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Libri & Editori
Napoletano racconta il suo "Viaggio in Italia": "Non va persa la speranza"

di Antonio Prudenzano
su Twitter: @PrudenzanoAnton

L'APPUNTAMENTO A MILANO

Mercoledì 14 maggio, alle ore 18.30, presso La Feltrinelli di
Piazza Piemonte, a Milano, il direttore del Sole 24 Ore presenta il suo ultimo libro con Giannarturo Ferrari e Edoardo Scarpellini

Pochi direttori di giornale si "sporcano" le mani sul campo. Roberto Napoletano, alla guida del Sole 24 Ore, fa parte di questa ristretta cerchia. Taccuino alla mano, settimana dopo settimana, gira l'Italia, da Nord a Sud ("Restiamo un Paese spaccato in due. La novità è che il Nord, invece di crescere, tende sempre più ad avvicinarsi al Meridione...", ci racconta) e il risultato è "Viaggio in Italia - I luoghi, le emozioni, il coraggio di un Paese che soffre ma non si arrende", volume in uscita oggi per Rizzoli. "E' vero, in questo libro c'è amarezza. Ma ogni volta, anche nella difficoltà più grande, ho trovato la speranza. Quindi non parlerei di libro pessimista, anzi", spiega ad Affaritaliani.it Napoletano, già autore di "Promemoria italiano".

A cinquant'anni dal celebre reportage di Guido Piovene, il direttore del quotidiano della Confindustria ha riempito il taccuino di decine di storie e aneddoti: "Ho voluto vedere di persona le facce, i luoghi, per capire cos'è davvero l'Italia di oggi. E credo che avrà un senso rileggere questo libro quando si dovranno ricostruire questi anni terribili, gli anni della prima grande crisi finanziaria globale".

"Mai più di oggi questo Paese non ha bisogno di semplicismi e ottimismi di maniera ma del coraggio della verità per costruire un clima (solido) di fiducia fatto di consapevolezza e capacità all’altezza delle sfide cruciali che abbiamo davanti e con le quali dovremo giocoforza misurarci...", scrive nell'introduzione Napoletano. Un clima necessario per il futuro delle nuove generazioni. Non a caso, ci sono tanti giovani in questo volume. E, in particolare, nell'ultima parte ("L'Italia altrove"), l'autore racconta le storie dei tanti che hanno scelto di lasciare il nostro Paese. "Perché l'Italia spreca tutte queste risorse?", si chiede Roberto Napoletano. Che subito aggiunge: "Questi ragazzi non sono scappati, non vanno messi sotto accusa. Sono italiani di talento, che cercano una terra che li valorizzi". "In questo senso - argomenta l'autore al telefono con Affaritaliani.it - la grande sfida per l'Italia è proprio quella di diventare il Paese in cui questi giovani possono esprimersi al meglio".

Sempre a proposito di giovani, colpisce il racconto di Anna Maria  Boniello, da Capri:  "Ho sei nipoti, tutti bravi e tutti senza un lavoro vero in Italia...". E, più in positivo, colpisce anche la “fame” dei ragazzi di Ragusa, “saliti” a Milano per studiare al Politecnico.

Ma il libro di Napoletano è (anche) un viaggio nelle città italiane che cambiano e rischiano di perdere la loro anima, città in cui "spariscono gli artigiani e subentrano le grandi griffe". A questo proposito, si legge ad esempio di via Tornabuoni, a Firenze, dove non ci sono più la Profumeria Inglese e i suoi mobili d’epoca", come pure di Torino, dove "San Carlo, dal 1973 megastore unico di timbro sabaudo della moda e del design, la casa esclusiva delle famiglie bene di Torino, si sdoppia e lascia a Prada le vetrine di Palazzo Villa", e dove "crescono le insegne delle griffe made in Italy e cambiano strada quelle della torinesità come Paissa, bottega di prelibatezze" o, peggio ancora, "spariscono come Vagnino, storica cancelleria del centro...".

 

RobertoNapoletanoRizzoli
 
LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN CAPITOLO
(per gentile concessione della Rizzoli)
La speranza che Reggio Calabria  non può commissariare
«Caro direttore, ti scrivo da Reggio Calabria, città in cui ultimamente sembra commissariata anche la speranza. Spesso si parla di giovani cervelli in fuga ma a preoccupare maggiormente dovrebbero essere quelli rimasti e, come direbbe Vito Teti, etnologo calabrese autore di Maledetto Sud, malati di melanconia, costellazione di emozioni e comportamenti luttuosi, di apatia, ozio, incompiutezze. Riferendosi ai miei concittadini, Nicola Giunta, poeta vernacolare reggino, s’indignava: “Chistu è ’u paisi i “scindi e falla tu”! Ecco, se attendiamo che gli altri “scendano” a risolvere i problemi (soprattutto quando sono gli stessi che li hanno creati) continueremo a lagnarci inutilmente. Un giorno chiesi, provocatoriamente, a un lucidissimo Antonio Ghirelli, che teneva una relazione sull’esperienza di governo della Prima Repubblica, se in Italia noi, gli amministrati, fossimo davvero (come pensiamo) migliori dei nostri amministratori; mi rispose che avevo capito molto, ma avrei dovuto provare ad amministrare io. Avevo 25 anni, ho fatto tanto, ma non ho ancora (come tanti) provato. Siamo ancora in tempo?» Mario Musolino, venerdì 3 gennaio 2014, ore 23,24. L’autore di questa lettera è un lettore della «Domenica del Sole», ma prima ancora è un amico. Lui e Peppe Casile, sono i principali animatori del Rhegium Julii, uno dei più antichi premi di saggistica, narrativa e (molto) altro della Calabria, dimostrazione evidente che si può fare seriamente cultura anche in una terra così martoriata. Ho già raccontato che il primo incontro avvenne sulla pista dell’aeroporto di Reggio Calabria, dove arrivammo insieme, da Milano, io e l’indimenticato Peppo Pontiggia, poco meno di quindici anni fa, per ritirare il premio in due categorie differenti. Ricordo la scena di questo ragazzo longilineo e occhialuto che non smette mai di fare domande e spazia dall’economia ai classici della letteratura in un gioco di rimandi e battute mai banale con il saggio Peppe Casile che potrebbe essergli padre ma lo ascolta con la “devozione” e l’affetto che si riservano di solito a un fratello maggiore. Ricordo Mario che mi accompagna al liceo scientifico Alessandro Volta, una bella scuola moderna, in un’aula gremita di giovani che vogliono parlare di economia e citano come se fosse la cosa più normale del mondo questo o quello che hanno letto sulla stampa internazionale. Ricordo lo sguardo incupito di Mario mentre mi indica una scritta su un muro di Reggio Calabria (“chisti simu”), mi parla di un duo comico reggino che spopola nella tv locale, ma soprattutto mi fa capire che dietro “chisti simu”, questi siamo sottinteso questi resteremo, c’è racchiuso tutto il fatalismo di un popolo che sembra volersi arrendere prima ancora di combattere. Forza Mario, sono passati gli anni giusti, mettiti alla prova, la Calabria ha bisogno di persone come te che decidono di sporcarsi le mani e di non rinunciare a “combattere”, persone con l’umiltà e la determinazione che solo la passione civile e la discontinuità da certi ambienti possono assicurare. L’esatto contrario del fatalismo (rassegnato) di “chisti simu” è quello di cui oggi più che mai hanno bisogno la Calabria e l’Italia. Sono certo che Mario e i tantissimi Mario di cui è popolata la terra più isolata del Paese non consentiranno a nessuno di continuare a “commissariare” la speranza.
(continua in libreria)
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