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La commedia di Giovanni Cocco racconta una provincia in cui il tempo si è fermato...

LA TRAMA - Primi anni ottanta. Sulla sponda occidentale del Lago di Como, nel triangolo soleggiato compreso fra Menaggio, Bellagio e l’Isola Comacina, dentro il quadro fastoso del turismo internazionale e dei grandi personaggi che vi hanno soggiornato (Liszt, Stendhal, Churchill, Hitchcock e l’ex cancelliere tedesco Konrad Adenauer), vanno in scena le piccole vicende della Tremezzina. In quella provincia italiana in cui il tempo sembra essersi fermato e dove l’opulenza degli alberghi di Cadenabbia e di Villa Balbianello sembra lontanissima, irrompe sulla scena il piccolo borgo di Mezzegra. Qui sono in gioco le dispute fra parroco e sindaco, le grazie non ancora onorate di Angela – l’organista –, la moto rombante dell’anarchico Bernasconi che quelle grazie vorrebbe onorare, le feste di paese, i traffici illeciti con la vicina Svizzera, e poi corriere, biciclette, l’epopea del volo in idrovolante, milanesi e teroni, battelli della Navigazione Lago di Como e una galleria di personaggi irresistibili. È proprio questo mondo che viene scosso dalla sparizione della statua della Madonna del Carmine. Chi ha commesso questo atto sacrilego? A che scopo? Dove sarà stata portata la statua? Il bravo don Luigi, erede di tutti i curati di campagna che hanno lasciato traccia nella letteratura e nel cinema, non perde le staffe, cerca di capire, indaga, interroga e non dimentica che “il diavolo è nel dettaglio”.
Una commedia degli errori che, in forza della macchina dell’indizio, lascia trapelare piccoli segreti, calde passioni, speranze e appetiti inconfessabili.

L'AUTORE - Giovanni Cocco è nato a Como nel 1976. Ha pubblicato Angeli a perdere (No Reply, 2004), La Caduta (Nutrimenti, 2013; premio selezione Campiello),  Ombre sul lago (Guanda, 2013, in coppia con Amneris Magella). I suoi romanzi sono in corso di traduzione in una decina di paesi. Vive a Lenno, sulla sponda occidentale del Lario.

LEGGI SU AFFARI ITALIANI LE PRIME PAGINE DEL LIBRO
(per gentile concessione di Feltrinelli)

Prologo

Sulla sponda occidentale del Lago di Como, nel territorio compreso tra Cernobbio e Domaso, esiste una regione chiamata Tremezzina, che include, risalendo la strada Regina verso nord, gli attuali comuni di Colonno, Sala Comacina, Ossuccio, Lenno, Mezzegra, Tremezzo e Griante. Identificata in questo romanzo come luogo dell’anima e non come circoscrizione territoriale, la striscia costiera del Lago di Como è diventata, a partire dalla fine del Settecento, meta di turismo aristocratico e luogo di soggiorno per celebrità provenienti da tutta Europa. I nomi delle dimore sono famosi nel mondo: Villa Carlotta, Villa Balbianello, Villa Balbiano, Villa Sola Cabiati, Villa La Collina. Senza dimenticare Villa d’Este a Cernobbio. Nel tempo vi hanno soggiornato personaggi come Stendhal, Liszt, Churchill, Hitchcock, l’ex cancelliere tedesco Adenauer. Più recentemente – e in posizione leggermente defilata, a Laglio –, George Clooney. Dal 1928 i comuni di Lenno, Mezzegra e Tremezzo hanno dato vita a quello che per vent’anni è stato il comune di Tremezzina, sciolto nel 1947. Nel dicembre del 2013 un referendum ha ribadito la volontà della popolazione locale di procedere alla fusione dei comuni (ai tre iniziali si è aggiunto quello di Ossuccio), per dare vita a una nuova entità territoriale. Di fronte alla Tremezzina, al termine di quella penisola che culmina nel Monte San Primo e si tuffa nel lago all’altezza della Punta Spartivento, c’è Bellagio. La storia raccontata in questo romanzo è ambientata a Mezzegra, l’unico borgo della Tremezzina che, non avendo sviluppato un significativo approdo a lago, è cresciuto soprattutto tra la montagna e la collina. Un mondo in cui l’orologio della Storia sembra essersi fermato.

