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Libri & Editori
Filippo Roma: "Ecco cosa significa essere un inviato delle Iene"

Cosa significa essere un inviato delle Iene, uno dei programmi più famosi e seguiti dal pubblico televisi­vo? Filippo Roma, militante fedelissimo da dieci anni e protagonista di più di duecento servizi “ieneschi”, nel suo primo libro (pubblicato da Editori Internazionali Riuniti) svela gli inediti retroscena delle interviste, gli inse­guimenti, gli scoop e le inchieste a carico di persone comuni, ma soprattutto di politici e di personaggi fa­mosi, che più hanno segnato la sua carriera, che han­no avuto maggiore eco, sconvolto l’opinione pubblica o addirittura dato il via a provvedimenti legislativi. Memorabile l’episodio in cui Gabriella Carlucci lo strattona per i capelli per dodici minuti di fila, prima di lanciarsi in una folle caccia per le vie di Marghe­rita Di Savoia per impossessarsi del filmato. E come dimenticare l’incredibile “film d’azione” girato con Luca Barbareschi, tra il furto di un cellulare e un in­seguimento in mare, tra una scena da O.k. Corral nel porticciolo di Filicudi e una fuga notturna per salvare la preziosa registrazione? Ma in questo libro che è un po’ diario e un po’ biografia, un po’ romanzo e anche un po’ cinema, non solo si ride: ci si emoziona e ci si commuove. Perché intervistare tante persone diverse significa ascoltarle e scoprire che anche dietro la storia più torbida, i comportamenti più inaffidabili e i più ostinati fuorilegge c’è un’umanità che travalica qualsi­asi giudizio definitivo. E anche la Iena più implacabile ne trae di volta in volta un indimenticabile significato.

L'AUTORE - FILIPPO ROMA è nato a Roma nel 1970. Da dieci anni è inviato del programma televisivo Le Iene, e i suoi servizi sono tra i più famosi per le incredibili e avven­turose interviste a scapito di politici e personaggi dello spettacolo. È stato co-sceneggiatore del cortometraggio di Mario Monicelli Topi di appartamento. Diario di una Iena è il suo primo libro.

LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN CAPITOLO
(per gentile concessione dell'editore)

Capitolo 1 Il Successo è una lunga pazienza

 

Voi, a trentaquattro anni suonati, con una moglie a carico, un bambino da mantenere e una figlia in arrivo, lascereste mai un posto fisso e ben remunerato per un lavoro incerto e mal pagato?

Forse voi no, ma io l’ho fatto. Era il 2004 e nel giro di un quarto d’ora decisi di abbandonare una comoda scrivania da responsabile marketing in un importante gruppo editoriale con tanto di contratto da dipendente e uno stipendio decente, per buttarmi sulla strada a fare l’inviato per il programma Le Iene dove, almeno per i primi tempi, avrei guadagnato pochissimo e senza alcuna garanzia. Ma quello era il tipo di lavoro che volevo fare da sempre e mai scelta nella mia vita fu così semplice.

Se faccio srotolare il tempo all’indietro, posso affermare che la prima pagina del mio Diario è stata scritta una sera del 1985, quando mancavano ancora dodici anni all’inizio delle Iene e io facevo il quinto ginnasio. Quella sera mio padre era tornato a casa dal lavoro portando con sé uno scatolone dal contenuto a prima vista incerto.

«L’ho comprata per la famiglia, possiamo usarla tutti».

Mentre diceva queste cose io mi ero già avventato sull’involucro, l’avevo scartato e avevo deciso che l’oggetto che ne era spuntato fuori sarebbe stato solo mio. Si trattava di una telecamera. Una Seleco EC 30, uno dei primi modelli di handycam che erano stati messi in commercio in Italia. All’epoca un prodigio dell’elettronica, oggi un buon pezzo vintage. Una videocamera nella mia vita non l’avevo ancora mai vista. Fino a quel giorno, infatti, quando a casa mia si trattava di immortalare compleanni, battesimi e matrimoni, spuntava la celebre cinepresa “super 8”. Il problema però era che prima di poter vedere le immagini girate passavano giorni e giorni. Bisognava innanzi tutto portare la bobina dal fotografo, aspettare che la sviluppasse, poi andare a ritirare la stampa, portarla a casa e finalmente si poteva passare alla visione. Ma non era finita qui. Per vedere il filmato occorreva allestire un piccolo schermo tipo cinema su cui proiettare le immagini. La telecamera invece prometteva una strabiliante novità. Tutto quello che riprendevi lo potevi rivedere subito nella tua televisione senza aspettare i lunghi tempi di sviluppo e stampa. Bastava collegare telecamera e tv con dei cavi ed ecco che nel piccolo schermo del salotto di casa, oltre alle facce di Pippo Baudo, Corrado e Mike Bongiorno vedevi spuntare i volti di nonno, mamma e zia Maria.

Da quella famosa sera, la telecamera divenne la compagna della mia adolescenza. Passavo le giornate a filmare qualsiasi cosa: le stanze di casa, mia madre che cucinava, mio nonno che dormiva sulla poltrona. Poi iniziai a condividere questo interesse con Paolo, Andrea e Alessandro, miei compagni di classe nonché gli unici amici che avevo. Una mattina portai la telecamera a scuola e passammo l’ora di italiano a riprendere la consegna dei compiti in classe intervistando i nostri amici per avere le reazioni a caldo di fronte al voto appena ottenuto. Da quel giorno scattò la scintilla anche per loro e iniziammo a fare video di ogni tipo anche fuori dalla scuola. Nel girare i nostri filmati ruotavamo nei ruoli. Ognuno di noi a turno era cameraman o attore. Il nostro debutto da reporter fu nella realizzazione di un’inchiesta un tantino blasfema. Paolo riprendeva e io chiedevo ai passanti: «Ma lei crede alla Verginità della Madonna?» La cosa incredibile era che quasi tutti si fermavano a rispondere alla nostra insensata domanda e c’erano pure alcuni che mettevano in dubbio la sacra verità dicendo che no, non ci credevano.

A questo seguì un video, diciamo, sperimentale. L’idea che ci è venuta era quella di riprendere un furto in tempo reale. E i ladri saremmo stati noi. Quel pomeriggio io e Andrea entrammo nella Standa. Iniziammo ad attraversare i vari reparti. In quel caso a filmare ero io e Andrea raccontava di fronte all’obiettivo, a un ipotetico pubblico di casa, l’azione che di lì a poco avrebbe compiuto. A un certo punto si fermò davanti allo scaffale delle merendine. Afferrò una confezione di “Girella”, la mostrò alla telecamera e con nonchalance l’aprì. Poi tirò fuori una merendina e la scartò. Stava per dare il primo morso quando fummo raggiunti da due tipi della vigilanza interna. Il problema era che all’epoca le telecamere avevano iniziato a installarle anche nei supermercati proprio per spiare gli stronzi come noi. Fummo costretti a pagare il prezzo dell’intera confezione aperta e senza tante cortesie ci sbatterono fuori.

 

(continua in libreria)

Tags:
diario di una ienafilippo romaeditori riunitile iene
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