Roma, 14 mag. (Adnkronos/Labitalia) - "La filiera italiana agroalimentare non si è mai fermata e ha saputo rispondere anche alla grande richiesta che ha caratterizzato la prima fase di 'assalto agli scaffali'. Con grande senso di responsabilità, infatti, la filiera ha continuato a produrre assicurando la sicurezza dei suoi 3,6 milioni di lavoratori. Il fatto che non si sia fermata, però, non vuol dire che non abbia risentito della situazione: con la chiusura dell’Horeca, del food service, della ristorazione, si è perso il 30% del fatturato". Ad affermarlo Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia e amministratore delegato Inalca spa, intervenuto al webinar 'La filiera agroalimentare ai tempi del coronavirus: prospettive future a seguito dell’emergenza' organizzato da Msd Animal Health."L’Horeca, inoltre, è la parte che maggiormente riesce a valorizzare i prodotti agroalimentari italiani, soprattutto se parliamo di eccellenze. Questo ha determinato crolli importanti anche del 40% se parliamo per esempio dei vini, o del 35% sui salumi di alta qualità e addirittura del 45% per i formaggi: basti pensare alla mozzarella di bufala che incide sul fatturato di un’intera regione come la Campania. Per garantire la sicurezza dei lavoratori sono state adottate misure come la riduzione della velocità di produzione e i distanziamenti sociali che hanno ovviamente abbassato la produttività. Il comparto, quindi, non si è fermato, ma vive comunque momenti di difficoltà che necessitano di supporto e rilancio", ribadisce."Anche sull’export, abbiamo subito delle flessioni, probabilmente dovute alla chiusura della ristorazione anche nei paesi con cui lavoriamo maggiormente, Germania, Stati Uniti e Francia, e pensiamo di chiudere con un meno 13%. Un risultato che non vedevamo da 20 anni, aggiunge.Per Scordamaglia, "a livello di mercato globale, dobbiamo immaginare due fasi". "Durante la prima fase, il coronavirus veniva visto all’estero come un problema solo italiano. In quel momento abbiamo vissuto delle reazioni penalizzanti che sono andate a squalificare i prodotti made in Italy. Nelle prime settimane della crisi, alcuni paesi partner dell’Unione europea hanno avuto reazioni di chiusura nei nostri confronti: ad esempio, l’Austria con il blocco delle frontiere ha creato una sorta di collo di bottiglia per i trasporti. Così anche Romania e Bulgaria ci hanno fortemente penalizzato, restringendo la circolazione dei nostri prodotti o chiedendo certificazioni capziose. Abbiamo superato questa fase grazie alle dichiarazioni ufficiali degli organismi scientifici e dell’Efsa e, successivamente, quando l’epidemia ha coinvolto tutti i paesi europei, l’Italia è passata da 'colpevole' a 'primo paese che ha concretamente affrontato l’emergenza'", ricorda."Se abbiamo quindi avuto delle flessioni nell’export a causa della chiusura dei paesi partner, con la riapertura dei mercati immaginiamo una ripresa e, insieme alla Farnesina, abbiamo deciso di rendere l’alimentare protagonista di questa fase di rilancio. Sarà infatti importante comunicare all’estero il made in Italy come sistema, raccontando tutti gli aspetti valoriali del nostro paese: il territorio, la moda e ovviamente l’alimentare", sottolinea."Sono quindi ottimista e penso che grazie al coordinamento di tutti gli attori del sistema: Ice, Sace, le nostre ambasciate e le nostre organizzazioni, riusciremo a recuperare, perché il made in Italy continua ad essere sempre un’eccellenza", conclude.

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