AUTUNNO

Dal luglio 1837 al 18 marzo 1838 Franz Liszt soggiornò sul Lago di Como insieme a Marie de Flavigny, moglie del conte d’Agoult. Quella tra il compositore ungherese e la scrittrice ginevrina è una travolgente storia d’amore, scandalosa e semiclandestina, che porterà alla nascita di tre figli: una, Cosima, nacque proprio a Como il 25 dicembre 1837. “Quando scriverete la storia di due amanti felici, scegliete come ambiente le rive del Lago di Como,” scrive Liszt a un amico in una lettera inviata da Bellagio il 20 settembre dello stesso anno. Da mesi, ormai, la coppia ha stabilito il proprio buen retiro nella Villa Melzi di Bellagio, dove i celebri platani li pongono al riparo dal chiacchiericcio e dai pettegolezzi della società mitteleuropea. I mesi sul Lago di Como – mesi di passione, tenerezza e trasporto – culminano nella visita a Villa Sommariva (l’attuale Villa Carlotta di Tremezzo), dove ammirano il “magnifico bassorilievo di Thorwaldsen”; in quella alla Pliniana, “in fondo a una delle insenature più remote del lago”; in quella a Villa Serbelloni, “i cui larici cupi ondeggiano al vento”. Del soggiorno lariano vanno ricordati un concerto che il pianista tenne al teatro Sociale di Como il 29 dicembre 1837 – in cui eseguì la serenata L’orgia fantastica di fronte a un pubblico estasiato, che in quell’occasione afferma convinto: “forse in Como non si udirà più un consimile eccellente pianista” – e la serenata che i conti Belgioioso dedicarono alla coppia. è una sera d’estate, Liszt e Madame d’Agoult sono a Bellagio. L’aria è tersa, il lago placido, le luci della sera stanno per lasciare il posto alla notte. I due si preparano per uscire in barca. A un certo punto della traversata, sul battello su cui viaggiano gli amanti irrompono tre tenori dilettanti, ingaggiati dai conti nei paesi rivieraschi. Intonano, in forma di serenata, un brano del Guglielmo Tell. Anni dopo, Liszt scriverà: “Non ho mai sentito nulla di paragonabile a queste tre voci portate sulle acque, che si elevano e si perdono nella notte stellata”.

