Google, ma quale censura

Giovedì, 25 febbraio 2010 - 11:39:00

di Alberto Fattori
da Shanghai

Ogni volta che si parla di rete, sui titoli dei giornali, le parole “libertà” e “Cina” sono sempre utilizzate quali valori positivi ed esempi negativi, con i quali in molti, troppi poi tendono a difendere/giustificare il proprio agire.

Google è stata condannata da un tribunale italiano per violazione della privacy nel caso del ragazzo perseguitato dai suoi coetanei che poi ne hanno pubblicato il video su YouTube.
Subito i vertici della società americana si sono scaldati, invocando “la violazione della libertà della rete in Italia e che l’Italia è come la Cina”.

Entrambe le affermazioni, in questo caso, non sono assolutamente calzanti, anche perché in questo caso è tutto, tranne che un caso di censura contro YouTube.
Infatti i giudici hanno solo applicato la legge, in particolare per quello che in termini giuridici si definisce “la responsabilità oggettiva”, la stessa per cui banalmente se negli stadi i tifosi compiono atti indegni, la società di casa ne può rispondere alla giustizia sportiva o le motivazioni dietro le vicende che vedono come protagonista Silvio Scaglia, coinvolto nel caso della mega truffa sulle prime pagine dei giornali.

E’ la responsabilità oggettiva della società e dei suoi vertici di fronte alla legge, quando questa viene violata, sia da propri dipendenti che da propri servizi/clienti/partner.
Il problema però di fondo, è che pensando a se stessa, troppo spesso Google pensa di poter godere di una extra-territorialità de facto, la stessa che ha finito per portarla sul banco degli imputati per evasione fiscale, vista la “triangolazione” sull’Irlanda dei fatturati Italiani (e conseguente evasione fiscale), un modo molto “old economy” per gestire i propri affari o sul caso dei diritti d’autore violati nel caso degli scrittori di tutto il mondo (cinesi compresi!).

Nel caso del ragazzo “sbattuto” su internet, la libertà non c’entra nulla. Perché se è vero che chi ha pubblicato quel video è colui che va perseguito, oggettivamente, Google ha consentito che ciò accadesse, nel senso che il servizio di sua proprietà ha la “spiccata” potenzialità di dare notorietà planetaria ma anche “sputtanamenti” di pari rilevanza.

Per cui, come del resto si intende per “oggettivo”, Google – YouTube, hanno il compito/obbligo di vigilare affinché non si compiano “abusi” o peggio, si usi il servizio per altri fini, diversi da quelli “buoni” che tutti si augurano siano la norma.
Se poi come dichiarato da Google “controllare tutto è qualcosa di “impossibile”, questa appare una giustificazione di comodo, visto che da quando mondo è mondo, gli editori e Google – Youtube è equiparabile ad un editore del 20° secolo, sono spesso finiti nella aule di tribunali per quanto pubblicato sui propri canali.

Ovviamente il compito di vigilare di Google – YouTube, se comparato con quello degli editori tradizionale, è improbo, vista la tipologia della sua rete e i quasi un miliardo di video pubblicati sulla propria piattaforma YouTube.
Ma ciò non basta a giustificare il rifiuto alla “oggettiva” responsabilità che Google – Youtube devono accettare, visto che fa parte degli oneri–onori di cui gode e grazie ai quali è divento un colosso a livello mondiale in termini economici e finanziari.

Non scordiamoci che attraverso i video che “gratuitamente” gli utenti pubblicano, Google – YouTube ne hanno fatto un business di advertising per se stessi (senza ricompensare i propri utenti!).
Quindi invece di chiamare ogni volta la “guerra santa”, Google–YouTube cerchino di trovare la giusta maniera affinché episodi del genere non abbiano a ripetersi, perché il ragazzo oggetto degli abusi, ne avrà un ricordo profondo che rischia di segnarlo per tutta la vita. E questo chi glielo ripaga??

Per quanto le regole vigenti appaiono spesso sicuramente antiquate per giudicare episodi sui social media, come nel caso della responsabilità oggettiva degli editori 2.0, dove di fatto sono spesso più piattaforme che editori nel senso classico, non va però dimenticato come il mondo della rete sia solo una parte, per quanto importante, della società umana.

E per quanto ci si augura che le dinamiche che la rete sta innovando costantemente da una quindicina di anni, possano continuare a migliorare anche la società civile offline, occorre però anche trovare un modo meno “fondamentalista” di un perenne scontro tra reale – virtuale, analogico – digitale, vecchio – nuovo, che invece rischia di far regredire non di poco.

L’esempio è sotto gli occhi di tutti: più si alza il “tiro” dichiarando la legittimità di certi atti web 2.0 (vedi questioni sui diritti d’autori, blogger, identità – wi-fi...) più la risposta dei legislatori occidentali (Francia, Italia etc…) si fa stringente, perché li porta a scegliere di regolamentare di più, per paura che la rete, possa non essere solo un nuovo media innovativo, ma prima di tutto, un mezzo per cambiare gli status quo della società.

Una strategia perdente, perché la “rivoluzione silenziosa” che internet è in grado di realizzare, non ha bisogno di scontri, visto che dove arriva, provoca sempre cambiamenti duraturi del tutto naturali, senza forzature.
Quindi che Google voglia ergersi a portavoce della difesa della nostra libertà, mentre nella realtà, come giusto che sia, sta di fatto difendendo i propri interessi aziendali nel mondo, rischia di strumentalizzare la “naturale” bellezza della rete.

Quella che aspira al prossimo Premio Nobel per la Pace, quella che come le Madre Teresa di Calcutta e i Gandhi, non hanno alcun bisogno di alcuno scontro per portare il “verbo” e contribuire a cambiare il mondo nel suo profondo, per sempre.

Quindi Google, oggettivamente, la smetta di parlare di cose che sono “ancora più grandi di loro” e pensi a fare ancora meglio quello che sta già facendo egregiamente, potenziando i suoi controlli, come stanno facendo i cugini di Facebook, cosa che probabilmente non li fa più dormire la notte!

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