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Libri & Editori
Identità negate, desaparecidos... Il nuovo romanzo di Giovanni Greco

LA TRAMA - Le vite degli individui sono rette parallele che s’incontrano all’infinito, in un orizzonte illusorio, sono impulsi che corrono avanti e indietro, s’inseguono, talora s’intravedono o si sognano reciprocamente, più spesso si mancano. María è una mite casalinga di un barrio povero di Buenos Aires, vedova di un muratore di origini italiane. Gli uomini che hanno preso il potere in Argentina hanno fatto sparire i suoi due figli, i gemelli Pablo e Miguel, insieme a tante altre persone dissolte nel nulla. María cerca una risposta, vuole la verità, e per questo viene imprigionata, torturata, esiliata. La sua vicenda si sovrappone a quella di Mercedes, figlia e moglie di due militari di quella giunta che reprime nel sangue ogni forma di opposizione. Anche Mercedes è madre di due gemelli, Nacho e Mari. I bambini le sono stati consegnati alla nascita, figli di un’attivista politica arrestata e poi scomparsa. Sono cresciuti in una famiglia che non è la loro, all’oscuro di tutto.

L'AUTORE - Con il suo romanzo d’esordio, Malacrianza (Nutrimenti, 2012), Giovanni Greco ha vinto il Premio Calvino ed è stato finalista al Premio Strega e al Premio Viareggio. Scrittore, traduttore, attore e regista teatrale, ha tradotto Vuoti di Tony Harrison (Einaudi, 2008) e Antigone di Sofocle (Feltrinelli, 2013), ha pubblicato Teatri di pace in Palestina (manifestolibri, 2005) e ha curato, con A.M. Belardinelli, il volume Antigone e le Antigoni. Storia, forme, fortuna di un mito (Mondadori, 2010). Autore di numerosi testi e regie teatrali in Italia e all’estero, insegna recitazione in versi presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”.

Ultima madre
 

 

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Nutrimenti)

