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MediaTech
Social Enterprise: consigli per lavorare in modalità social

Ciao Stefano. Potresti darci una definizione di Social Enterprise?

Possiamo considerare una Social Enterprise un’organizzazione che ha compreso appieno le lezioni derivanti dai social media e dai cambiamenti che la trasformazione digitale ha portato nelle nostre imprese e nel nostro mercato.

Un’organizzazione che – quindi – è in grado di lavorare senza distinzioni tra interno ed esterno e coinvolgendo tutto l’ecosistema aziendale (partner, stakeholder, clienti, dipendenti…) all’interno di una catena estesa di valore. In sostanza si tratta di lavorare in modo migliore mettendo al centro di tutti i processi le persone, le loro esigenze e le loro idee.

Un’impresa di questo tipo non solo è maggiormente efficace, resiliente e in grado di rispondere in modo più veloce alle sollecitazioni e alle sfide poste dal mercato, ma è anche un posto migliore in cui lavorare.

“Lavorare in modalità social”: cosa si intende?

Può significare molte cose a seconda di come viene declinato questo concetto. Come dicevo prima, se pensiamo ad un approccio Digital End-To-End siamo consapevoli di come lavorare solamente sull’esterno dell’organizzazione (esempio: social media marketing) o solo sull’interno (Enterprise 2.0), ossia un approccio oggi insufficiente.

La sfida che ci attende è quella di connettere questi due mondi apparentemente antitetici. In una recente ricerca sul tema “Social Collaboration” che ho avuto il piacere di realizzare assieme ad Emanuele Quintarelli  e di seguire di persona, emergono in maniera approfondita alcuni di questi concetti e alcune di queste modalità di lavoro.

Per rispondere alla tua domanda potrei usare la definizione – per l’appunto – di Social Collaboration, che afferma di come si tratti di “un insieme di strategie, processi, comportamenti e piattaforme digitali che consentono a gruppi di persone in azienda di connettersi, interagire, condividere informazioni e lavorare verso un comune obiettivo di business“.

E’ possibile gestire luoghi di lavoro delocalizzati con l’aiuto dei social?

E’ possibile, ma questo è solo uno degli innumerevoli aspetti che l’introduzione di tecnologie collaborative può portare all’interno dell’organizzazione. Delocalizzazione del lavoro, efficienza dei processi, maggiore efficacia di alcune iniziative…

All’interno dell’analisi dedicata alla Social Collaboration – a cui facevo riferimento – abbiamo provato a mappare un po’ di questi temi, cercando di identificare il fenomeno nel suo complesso. Emergono alcuni aspetti interessanti che penso valga la pena condividere.

In primo luogo, la collaborazione e l’introduzione delle tecnologie social all’interno delle aziende non sono una moda passeggera. In Italia è oltre il 75% delle organizzazioni a considerarla di valore strategico nei prossimi 3 anni, e collaborare genera un valore tangibile e concreto per l’impresa.

Un impiego mirato delle piattaforme social aumenta, infatti, l’efficienza dell’impresa (nel 43% dei casi esaminati), facilita il riuso della conoscenza (40%), migliora il coordinamento dei progetti (30%) e consente di rimanere costantemente aggiornati su quanto prodotto dai colleghi (30%).

Sono solo alcuni degli aspetti che maggiormente impattano sulle nostre modalità di lavoro, ma è chiaro che i benefici possono essere molti ed estesi per tutti.

Cosa si intende per Enterprise 2.0? Quali sono gli strumenti di supporto che il web fornisce a questo approccio?

Enterprise 2.0 è un termine coniato da Andrew McAfee ormai qualche anno fa per intendere quanto abbiamo detto fino ad ora. Potremmo sommariamente considerarlo come l‘introduzione delle tecnologie e dei principi mutuati dal web 2.0 e dai social media all’interno delle aziende.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata moltissima e, mentre sull’esterno nei processi di marketing e di customer care di servizio al cliente la sensibilità è molto alta (ormai quasi tutti sanno che i social media sono uno dei canali dell’ecosistema digitale da usare e nessuno si chiede più se sia il caso o meno di farlo), sui processi interni la strada da fare è ancora molto lunga e – per certi versi – complessa.

La ragione, secondo me, è da ricercare su due differenti livelli. Da un lato sulla minore sollecitazione da parte di agenti esogeni all’impresa: su funzioni che vengono toccate dal mercato esterno e dai consumatori (marketing) il cambiamento è avvenuto più in fretta rispetto a funzioni “interne” (e.g. HR); in secondo luogo non dobbiamo dimenticarci che molti dei processi interni sono assai delicati e intervenire è spesso più difficile.

Le sperimentazioni in questo senso sono molto meno presenti. La sfida che ci aspetta è quella direalizzare, quindi, un’organizzazione connessa, reattiva, adattabile, a “geometria variabile”, molto più simile ad un organismo vivente che ad una macchina.

Sono convinto che chi saprà andare in questa direzione, sarà anche in grado di realizzare il futuro che desidera.

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