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Libri & Editori
Tra “Vattelapesca” e “Non so cosa”. Ma è sempre Holden. È sempre “il libro”…

di Christian Soddu
(editor e fondatore di www.westegg.it)

C’è una terra misteriosa tra «Vattelapesca» e «Non so cosa», tra la prima storica traduzione del Giovane Holden e quella che oggi leggiamo a firma di Matteo Colombo. Uno spazio abitato da fantasmi, anni finiti chissà dove, dopo una remota lettura adolescenziale e prima dello sguardo da sommelier con cui oggi sfogliamo e subito diciamo «molto meglio così», con tristezza, però, ché a quel «Vattelapesca» siamo affezionati come al ricordo della nostra bicicletta con lo schienale della sella allungato, che ora non si usa più. Su questo stesso spazio ci sembra di camminare, man mano che ci aggiriamo tra i corridoi e gli incroci ad angolo retto dell’edizione 2014 del Salone del Libro di Torino. Lo stesso sentimento, la stessa nostalgia mentre intravediamo fantasmi che non riusciamo a decifrare… Eccoli, sono i libri. Oggetti che un tempo bastavano a loro stessi. Oggi no. Quando il libro fa il libro, abbiamo gli stand, piccoli o grandi che siano, strutture stolide e immutabili come i vecchi, ridimensionati grattacieli di New York, la cui pianta ricorda tanto quella del Salone. E gli stand sono affollatissimi, questo è poco ma sicuro. I dati indicano un incremento del numero dei visitatori e delle vendite, quest’anno. Ma cifre e percentuali lasciamole ad altri… Qui si parla di ciò che non serve più, e di uno strano fenomeno: il libro quale organismo costretto, per sopravvivere nell’ecosistema spietato che gli è germogliato attorno, ad accompagnarsi a qualcosa d’altro. Come un cieco, il libro ha oggi il suo cane-guida, ed è quest’ultimo ad attirare la nostra attenzione più del volto dietro le lenti scure. Dunque, tanta gente, sì, ma per cosa? Per assistere a una deambulazione destinata a finire in capitombolo?

No. Perché questa strana cosa che è il libro sa scegliersi gli amici, e al Salone l’ha fatto sfruttando due tentazioni irresistibili: la tecnologia e la gola; il fascino ludico dell’oggetto da sfiorare, pigiare, accendere e spegnere, e il cibo, il momento d’oro del cibo “autoriale”. Un piatto o un menu, oggi, sono firmati alla pari di un libro o di un’opera d’arte. Allora ci accorgiamo che gli spazi davvero presi d’assalto, più ancora degli stand tradizionali, in questa fortunata edizione del Salone sono altri: CookBook, alla seconda edizione, conferma il successo dell’esordio nel 2013. Il libro c’è ma non si vede, nascosto dietro il gioco dei titoli – Il senso di Davide per la farina, Cinquanta sfumature di cioccolato, In Food We Trust, Detto fatto (ancor più svelto di Cotto e mangiato) –, furbescamente veicolato da alleati potenti, e sostenuto dalla speranza del pubblico di veder spuntare “re” Carlo Cracco tra le gialle quinte dello spazio espositivo. E anche se non irretiti, comunque attenti sono gli sguardi puntati sull’area Book To The Future, dove ci si esercita nel nuovo abracadabra della nostra editoria ed economia in genere: la Start Up. Anzi, solo Start Up. Fai una Start Up che ti fa bene. Start Up… e sei protagonista! Il fatto è che lo sei davvero, se il progetto è concepito bene, col guizzo che occorre a produrre business attorno all’oggetto libro che, per tradizione critica, sembra aver difficoltà a coniugare qualità e soddisfazione pecuniaria. Ecco perché non può più essere il libro – il book – da solo; è invece il FingerBook – community e service; è il GestureBook – il book «che si sfiora senza toccarlo»; è BookasFace, piattaforma per creative readers; e si parla di Libro Digitaceo, di Lettori e autori 3.0, e ci si chiede che sarebbe accaduto se Montanelli avesse avuto un tablet o Marco Polo un blog, e se Maria Montessori avesse insegnato in cloud. Per orientarsi c’è però la presentazione di un book – si ritorna alla tradizione, dunque! – anzi no, è un e-book: Start Up istruzioni per l’uso, dall’esauriente titolo. La tecnologia e le iniziative che questa consente puntano alla pancia molle dell’editoria: non il libro, ma l’aspirazione a pubblicarne uno… “Selfpublishing: i sogni si pubblicano, non si chiudono nel cassetto” è il titolo di uno degli incontri; ed ecco perché ha riscosso tanto interesse il lancio di Pub-Coder, programma con cui anche i meno esperti potranno creare il proprio e-book su più piattaforme.

Ben vengano soluzioni e invenzioni per portare il libro dove ancora non è: ovunque, integrato tra i click e i monitor di cui riempiamo le nostre giornate. Ben vengano proposte nuove, strategie per aggirare ostacoli e diffidenze. Come una traduzione ormai datata, una bici invecchiata, il libro ha bisogno di cura, di protezione a livello pubblico e sensibilità nel privato, ma anche di coraggio e idee nuove. Start Up, e-reader, flipback per leggere “in verticale” o… O non so cosa.

Vattelapesca, un po’ a malincuore, l’abbiamo superato. Conviene.

 

 

 

 

 

Tags:
holdengiovane holdenstart upeditoria librariasalone di torino
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