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Libri & Editori
Il romanzo che farà discutere/ Rastello svela i lati oscuri dei "Buoni"

GLI APPUNTAMENTI

 

L'8 aprile, presso i Frigoriferi milanesi di via Piranesi, a Milano, in programma la presentazione de "I Buoni". Con l'autore interverranno Daniele Giglioli, Antonio Scurati e Francesco M. Cataluccio.

Luca Rastello presenterà il suo romanzo anche sabato 10 maggio  al Salone di Torino con Giuseppe Culicchia e Goffredo Fofi

Debutta Narrazioni, la prima collana di narrativa della storia di Chiarelettere. E lo fa con Luca Rastello (stimato giornalista torinese classe '61, specializzato in economia criminale e relazioni internazionali): il libro in questione, "I Buoni" è un testo sul male, ed è un romanzo sulla  "tentazione di fare dell'ideologia dell'aiuto un feticcio". Come spiega Rastello al Foglio, infatti, "i due feticci pericolosi di cui parlo sono la legalità e la memoria".

"I buoni" racconta con uno stile asciutto e un ritmo narrativo che non cala mai la storia di Aza, una ragazzina che dai bassifondi dell'Est Europa, approda in una comunità di recupero per emarginati del Nord Italia, guidata da Don Silvano, prete carismatico che si muove con la scorta e che indossa maglioni "di lana consumata".

Aza, che fugge dalla povertà e dalla violenza (da adolescente ha subito  stupri e ha abortito), in breve tempo diventerà la sua assistente. E scoprirà un mondo di "buoni" pieno di lati oscuri. A fianco dell'"uomo santo", la ragazza sarà chiamata dal prete a combatterà insieme agli altri "adepti" la "guerra santa" in nome della legalità.

Per Aza don Silvano è il padre che le è mancato. Il prete, però, è un abile manipolatore, e nella sua onlus, dove regna l'intimidazione (e dove chi non si adegue viene degradato o allontanato) a volte non tutte le leggi vengono rispettate.

Il prete viene anche denunciato per aver picchiato un ragazzo. E don Silvano si scusa così per il suo scatto d'ira: "Devo sempre sembrare forte, deciso, ho scelto, ho scelto anche di nascondere i miei limiti, ma è la solitudine l'unica cosa che posso offrire agli ultimi. Mi pesa, è la croce che mi è stata data... (...) Ho perso la pazienza, davvero... Chissà, forse in quel momento è esploso qualcosa con cui quel ragazzo non c'entrava...".

LucaRastello
 

Rastello, che nella sua carriera di giornalista ha viaggiato molto (Balcani, Caucaso, Asia Centrale, Africa, America del Sud), ha già pubblicato romanzi come "Piove all’insù" (Bollati Boringhieri, 2006) e inchieste come  "Io sono il mercato. Teoria, metodi e stile di vita del perfetto narcotrafficante" (Chiarelettere, 2009) e "Binario Morto", con Andrea De Benedetti (Chiarelettere, 2013). Va aggiunto anche che l'autore de "I Buoni" ha lavorato nel Gruppo Abele di don Luigi Ciotti fino alla metà degli anni '90, e ha diretto la rivista Narcomafie. Sul Foglio, Adriano Sofri ha scritto che nella Onlus del libro si potrebbero riconoscere proprio "l'associazione di don Ciotti e i suoi dirigenti e animatori". Sempre sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara, però, Rastello ha chiarito che non è così. Il suo, ha spiegato, "non è un pamphlet, ma un romanzo", aggiungendo: "Don Silvano è solo Don Silvano. Poi è chiaro: uso personaggi reali come paradigmi di un mondo, di un sistema di manipolazione, di sequestro delle coscienze, non come oggetto di denuncia indirizzata a qualcuno in particolare". Si definisce "disilluso", l'autore: "La disillusione è un'esperienza comune e fatale di chiunque sia entrato in quel mondo - il mondo dei Don Silvano - consegnandoli anche il tempo lavorativo, cercando di far coincidere la propria vita con un fine sociale". E' un romanzo coraggioso, "I Buoni".

