Citizen journalism: il giornalismo partecipativo

Martedì, 28 settembre 2010 - 14:03:00

di Rachele Willig
Content Manager LBi IconMedialab

Nasce una nuova forma di giornalismo, figlia della rivoluzione mediatica della rete, che trasforma l’utente da audience ad attivista dell’informazione, da lettore a scrittore, relatore e divulgatore della notizia. Un nuovo sistema di editoria sociale fondato sul dialogo e sulla conversazione, dove il consumatore passivo diventa protagonista del processo informativo.
Il citizen journalism è un fenomeno partecipativo e democratico. Il suo obiettivo è rendere libera l’informazione connotandola di veridicità, affidabilità, accuratezza e pertinenza. Chiunque conosce e condivide una notizia può diventare un reporter, occupandosi in prima persona della raccolta, stesura, analisi e diffusione della stessa. In questo modo, acquista più importanza la conversazione e la collaborazione rispetto alla produttività di una pubblicazione.

L’informazione non cala più dall’alto, l’approccio si inverte e parte dal basso, trasformando il flusso ”filtra e pubblica” in “pubblica e, successivamente, filtra”. Le conversazioni si sviluppano sotto gli occhi di tutti, fluidificando la struttura editoriale, che diventa simultanea e in costante movimento.
Il giornalismo partecipativo si sviluppa in varie forme e in diversi gradi di coinvolgimento dei lettori-reporter. Steve Outing, senior editor del Poynter Institute for Media Studies, propone 11 livelli di profondità: dalla partecipazione base, che prevede il semplice commentare, alla sollecita richiesta di informazioni e contributi, fino a siti strutturati interamente dagli utenti, il tutto sottoposto o meno alla moderazione editoriale.

Il citizen journalism è tecnologia: strumenti avanzati e di facile utilizzo nelle mani di una redazione sempre online, pronta a catturare immagini e a diffonderle istantaneamente grazie a connessioni flat, videocamere e cellulari di ultima generazione. Il nuovo giornalismo garantisce una maggiore ampiezza di prospettiva, una sala degli specchi multiforme, una rete di satelliti che replica l’informazione all’infinito attraverso blog, newsgroup, forum, chat e community online.
 
We Media
È un missionario, Giulio Albanese, il probabile sperimentatore del primo giornalismo partecipativo. Nel 1997, con pochi mezzi e ancor meno soldi messi a disposizione da alcune missioni, fondò in un sottoscala Misna - Missionary Service News Agency. L’intento era quello di dar voce alle popolazioni del Sud Africa alle prese con guerre, carestie e povertà. In poco tempo Misna diventa un importante riferimento per nomi del calibro di Bbc, Cnn, France Press, Reuters, Rai e Ansa.
Oggi la rete si modella attorno alla nuova struttura editoriale: Google News è un’edicola globale che filtra notizie da migliaia di titoli di siti di informazione; My Yahoo personalizza il proprio notiziario avvalendosi delle stesse agenzie di stampa utilizzate dalle maggiori testate giornalistiche; Wikipedia, la più vasta e consultata enciclopedia collaborativa, è stata redatta da circa 350 mila autori differenti, che hanno prodotto 1.900.000 voci in più di 180 lingue, con una media di 3.758 nuovi articoli al giorno. Come scrisse Dan Gillmor, giornalista statunitense: “ I miei lettori, collettivamente, ne sanno più di me”.
I nuovi attivisti diventano una fonte di informazione affidabile ad ampio raggio. Se prima gli spicciolati contributi venivano etichettati come video amatoriali, oggi sono spesso lo scheletro informativo di una notizia.

OhmyNews.com, il più influente sito di informazione sud-coreano, con al suo attivo due milioni di visitatori al giorno, è stato uno dei primi a sostenere l’idea di cooperatività e adottare una forma di giornalismo partecipativo. “Ogni cittadino è un reporter” è il suo motto: i lettori non solo filtrano e selezionano le notizie, ma hanno facoltà di scriverle e postarle. In poco tempo, i 26.000 utenti-giornalisti registrati hanno portato OhmyNews in diretta concorrenza con le principali testate giornalistiche del paese. In Europa è AgoraVox il primo sito di citizen journalism, di cui esiste anche la versione .it.
Un esempio tutto italiano è quello di Radio Radicale e della sua iniziativa “Fai Notizia”, un nuovo servizio di giornalismo collaborativo che trae la sua ispirazione da Newsvine.com, aggregatore di contenuti prodotti dagli utenti reporter. Gli utenti scrivono, votano e filtrano le notizie: più una notizia verrà citata e commentata, maggiore sarà la visibilità dell'autore e dell'articolo. A latere, lo staff di Radio Radicale, garante della qualità e della natura dei contenuti.

