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Libri & Editori
Michele Navarra, nuovo maestro del thriller italiano: "Solo Dio è innocente"

Michele Navarra è un avvocato penalista, ma la passione per la scrittura è sempre stata nel suo Dna. Tanto più se ogni giorno ti ritrovi ad avere a che fare con un microcosmo così ricco e avvincente, da fornire moltissimi spunti per storie, racconti e romanzi, poiché – come ben sappiamo – talvolta la realtà supera la fantasia.

Apprezzatissimo da Gianrico Carofiglio – che raramente si sbilancia su un thriller, ma le opere di Navarra le consiglia senza remore – Michele ha inventato la figura dell’avvocato Alessandro Gordiani e gli ha poi costruito attorno un mondo di crimini e pene, processi e indagini, omicidi e pentimenti.

“Solo Dio è innocente” è la sua ultima opera uscita in libreria per Fazi Editore: tra la Sardegna più selvaggia e la Roma degli studi legali, si sviluppa una vicenda che riporta in luce gli istinti primordiali e ci fa riflettere sulla natura stessa dell’essere umano. Un romanzo a tinte forti, coinvolgente, mai banale; una storia senza scampo in cui le colpe dei padri ricadono inevitabilmente sui figli. Affari Italiani lo ha intervistato a proposito del suo nuovo libro e ha colto l’occasione per affrontare il delicato tema della giustizia. 

 

Michele ci racconti come ha preso avvio questo progetto?

“L’idea di scrivere questo romanzo è nata per caso, nell’estate di tre anni fa, mentre passeggiavo per la campagna sassarese. Ho visto in lontananza un trattore, fermo sopra un campo inondato di sole e disseminato di balle di fieno. La mente è ritornata a un vecchio caso di cui mi ero occupato all’inizio della mia carriera professionale, nascosto nelle pieghe della memoria: un omicidio accaduto in un’altra parte dell’isola rispetto a quella in cui ho ambientato il romanzo, una vicenda del tutto diversa nell’antefatto e negli sviluppi e ancora più efferata rispetto a quella che poi ho deciso di raccontare. Qualche tempo dopo, la storia ha cominciato a prendere corpo, con i suoi personaggi e i suoi snodi narrativi, e piano piano si è trasformata in un romanzo”.

La Sardegna selvaggia e primitiva è quasi coprotagonista del romanzo. Qual è il tuo rapporto con questa terra?

“La Sardegna è un luogo magico, carico di un fascino potente e misterioso, lo stesso che peraltro possiede anche la mia città, Roma, sia pure per motivi diametralmente opposti. Raccontare una vicenda legata all’applicazione del c.d. codice barbaricino – una legge antica, per certi aspetti violenta, e ormai per fortuna anacronistica e caduta in desuetudine – rappresentava una sfida e una tentazione cui era difficile resistere.

Ho sempre avuto un rapporto particolare con l’isola, perché lì vive una donna straordinaria, una delle persone che mi hanno cresciuto, Domenica, cui ho dedicato il libro. Vado a trovarla ogni anno, da quasi trent’anni, approfittando ogni volta per girare e vedere posti nuovi, quindi ormai posso dire di conoscere bene quasi tutta l’isola. In più, mia suocera è nata e cresciuta a Fonni, dove ancora conserva la vecchia casa dei genitori, un paese delizioso e antico. Quindi, avevo il vantaggio di poter parlare di luoghi che amo e di cui ben conoscevo il fascino e il mistero”.

Hai dichiarato che non sempre i concetti di legge e giustizia coincidono. Puoi spiegarci meglio cosa intendi?

“Cercherò di spiegarlo con un esempio. Prendiamo un caso di legittima difesa, vera o presunta, in cui ci sia un aggredito che uccida un aggressore. Supponiamo che l’aggredito avesse una pistola, mentre l’aggressore soltanto un bastone. Ipotizziamo anche che l’aggredito sia una donna esile, che dispone di un cellulare, mentre l’aggressore sia un energumeno in perfetta forma fisica. E già che ci siamo, diciamo che l’aggressione avviene di notte, in un luogo semi-isolato, ma abbastanza vicino a un gruppo di palazzi.

