una nebulizzazione di gocce molto più piccole in grado di percorrere distanze maggiori. Per esempio, se in una corsia di un supermercato c’è una persona asintomatica ma infetta, che compie uno starnuto, può di fatto invadere la corsia del supermercato adiacente, ma sarà sempre l’uomo che contamina qualcosa"."L’altro metodo con cui è facile contaminare le sostanze inanimate - prosegue - è la mano: se la mano viene portata al naso o alla bocca contaminando con le secrezioni la superficie stessa della mano e se con quella stessa mano si toccano altri oggetti, la contaminazione favorisce la trasmissione indiretta. In questo caso, gli alimenti possono giocare lo stesso ruolo degli oggetti, come i vestiti o le scarpe; per questo motivo è importante che vengano rafforzate le misure igieniche durante tutta la filiera della produzione degli alimenti. Norme già applicate normalmente, che devono essere però rafforzate perché il personale addetto deve utilizzare i dispositivi di protezione. Le stesse norme devono essere applicate e pretese anche da chi ci serve gli alimenti, per esempio bisogna verificare che chi ci serve gli alimenti non utilizzi poi le mani per toccare il denaro o fare altre cose"."Anche il cliente, infine, gioca un ruolo fondamentale: deve entrare al supermercato con la mascherina e utilizzare i guanti monouso messi a disposizione, perché i cibi che noi tocchiamo con le nostre mani possono essere fonte passiva della contaminazione. Il ruolo che può avere un qualsiasi prodotto alimentare ha la stessa funzione che può avere la maniglia di un mezzo di trasporto, per esempio, come qualcosa in grado di veicolare passivamente secrezioni infette che è sempre l’uomo che genera toccando i materiali", conclude.

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