Current TV è invece la MTV dell’informazione, televisione via cavo di nuova generazione fondata da Al Gore (ex vicepresidente degli Stati Uniti). Il 25% dei suoi contenuti è basata sui pods, video della durata massima di 5 minuti prodotti dai telespettatori. L’obiettivo è quello di creare una nuova connessione tra l’utenza di internet e la televisione, proponendo un modello completamente rinnovato.

La conversazione: giornalismo bidirezionale nel nome della libertà di stampa
Il citizen journalism mina lo status quo del giornalismo tradizionale, che attraversa, volente o nolente, una metamorfosi e una ridefinizione del suo ruolo. Il lettore attivo ha una funzione positiva per il processo informativo e il giornalista professionista ne trae vantaggio. A sua disposizione spunti, suggerimenti e nuove fonti, commenti eterogenei che spronano a ricercare accuratezza nelle verifiche ed etica nelle intenzioni. Il giornalista diventa moderatore attivo e non più solo relatore, creando un nuovo canale di fiducia con i suoi lettori.

Da un punto di vista pratico, il giornalismo è “una professione di raccolta, redazione e pubblicazione di notizie e articoli per giornali, riviste, televisione o radio”, il cui obiettivo primario è quello di mettere a disposizione tutte le informazioni che rendano i cittadini liberi e autonomi. L’avvento del citizen journalism nient’altro è che una democratizzazione del sistema che determina la fine del controllo oligarchico rendendolo ubiquo e libero.

La veridicità dell’informazione
Chi ci dice cosa è falso e cosa è vero? I media ufficiali pubblicano le notizie senza dare possibilità di una controverifica. Il citizen journalism introduce invece il concetto di convalida, grazie a un processo di controllo continuo da parte di tutta la comunità online. Il dibattito è sempre aperto e mai censurato: ognuno è libero di controbattere e le diversità di opinione stimolano l’approfondimento e la ricerca del vero.

Un esempio attuale e controverso è quello del sito WikiLeaks. Fondato nel 2006 da un gruppo di “dissidenti cinesi, giornalisti, matematici e informatici provenienti da Stati Uniti, Taiwan, Europa, Australia e Sudafrica”, tra  i quali Julian Assange, ex giornalista e hacker australiano che ne è oggi il portavoce, il nome WikiLeaks.com si riferisce a Wikipedia, perché utilizza lo stesso software, e alla parola inglese “Leak”, letteralmente “fuga di notizie”.
Lo scopo di WikiLeaks è diffondere informazioni che dimostrino le azioni inadeguate di governi e grandi aziende. Il funzionamento è quello di una casella postale elettronica dove chiunque può inviare materiale riservato mantenendo l’assoluto anonimato.

Il sito è il primo a pubblicare nel 2007 informazioni riservate sull’esercito statunitense. Il 24 luglio 2010 esce con ben 92.201 rapporti segreti del Pentagono inerenti operazioni militari in Afghanistan, documentando la violenza, le corruzioni e gli abusi della guerra.  Lo stesso giorno le informazioni vengono pubblicate dal New York Times, dal britannico Guardians e dal tedesco Der Spiegel, fruitori in anteprima delle informazioni riservate. Famoso il video “Collateral Murder”, che riprende il raid di un elicottero dell’esercito americano con l’uccisione di molti civili.
Oggi WikiLeaks riceve più di 30 dossier al giorno e si avvale della collaborazione di 1.200 volontari. La Casa Bianca ha accusato WikiLeaks di mettere a rischio la sicurezza del paese e degli alleati, e Assange ha già ricevuto minacce di morte, tanto da non dormire più di due notti di fila nello stesso posto.

Il paradosso dell’anonimato
Si può davvero comprendere il significato di una notizia pur non conoscendone l’autore e i motivi che lo spingono a condividere determinate informazioni? Qual è l’intenzionalità? Perché rendere pubblico un documento piuttosto che un altro (per esempio a favore o contro la guerra)? La volontà di totale trasparenza di WikiLeaks è compatibile con il totale anonimato? Il dibattito è aperto. Certo è che la storia ci insegna che se una notizia fa paura, vuol dire che si è vicini alla verità. 

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