Con i parametri che ti ho fornito, se tu avessi voglia di fare un sondaggio, troveresti più o meno il cinquanta per cento delle persone che ti direbbero che l’uccisione dell’uomo deve ritenersi ingiustificata, perché lui disponeva solo di un bastone mentre la donna di una pistola, con cui avrebbe potuto minacciarlo o semplicemente sparargli alle gambe per poi chiamare aiuto col cellulare. Il restante cinquanta per cento delle persone, invece, sosterrebbe che quella poveretta non aveva certo tempo per ragionare con lucidità, che non avrebbe potuto essere sicura di riuscire a fermare l’uomo qualora avesse provato a colpirlo alle gambe, che non poteva essere sicura che le sue invocazioni di aiuto sarebbero state ascoltate e via discorrendo e che quindi nessun rimprovero può esserle addebitato.

Ecco, ti posso assicurare che un giudice – che è una persona umana come tutti noi – con questi esatti parametri, al termine di un processo, potrebbe sia assolvere che condannare la donna per omicidio, applicando correttamente la legge in entrambi i casi. Ma sia in un caso che nell’altro, qualcuno potrebbe poi affermare – e giustamente – che non è stata fatta giustizia, che il risultato del processo è ingiusto.

Potrei farti tanti altri esempi simili, perché, nonostante una certa tendenza a una sorta di “manicheismo giudiziario”, dove le posizioni sono sempre nette e le cose sono o bianche o nere, purtroppo bisognerebbe invece abituarsi a muoversi in una zona grigia, perché quello è il colore che molto spesso prediligono le vicende giudiziarie. Ed è proprio questo uno degli aspetti su cui cerco di far riflettere nei miei romanzi”.

Si parla molto di riforma della giustizia, corruzione, cittadini scontenti. Qual è il tuo parere sul sistema giudiziario italiano?

“È davvero una domanda difficile cui rispondere e soprattutto ci vorrebbe molto tempo e molto spazio. Credo che attualmente il sistema giudiziario italiano funzioni male, con tanti problemi al suo interno, dovuti soprattutto al gran numero di processi da celebrare – sia in ambito penale che in ambito civile – nonché alla scarsità di mezzi a disposizione, di risorse e di personale. Attendere anni prima di conoscere l’esito di un processo è una cosa profondamente sbagliata e ingiusta per il cittadino, non c’è nemmeno bisogno di spiegare questo concetto.

Spesso, purtroppo, lo si capisce solo una volta finiti nell’ingranaggio della giustizia. Le conseguenze problematiche della lentezza dei processi, soprattutto in ambito civile, sono anche di carattere economico, perché non è davvero possibile aspettare anni per sapere se si ha torto o ragione in giudizio.

Peraltro, l’efficienza del nostro sistema giudiziario è disorganica, si potrebbe definire “a macchia di leopardo”, perché varia non solo territorialmente, da Foro a Foro, ma anche all’interno di uno stesso distretto giudiziario, dove ci si può imbattere in realtà virtuose così come in realtà… disastrose. Come puoi immaginare, non ho soluzioni o ricette magiche da fornire, ma credo nessuno sia in grado di farlo”.

Avvocato e scrittore. Quando e come nasce la tua passione per la scrittura?

“La mia passione per la scrittura nasce quasi quindici anni fa, per esorcizzare un malessere di fondo che provavo e che sentivo crescere nei confronti della mia professione e del mondo giudiziario in generale. E inoltre per spiegare alle persone – in modo possibilmente semplice, scorrevole e non noioso – come funziona davvero il processo penale italiano, che, come ripeto spesso, è straordinariamente avvincente e spettacolare, se raccontato con il giusto livello di tensione narrativa. Quale miglior strumento di un romanzo e di un avvocato “di carta” per raggiungere questi obiettivi?”

Prossimi progetti letterari nel cassetto?

“Scrivere un nuovo romanzo con protagonista Alessandro Gordiani naturalmente! Ho già in mente una storia, che mi sembra bellissima, anche se molto ingarbugliata, ma bisognerà vedere se sarò in grado di svilupparla nel modo giusto…”

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