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di Gianni Pardo

Forse dei problemi in casa d’altri non bisognerebbe mai parlare. Come ammonisce un proverbio siciliano: “Nessuno conosce i guai della pentola se non il mestolo che vi gira dentro”. E tuttavia, quando un fenomeno si riproduce più volte nella storia, diviene lecito trarne qualche insegnamento. Il problema dei “grillini”, e delle loro espulsioni benedette dal Grande Capo Incontestabile, ha un sapore di déjà vu. Abbiamo già visto le espulsioni di coloro il cui fervore non era sufficiente; abbiamo già visto gli eroi della prima ora, dichiarati traditori; abbiamo già visto fucilare galantuomini che neanche davanti alle canne dei fucili rinnegavano il nome del Grande Capo Incontestabile.

Solo a ricordarli, questi eventi degli Anni Trenta del Secolo scorso, si hanno ancora fremiti di orrore. E tuttavia non tutto può essere attribuito alla totale insensibilità morale di un criminale come Stalin. Nel caso del comunismo come di qualunque altra teoria religiosa, tutto dipende dal valore attribuito all’ideale. Nel mondo occidentale a nessuno verrebbe in mente di punire a frustate una donna, se tradisce il marito. Invece, in nome della religione, ancora oggi nel mondo islamico si lapidano le adultere e non bisogna dimenticare che l’onore di lanciare le prime pietre è attribuito ai parenti più stretti: proprio per dimostrare quanto di più essi stimino l’ordine del Profeta e l’onore della famiglia rispetto ai sentimenti di affetto e pietà che potrebbero nutrire per la colpevole. Tutto ciò nell’Occidente civile suona esotico, barbaro ed arcaico.

Da noi la religione non suscita più, da secoli, istinti assassini. Ma il fanatismo che un tempo ha condotto ai roghi degli eretici, o a massacri come quello dei Catari, si è spostato sulla politica. La speranza di un mondo migliore è scesa dal Cielo alla Terra e se non si è più ucciso in nome di Dio si è ucciso in nome del Partito. In ambedue i casi il punto comune è la prevalenza del valore dell’ideale astratto sul valore delle persone reali: la solidarietà umana e perfino la pietà sono sentite come colpe. Sono sintomi di una fede insufficiente. Sono il primo passo verso il tradimento. A tutto ciò si pensa a proposito del dramma in casa del Movimento 5 Stelle. Malgrado le perplessità, le proteste, le accuse reciproche e le lacrime, le colpe degli espulsi rimangono insignificanti. Il loro peso si comprende solo considerandole a fronte di un’ideologia purissima, da mantenere immacolata, a qualunque costo. Purtroppo, nella realtà essa è assurdamente concentrata nell’opinione – magari cangiante – di un singolo uomo. E questi non ha, come De Gaulle, riscattato l’onore di un grande Paese raccattandolo dal fango ed issandolo come una bandiera, ma più semplicemente è riuscito a dire mille volte, eroicamente, “Vaffanculo”, e a scandalizzare le suore di clausura. Ed ora questa incarnazione del Verbo non tollera che lo si contraddica o si evidenzino i suoi errori.

Nel caso specifico, Grillo non voleva incontrare Matteo Renzi nei contatti per la formazione del nuovo governo. Poi, essendosi imprudentemente rimesso alla Rete (altra astrazione incontestabile) è stato da essa costretto ad andare ma, disobbedendo all’ordine ricevuto, non solo non ha parlato con Renzi (nel senso che lo ha soltanto insultato), non gli ha nemmeno permesso di dire la sua. E poi pretendeva che nessuno lo constatasse. Il M5S è una caricatura di molte cose: dell’idolatria del Capo; dell’Ideale Intangibile; del giacobinismo disorientato; della crudeltà dei fanatici. Ed è per questo che i suoi parlamentari fanno tenerezza. Malgrado qualche barba bianca, è chiaro che non hanno studiato storia. Come certi ragazzi, credono alle soluzioni drastiche e facili. Non hanno nemmeno letto “La Fattoria degli Animali”. Credono infatti all’egualitarismo ingenuo - uno vale uno! - e oggi scoprono che alcuni sono più uguali degli altri. Nel loro caso qualcuno è talmente poco uguale agli altri che è peccato mortale azzardare qualche critica. Beppe Grillo sembra sognare di essere il Dittatore d’Italia e il suo comportamento ricorda ancora una volta vicende del secolo scorso. Uomini che sembravano miti borghesi sognatori, personaggi di seconda categoria, imbianchini o ex seminaristi senza titoli o qualità, si rivelarono ad un tratto, avendone la possibilità, capaci di trasformarsi in flagelli indimenticabili per millenni. E profittando dell’ingenuità – se non della stupidità – del prossimo, trovarono non solo stuoli di seguaci ma persino migliaia di volenterosi assassini nel loro nome. Vessilliferi di un’intolleranza che spesso inghiottiva anche loro. Le vicende del M5S possono sembrare insignificanti e magari lo sono. Ma non per chi ha studiato storia.

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