1. Le campane della chiesa di Sant’Abbondio rintoccarono otto volte. Lungo la strada che da Palazzo Brentano conduceva fino al lavatoio e poi alla parrocchiale, all’incrocio tra le frazioni di Giulino e Bonzanigo, Angela Bordoli affrettò il passo, stretta nello scialle che le cingeva le spalle arrivando poi fin su in alto a toccare il bavero alzato del cappotto. Faceva freddo sul lago, e lungo salita Sant’Anna non aveva incontrato anima viva. Angela Bordoli era l’organista del paese. L’unica persona, oltre a don Luigi, ad avere accesso nei giorni feriali alla piccola porta che da un’ala della canonica conduceva fino all’organo della chiesa. Aveva studiato pianoforte da ragazzina, quando sua madre ogni giovedì la spediva fino a Como in aliscafo per studiare teoria e solfeggio. Di lì a poco, in coincidenza con l’inizio dell’Avvento, la corale del paese avrebbe ripreso le prove. Il che stava a significare che, a partire dal venerdì successivo, ci si doveva ritrovare in una sala dell’oratorio, con la stufa accesa, per mettere a punto i canti natalizi. Una specie di volontariato per Angela, visto che tra baritoni e soprani a stento qualcuno capiva di note e musica. Dai vetri delle case illuminate si udiva un vociare sommesso insieme al crepitare dei camini accesi. A giudicare dal profumo che arrivava fino alla strada, qualcuno nei dintorni aveva appena cenato a base di polenta e spezzatino. Nei locali dell’osteria un tizio stava bestemmiando all’indirizzo di Forlani. Nella casa del sindaco, una villetta unifamiliare con giardino e bersò, era possibile distinguere il rumore dei piatti dalla sigla dell’Almanacco del giorno dopo. Tutto il paese era in attesa della voce di Mike Bongiorno che, dopo il telegiornale, avrebbe annunciato l’inizio di una nuova puntata di Flash. Poco più sotto, davanti all’osteria Risorgimento, un paio di giovanotti in guanti e giacca a vento se ne stavano appoggiati sull’uscio a fumare sigarette d’importazione. Il tintinnare dei bicchieri era sovrastato dalla voce degli Alpini che avevano appena intonato la strofa iniziale di Vecchio scarpone. Angela controllò di avere con sé le chiavi della canonica e poi lanciò un ultimo sguardo verso il lago. Il sagrato della chiesa di Mezzegra – dalla facciata imponente – era un grazioso rettangolino a piotte e prato all’inglese. In mezzo, perfettamente centrato rispetto all’asse della basilica, campeggiava il monumento ai Caduti, una specie di obelisco cintato da piccole catene assicurate a pilastrini in ferro battuto. Oltre il sagrato, verso lago, lo spettacolo del Lario. A un tiro di scoppio, il Làvedo di Lenno con Punta Balbianello, e sullo sfondo, preannunciata dalla sagoma di Villa Melzi, la penisola di Bellagio. Angela Bordoli aprì il catenaccio d’ingresso, infilò la chiave nella serratura del portone ed entrò. Dentro sembrava fare più freddo che fuori. Dopo essersi avviata lungo la scala che conduceva all’organo, cercò di fare mente locale. Quel pomeriggio, poco prima della messa delle cinque, aveva provato un paio di brani nuovi, tratti dal repertorio di Gounod. Era intenzionata a suggerirli a don Luigi per le festività in arrivo, Natale, Epifania e Quarant’Ore. Al termine delle prove aveva scordato gli spartiti in un angolo della pedana ed era uscita con l’intenzione di recuperarli per potersi esercitare a casa nei giorni successivi. Possedeva un prezioso pianoforte verticale, un August F.rster in radica del 1937, con la meccanica scoperta, tre pedali e ottantotto tasti. Non appena fu arrivata nella balconata sopra il portone d’ingresso, laddove cent’anni prima era stato collocato l’organo, le sembrò di udire, poco più sotto, un rumore, come se qualcosa avesse urtato contro un oggetto metallico. Voltatasi all’indirizzo dell’unica grande navata della chiesa, osservò l’edificio deserto sotto di lei. Le quattro cappelle laterali e il crocifisso ligneo erano uguali a sempre. L’altare, in attesa dei fiori che sarebbero arrivati il sabato, non presentava nulla di insolito. Le balaustre disegnavano i soliti ghirigori di luce. Rimanevano solo un paio di candele accese. Pensò di essersi sbagliata. Sarà il freddo, si disse, oppure, più semplicemente, la stanchezza. E del resto, chi poteva essere così matto da andare in chiesa a quell’ora, con la nebbia e con quel freddo? Don Luigi, che quando non aveva impegni in parrocchia cenava sempre alle sette in punto e se ne andava a letto intorno alle dieci dopo aver recitato Vespro e Compieta, non era in casa. Eufrasia, la perpetua, dormiva già da un pezzo. Il sagrestano, Antonio Bilotta, abitava cento metri più in basso, dove si raccontava che mezzo secolo prima qualcuno avesse sparato al Duce e alla Claretta. Quel giovedì sera il parroco era dovuto uscire in fretta e furia poco prima delle sette. Lo avevano chiamato ad Azzano per portare l’estrema unzione a Emilio Botta, ottantacinque anni, ex fabbro del paese, le cui condizioni erano andate peggiorando negli ultimi giorni. Angela aveva visto il parroco l’ultima volta alla messa delle cinque, dopo la quale era solito ritirarsi nel suo studio per mettere a punto l’omelia domenicale. Si riscosse da quei pensieri. Si voltò verso l’organo, frugò attorno alla pedaliera e recuperò gli spartiti. Dopo averli arrotolati li ripose nella borsa, l’ultimo regalo di suo padre. Fu nell’istante in cui si stava avvicinando alla porta di accesso alla scala che sentì, in maniera distinta, un rumore simile a quello ascoltato in precedenza, seguito dai passi pesanti di qualcuno che si muoveva all’interno della chiesa. Ritornata sui suoi passi guardò in basso, cercando di non farsi notare. Non vide nessuno, ma sentì sbattere la porta di uno degli ingressi laterali della chiesa. Ridiscese precipitosamente le scale, arrivò alla porticina e guardò fuori, con circospezione. Il sagrato, avvolto nella nebbia, era deserto. Chiunque fosse stato, si era dileguato senza lasciare tracce. La luna, in lontananza, era una debole macchia di luce in cui le nuvole avevano disegnato il profilo di un naso adunco. Le luci della canonica erano ancora spente, segno evidente che don Luigi non era ancora rientrato. Una volta all’aperto, Angela sostò qualche attimo di fronte alla chiesa. La porta di destra era socchiusa. Il vento leggero che si era alzato dal lago la faceva sbattere contro lo stipite. Rifletté sul da farsi e valutò il pericolo che poteva correre. Poi decise di controllare nuovamente l’interno della chiesa. Se era stato un ladro doveva avere lasciato qualche traccia, magari dei segni di scasso. Oltrepassò la porticina di legno, facendo attenzione a riaccostarla senza fare rumore, e avanzò a piccoli passi lungo la navata. Buttò l’occhio verso le cassette delle offerte davanti agli altari laterali: erano in ordine. Chi si era introdotto, evidentemente, non lo aveva fatto per rubare i soldi. Sull’altare, i candelabri d’argento erano al loro posto. La porta di accesso alla sagrestia risultava chiusa. Non poteva essersi sbagliata. Era sicura di non aver sognato. Aveva sentito i passi di qualcuno. Escludendo volpi e cinghiali, doveva essere stato un uomo. Mentre scendeva i gradini dell’altare, il suo sguardo, attratto da qualcosa che nemmeno nei giorni seguenti avrebbe saputo spiegare, si spostò in direzione della nicchia in cui era custodita la statua della Madonna del Carmine. La Madonnina, come erano soliti chiamarla i fedeli. La nicchia era piena di vetri, l’intelaiatura metallica dello sportello divelta. Il tabernacolo era vuoto. La persona che si era introdotta nella chiesa si era portata via la statua della Madonnina.

GiovanniCoccoFeltrinelli
 
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