ICTLaw/ Un "reato online" non è mai commesso “in internet” ma “attraverso internet”...

Lunedì, 11 maggio 2009 - 11:30:00

di Luca Maria de Grazia
avvocato

Questa settimana vorrei effettuare alcune brvissime riflessioni sulla natura giuridica di internet, riprendendo alcuni concetti espressi in un articolo che scrissi nel lontano gennaio del 1999.
Se si pensa che la base di internet è il concetto di ipertesto, non esiste giurista che non sia avvezzo, sin dai primi studi, ai continui rinvii operai dalle norme esistenti; forse uno dei primi ipertesti è stato il primo codice di diritto! Inoltre, effettuati i dovuti “distinguo” una sentenza non è altro che il prodotto di una elaborazione che assomiglia molto ad un programma per elaboratore:
1. input = fattispecie giuridica reale
2. programma = ragionamento giuridico (motivazione)
3. output = conclusioni e/o dispositivo.

Ora, i giuristi effettuano questi passaggi più o meno consciamente, ma ogni fattispecie giuridica può essere rappresentata come una serie di IF, THEN, ELSE, (SE, QUINDI, ALLORA), collegati con gli operatori booleani OR, AND E NOT, (OPPURE, INSIEME, NON) e con il risultato di tali operazioni TRUE, FALSE (VERO,FALSO), tutti costrutti fondamentali della logica informatica.
Un esempio per chiarire meglio tale aspetto: IF Tizio ha contratto una obbligazione con Caio AND IF l'obbligazione è scaduta THEN l'obbligazione è esigibile. IF Caio ha messo in mora Tizio AND quanto detto prima è TRUE THEN scattano gli interessi sulla somma dovuta.

Naturalmente si potrebbe proseguire quasi all'infinito, ma quando un avvocato controlla la situazione sopra indicata effettua automaticamente tali passaggi logici; il problema è che pochi si rendono conto di tale possibile schematizzazione del modo di pensare.
Per tornare poi al discorso al quale avevo accennato all’inizio, utilizzare gli schemi "logici" di internet, portare alle estreme conseguenze il concetto di "ipertesto", con specifico riferimento alla costruzione ed alla redazione delle leggi, non potrebbe che sortire un effetto positivo.

Forse si potrebbe cominciare a far cadere quella atavica convinzione che il giurista (e l'avvocato in particolare) assomigli più all’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria che ad un soggetto al passo con i tempi, completamente integrato nell’ottica del villaggio globale. D’altra parte, l’apertura del mercato interessa direttamente anche tutti i giuristi, e non solo gli avvocati, nel senso che sempre più spesso si avrà a che fare con leggi di altri paesi, con contratti stipulati con soggetti stranieri, e così via: chi non saprà tenersi al passo con i tempi sarà destinato – inevitabilmente – a soccombere.

Ormai anche in Italia il problema del "villaggio globale" è una questione che interessa da vicino tutti i cittadini, e non soltanto i giuristi; in questo senso l’informatica e internet, con tutte le sue implicazioni ed applicazioni, potranno esser sicuramente di aiuto per tutti.
Come può il giurista non capire che tutto questo deve essere profondamente compreso, onde non lasciare il cittadino in balia dei c.d. “nuovi mezzi tecnologici” ?

Le tecnologie sopra considerate sono in effetti le prime che si pongono come mezzi talmente nuovi ed affascinanti da non poter essere costretti entro i limiti - angusti - dei concetti sinora elaborati, ma necessitano di grande conoscenza ed umiltà da parte del giurista per poter essere studiati in maniera approfondita.
Mi sembra opportuno precisare, sempre per i "non addetti ai lavori", che gran parte delle figure giuridiche oggi esistenti in Italia sono tranquillamente applicabili alla Rete, e soltanto in parte queste non possono in alcun modo adattarsi alle caratteristiche proprie della stessa.

La Rete, per sua stessa natura, è transnazionale, e qualsiasi tentativo di regolamentazione totalizzante che non tenga conto di tale aspetto è destinato sicuramente a fallire.
Le regole - di principio e comuni - devono essere applicate per mezzo di trattati internazionali, non potendosi in alcun modo prevedere soluzioni SOLTANTO nazionali e/o nazionalistiche, fermo restando che ogni paese ha il diritto di provare a regolamentare la “propria” fetta di torta.

Ma, tornando alla domanda iniziale, cosa è giudicamente internet?
Un territorio? Non può essere un territorio in quanto una delle caratteristiche del territorio è di essere fisicamente tangibile, mentre internet di fatto non lo è.
E’ stata definita in alcune delle prime sentenze che concernevano la materia come “energia informatica”: a prescindere che si dovrebbe capire cosa intendesse il magistrato, ricordo che anche la corrente elettrica per esempio è un bene intangibile e, comunque, “internet” non è energia.

Pensate che il link è stato assimilato al teletrasporto di startrekkiana memoria... (si trattava di una decisione di un tribunale in materia di nomi a dominio e concorrenza sleale)
Internet è, tecnicamente, un protocollo di trasmissione che trasporta informazioni grazie ad un sistema di trasporto specifico (TCP/IP insomma): conseguentemente, al di là delle metafore e delle locuzioni roboanti, è “semplicemente” un mezzo di comunicazione.

Cosa deriva da questa conclusione: per esempio un reato non è mai commesso “in internet” ma “attraverso internet”, perché l’azione inizia da qualche parte e termina da qualche altra parte, e “internet” serve "solamente" a trasportare le informazioni.
La volontà dei soggetti che concludono un contratto si manifesterà attraverso lo scambio di comunicazioni, e pertanto la conclusione del contratto seguità le normali regole del “nostro” diritto, a parte il piccolo particolare della necessità di fare molta attenzione al diritto internazionale ed alla legge regolatrice dei rapporti internazionali (L.218/1995).
In fondo, nulla di nuovo, ma solamente molta attenzione a cosa succede al di fuori dei nostri confini.

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