María è di quelle che i capelli si tagliano con la luna nuova perché crescono più forti. Di quelle che parlano da sole ad alta voce con i morti e ne ascoltano le risposte. Di quelle che se proprio devi buttare il pane vecchio, prima ci appoggi le labbra sopra e poi lo butti a occhi chiusi. Di quelle che si fanno il segno della croce e si baciano il pollice dicendo amen, quando vedono l’immagine di un santo o della Madonna all’angolo di una strada. María è di quelle che il dolore e la malattia non vengono mai a caso e c’è sempre chi sta peggio. Di quelle con un dito mangiato dal cane che sanno quando cambia il tempo perché, quando si fa brutto, ritornano a bruciare le stimmate. Di quelle che spazzare che è poco sporco non le dà piacere, e si è sempre lasciata un po’ di sporcizia da qualche parte, ha sempre aspettato un giorno in più del dovuto prima di ripassare la scopa, si è sempre trovata altre faccende più urgenti per poter scoprire l’ora dopo o il giorno dopo qualche granello di polvere in più. Non che ami la fatica, le ragnatele o i riccioli di polvere, dentro i quali magari si nascondono animaletti senza nome che le fanno pure schifo. No. Ma spazzare per spazzare quando è davvero pulito, che sono tre giorni e tre notti che spazza solo per far passare il tempo che non passa, è veramente una cosa che le fa girare la testa. Potrebbe farlo a occhi chiusi, in ogni caso, conosce quei pochi metri di stanza a memoria: ma non le viene da fare nient’altro, un altro dolce, un’altra preghiera, niente. Non riesce a smettere di spazzare e non riesce a smettere di grugnire, spazzando. Sorride ogni tanto, anche ora lo sta facendo, perché si vede, sente il suo respiro e sente la scopa che torna sullo stesso punto del pavimento, sullo stesso giro di mattonelle malandato: e forse è da lì che sale il riso, il sospiro, lo sbuffo, dal solletico del pavimento. Si vede sorridere con gli occhi socchiusi e allora si ferma in silenzio, come se vedesse un’altra ancora più vecchia di lei che scopa e sorride: e lei è vecchia, Dio solo lo sa quanto è vecchia, tanto che se glielo si chiede neppure lei ci crede a dirti gli anni che ha passato. Ma non vuole pensarci ora a tutti quegli anni, che non c’è proprio motivo per pensarci in questo momento che si sta passando il manico della scopa sulla fronte e sulla bocca mezza sdentata e sugli occhiali enormi che tira su: che calano di continuo, quegli occhialoni che la fanno una mosca, su quel naso minuscolo che spunta appena su un viso ancora più minuscolo per la magrezza. La magrezza: oltre il viso, le caviglie e le gambe, sottili come gli spaghi per i pacchi marroni, e le braccia, pelle e ossa, che sono tutt’uno con la scopa, e le dita delle mani, piene di macchie, girate in tutte le direzioni, come succede alle donne di quell’età. E infine c’è la pancia, quella sua pancia, quel suo ventre, come attaccato a un lungo osso spolpato, che è gigantesco, quello di una donna che conta gli ultimi giorni, maledice le ultime ore prima di partorire. Sì, una bella pancia a punta, che si dice sarà femmina, che non ci sta più sotto il vestito come tutte le pance di tutte le donne che maledicono con un sorriso gli ultimi minuti prima del parto – una pancia sopra la quale, ogni tanto, quelle mani spinose passano e ripassano e poi d’un tratto si fermano a cercare di capire se per caso non sia tutto uno scherzo quei nove mesi...
Quando non spazza, quando proprio non ce la fa più a spazzare, allora rimette in ordine che è già tutto in ordine e non ce n’è bisogno, lentamente, spolvera e rispolvera le fotografie con un panno, a una a una, le tante fotografie tutte incorniciate, piccole e grandi, che tiene in tutti gli angoli della stanza e che sono già pulitissime e brillano. Dà l’impressione, mentre spolvera, di ascoltare della musica, perché ogni tanto si ferma con quella foto in mano e chiude gli occhi, proprio quella foto lì, dondola lentamente la testa, si morde le labbra, ingoia la saliva, quella foto che non è quella che ha preso prima, è un’altra e manda un’altra musica che poi si capisce subito che la musica non c’è, che anche prima non c’era, e che non sta ascoltando qualcosa fuori di sé, ma forse solo una piccola contrazione preparatoria dentro di sé, cosa normale nelle sue condizioni. Ogni tanto va alla finestra, alla finestra della stanza di una vita che dà sulla strada, scosta la tenda, guarda veloce e poi, rimessa a posto la tenda, si fa il segno della croce e abbassa gli occhi verso i piedi, pudica. Ogni tanto mormora qualcosa, canticchia il motivetto che ha sentito prima o forse apre solo la bocca e già pare che dica qual- cosa senza davvero parlare, il verso di un animale preistorico: una preghiera, forse un nome, il nome, quel nome, sorride, ma non è davvero un sorriso il suo, pare più la smorfia di chi ha mandato giù tutto insieme un sorso bollente di mate amarissimo e spalanca la bocca che entri aria fredda – si gira all’improvviso (lo fa spesso e non se ne accorge quasi più), che ha l’impressione di essere seguita anche in casa, anzi proprio in casa, dopo tutti gli anni che l’hanno seguita fuori.
Poi si gira davvero, volendolo. Si rigira verso la finestra di una vita che dà sulla strada, scosta di nuovo la tendina, guarda veloce sulla strada di una vita, e di nuovo si fa il segno della croce, abbassa gli occhi sui piedi, si controlla, non passa mai il tempo, non passa quando aspetti quello che hai sempre aspettato e che non hai mai smesso di aspettare, e manca ormai così poco, qualche minuto, anche meno, ormai lo sa da un pezzo che quando le cose arrivano davvero è difficile che siano proprio... ma è meglio non pensarci a quello che sa da un pezzo. Anche stamattina non ha mancato di portare da mangiare ai gatti della zona come fa da tanti anni, di svegliarsi prima del sole come fosse un giorno qualunque, ritrovare i tanti doloretti che si danno il cambio la sera e la mattina, e riprendere le medicine dei doloretti della mattina che non sono quelle della sera e che delle volte si confonde (che poi che cambia quando ne prendi così tante?): quelle della pressione, del cuore, della circolazione, delle gambe, quelle per il fischio all’orecchio che è ormai un torrente con cui convive, e per il diabete, che non bisogna prendere insieme o prima di quelle per l’artrosi, ma dopo, dopo un’ora o dopo colazione non si ricorda, e poi per il mal di schiena, per le vene varicose, per la digestione, che ormai mangia così poco con tutta quella pancia che le ha spostato lo stomaco, i polmoni, i reni, l’intestino e che, a pensarci, a quella pancia enorme, a guardarsela anche di sfuggita, una se ne dimentica di tutte quelle medicine, gli effetti collaterali e gli effetti indesiderati in gravidanza, la posologia come dice la dottoressa, quella pancia da giraffa che ci vorrebbe un veterinario, altro che...
Ora si sposta, la vecchietta incinta, si muove verso il lungo corridoio che porta dalla sala da pranzo di una vita alla porta di casa di una vita, della sua piccola casa di una vita: ha sentito un rumore, il campanello, quel campanello che si è sempre sentito poco da una vita – non ha paura, non è più il tempo della paura, ne ha avuta di paura, quanta ne ha avuta di paura, ma ora trascina i piedi per il corridoio, senza paura, con le ciabatte ricucite che ha ricontrollato mille volte, la mezza sigaretta spenta in bocca, si aggiusta il fazzoletto bianco sulla testa per la millesima volta da stamattina, si sistema il vecchio vestito nero, il suo vestito da battaglia, che ha messo tutti i giovedì negli ultimi trent’anni e più e perché non oggi, anche se è finito da un po’ il giro sulla piazza che sono tutte vecchiette acciaccate, e ora le sta stretto, strettissimo, quel vestito che è nero di sole e pioggia e vento, con tutta quella pancia: è stanca, molto stanca, non dorme da un po’ di notti, da tante notti in verità, e la medicina per il sonno non la vuole prendere, quella no, che la fa sentire ancora più vecchia, gliel’ha detto alla dottoressa, con la testa pesante dei vecchi, sì, certo lei è vecchia e non sta lì a far finta che no, ma non vuole dare a vedere tutta quella stanchezza e soprattutto oggi, che non è solo quella pancia che le pesa, le pesa enormemente, quella pancia dura dura che pare di legno e il corridoio che pare senza fine, più lungo di quanto non sia, non sia mai stato per i suoi passi da vecchia, che si lasciano alle spalle la sala dove tutto è a posto, sono pronti i pasticcini, il mate e il thermos con l’acqua calda, il dulce de leche da mangiare a cucchiaini, gli alfajores che piacevano tanto a quei due da piccoli, tutto è pulito e profumato, anche l’anta della credenza che cade se non la apri bene, anche la sedia con le molle rotte che scricchiola appena ci passi accanto, prima che ti venga anche solo l’idea di sedertici sopra e... il corridoio non finisce più.

(continua in libreria)
 

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