LEGGI IN ANTEPRIMA SU AFFARI ITALIANI UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Chiarelettere)

Dalla strada non si vedono i fuochi, frustati dal vento che batte gli scheletri d’acciaio. Prima erano templi del lavoro, capannoni alti come basiliche o grattacieli, centrali d’energia al servizio di un sogno d’industria, officine, luoghi della fatica feriale difesi con orgoglio da quelli che dentro scontavano il loro ergastolo e sbuffavano e smadonnavano per otto ore almeno, su tre turni, ogni giorno che Dio posava sulla terra, luoghi dannati eppure desiderati. Ora la città vive una sua vita sghemba da insetto, o da serpe bastonata, un nuovo sogno sognato con meno tenacia, che moltiplica i cantieri, parassiti di un futuro terziario promesso ogni sera e rimandato, e la sua gente ora cammina di lato, scarta a ogni passo cambiando preghiera. Il sogno ha la forma di scatole di calce a poco prezzo, arancione e azzurro a sedici piani, da tirare su in fretta perché arrivano le olimpiadi e allora tutto cambierà.

Si muovono veloci, come fanno i tarli nel legno o i castori quando costruiscono in mezzo all’acqua, ma su un territorio vasto, e tanta parte rimane inesplorata, protetta per decenni dalle mura delle fabbriche, accessibili solo a orari precisi a livelli diversi, da persone con diversa qualifica. Adesso quel terreno è aperto, gli spazi un tempo inviolabili se ne stanno violati, sventrati a ridosso delle strade, la vegetazione li invade, oscena anche d’inverno, e si aprono trappole proprio vicino ai piedi di chi passa. La vecchia industria ha perso il suo pudore e si offre a chiunque, per un’ultima emozione segreta prima delle ruspe: rimane sempre qualche angolo selvatico, fra le macerie e i rovi, dove sopravvive un intero popolo alla macchia, come le blatte nelle crepe dei muri, in lenta fuga dalla colonizzazione immobiliare.

Sono i saltatori di muri. Sono loro che accendono i fuochi la notte, per scaldare buchi provvisoriamente scampati al progresso: amano le erbacce, bruciano bene quando l’inverno le ha seccate, se sono abbastanza folte coprono le loro case alla vista delle avanguardie nemiche, assi e putrelle abbandonate sui cantieri. Sono lenoni e lavoranti in nero, badanti, aspiranti puttane, piccoli ragazzi con le idee confuse, gente che chiede elemosina e gente che sfrutta e gente che fa le pulizie negli uffici vuoti la notte. E poi intere famiglie, con i vecchi: arrostiscono ali di pollo rimediate a chiusura dei mercati all’ingrosso, dove arrivano a piedi o sui pullman, pronti a piangere o saltare alla vista dei controllori.

Non andarli a cercare: la loro è una terra pericolosa, sottratta alle abitudini della città. Basta appostarsi la sera sul marciapiede e guardare le murate delle vecchie fabbriche, e allora li vedi saltare. Volano al di sopra dei muri e atterrano sul marciapiede flettendo le ginocchia, scarpe da ginnastica o talloni nudi: iniziano il turno oppure hanno due soldi da spendere e vogliono per sé almeno una fetta della grassa notte di questa città occidentale. Saltano a uno a uno, per non farsi vedere troppo, hanno capito la mente del luogo che rifiuta quel che si nota e apprezza chi tace. Hanno addossato pedane di fortuna alle mura dei loro fortini, sul lato interno, e le usano come trampolini. Sono pochi a vederli, per ora: la città ha gli occhi impastati del suo magnifico futuro, pattini d’argento, sorriso di architetti, la cravatta dell’assessore ottimista.

Saltano solo i più giovani, i vecchi restano nei vani inesplorati ancora qualche tempo, arredano minuscoli spazi, sempre pronti a retrocedere progressivamente, come un esercito prudente davanti a un nemico con cui non è bene ingaggiare battaglia, smontano e rimontano i piccoli appartamenti che hanno inventato in mezzo ai detriti. I saltatori invece non amano i vani, abitano grandi capannoni, micidiali alla sferza del vento, loro si accucciano e, se possono, dormono. Quando possono, come fanno i soldati. Le famiglie dormono in un modo diverso: sono ammalate di quiete e villaggio, e grattano dentro stanze a piastrelle, fra le turbine di una centrale in disuso, negli ex chioschi per i guardiani o nelle palazzine degli uffici, appendono mensole di latta, attaccapanni, hanno lettini di ferro da mettere al riparo dove c’è appena un po’ di soffitto, la cucina economica a bombola, anche fiori per quel che rimane di una finestra. E inventano simulacri di casa, con simulacri di soglia, i vecchi si siedono a guardare la fangaia, e a registrare la vita che scorre tra le future macerie come in una piazza. Qualcuno appiccica candele sottili a quel che resta di un muro, qualche sguardo si alza verso il cielo.

Pagano anche l’affitto: di tanto in tanto arrivano i mediatori, uomini esperti, con la giacca, e tengono lo sguardo un po’ di lato, per assicurarsi che non venga nessuno a interrompere. Portano sempre la stessa notizia: i costruttori si avvicinano, bisogna togliere tende, smontare le mensole, ma c’è un altro piccolo spazio un po’ più in là, più in fondo, appena al di là dei rovi. E allora gli abitanti delle vecchie fabbriche riprendono la ritirata nel fango, come fanti slavi di un imperatore già morto.

Magari c’è posto anche dietro il carroponte, è solo questione di soldi, pochi per altro. E intorno fioriscono ancora nuovi parallelepipedi arancioazzurri per classi medie, disposte alla proprietà a prezzo contenuto, che per ora non esistono. Verranno su anche loro, come i rovi, l'assessore e l'architetto a ricordargli di esistere, accordarli sul diapason del brillante futuro cablato, terziario e fluido. In città il denaro gira ormai soltanto attraverso le mani dei costruttori.

Aza corre a perdifiato lungo le linee di questa fuga, a margine della città segreta dei saltatori: lei la vede come uno spazio tagliato da luci abbaglianti, improvvise. Quando può ferma il tempo su questa terra di nessuno, conosce il segreto del sonno e delle sue soglie, dove non sai mai bene dove sei, e neanche chi sei, bambino o uomo, amante abbandonato o soddisfatto o vecchio solo o parente assopito sulla seggiola di un ospedale. È questo ora il suo rifugio, senza colla e senza i canali, senza l’abbraccio caldo di Adrian e della sua gente, Aza dorme. Adesso può farlo ovunque, in qualunque ora del giorno o della notte, si acquatta e dorme subito, fino al fondo di sé. A volte si sveglia con quella sensazione insoddisfatta, derubata, dei bambini che credono di avere appena chiuso gli occhi. Dorme ogni volta che riesce a scavare una nicchia fra i rottami del capannone, e nelle case altrui e, se fa caldo, all’aperto, nei gerbidi di prima periferia dove non passano le ronde. Chiude gli occhi e si possiede per intero, così perfettamente: per pochi, brevi minuti tira di spada come un cavaliere medievale, cuce un abito da sposa colossale, e tende ricamate per una casa piena di luce, cammina su tacchi da vertigine, segna gol in rovesciate volanti e para rigori nella finale dei mondiali, corre in formula uno, si tuffa in piscine sospese in aria, attraversa il Mediterraneo su navi da crociera o libera la sua terra dai turchi cavalcando criniere volanti sopra certe valli vertiginose al confine dei Carpazi, facendo fruttare quei segnetti luminosi che ballano nell’occhio chiuso, lasciandoli danzare e componendo immagini con la mente. (Se il sogno continua anche quando dormi, porta fortuna). L’arrivo del sonno la rende golosa.

È in Italia da tempo, salta i muri con la sua eleganza d’acrobata, ha anche lavorato per i mediatori dell’affitto clandestino, riscosso, fatto i conti. Ha stretto amicizie, sa annusare la violenza quando arriva e si fa trovare sempre un passo a lato.

(continua in libreria...)

Tags:
luca rastelloi buonichiarelettere
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