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Medicina
"Nanoparticelle contro l'Alzheimer, così stiamo lavorando alla cura"

Di Maria Carla Rota
@MariaCarlaRota

Nanoparticelle contro la malattia di Alzheimer: entrano nel cervello e rimuovono le placche di proteina beta-Amiloide, responsabili del deficit di memoria. Le hanno chiamate Amyposomes e sono state costruite (ingegnerizzate, per la precisione) e brevettate dai ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con il Mario Negri e l’Università di Turku, in Finlandia.

Affaritaliani.it ne ha parlato con Gianluigi Forloni, responsabile del dipartimento di Neuroscienze dell'Istituto Mario Negri di Milano. "E' un tentativo riuscito: siamo a buon punto nella fase applicativa sugli animali. Le nanoparticelle si sono dimostrate un efficace veicolo per farmaci o sostanze capaci di interferire con lo sviluppo della patologia di Alzheimer. Un risultato, questo, ottenuto con uno sforzo notevole: ha richiesto la partecipazione di molte competenze". 

Quali saranno i prossimi passi?

"Per il momento le nanoparticelle sono state testate con successo nel modello animale, quindi non ci sono ancora applicazioni per l’uomo. Siamo alle soglie di sviluppo di un tool  terapeutico, ovvero di un farmaco, che possa essere somministrato all'uomo. Per fare questo bisognerà sistemare con attenzione gli eventuali aspetti tossicologici. Ci vorranno presumibilmente 5 anni per capire se il nuovo farmaco potrà essere efficace contro l'Alzheimer senza dare problemi collaterali".

Che tipo di test avete effettuato sugli animali?

"Si tratta di un test molto semplice di osservazione del comportamento. L'animale viene esposto a due oggetti uguali che vengono esplorate indifferentemente. Il giorno dopo uno dei due oggetti viene sostituito da un oggetto diverso per colore e dimensione. Se l'animale ha memoria dell'esperienza del giorno prima, tende a concentrare la sua attenzione sull'oggetto nuovo, riconoscendo l'altro come familiare. Altrimenti, se ha deficit di memoria, dedica di nuovo lo stesso tempo di esplorazione a entrambe gli oggetti, senza fare differenza. Dopo il trattamento con le nanoparticelle in animali che mostravano un deficit di memoria, abbiamo osservato un effettivo miglioramento delle loro capacità cognitive".

Le nanoparticelle possono essere uno strumento efficace anche per altre malattie?
"Le nanoparticelle si sono rivelate un importante tool per raggiungere il cervello, anche se ovviamente mancano i passaggi di sperimentazione sull'uomo. Sicuramente si potranno usare anche per per altre patologie del sistema nervoso. Tuttavia quanto messo in evidenza nel nostro studio pur rappresentando una buona base dovrà essere riverificato per ogni nuova nanoparticella

Qual è la situazione generale degli studi sull'Alzheimer?
"Nel mondo ci sono alcuni studi in fase avanzata, ovvero nella fase 3 clinica. Potrebbero esserci delle novità anche il prossimo anno, ma è meglio non alimentare troppe speranze, perché ci sono stati molti fallimenti in passato".

Altra recente scoperta, realizzata negli Usa al Massachussets General Hospital di Boston, è la riproduzione della malattia in provetta con staminali umane.
"E' uno studio sicuramente interessante perché dimostra che a livello 3D si possono far crescere queste specifiche cellule mimando passaggi fondamentali della malattia  in provetta. E' sicuramente un passo avanti, anche se credo che in questo momento l'urgenza principale sia quella di colmare il gap traricerac sperimentale e clinica. In passato sono stati ottenuti diversi successi a livello  sperimentale, ma poi il passaggio sull'uomo non ha confermato le evidenze".

Quali altre strade sono allo studio?
"Le maggiori speranze sono riposte sugli anticorpi contro la beta-proteina in vario modo orchestrati. Dalle vaccinazioni di forma passiva, in cui si inietta l'anticorpo, a quelle di forma attiva, ovvero con iniezione di antigene. Questo settore dell'immunoterapia nel suo complesso è quello che più sembra dare nell'uomo qualche timido aspetto positivo. Poi sono allo studio vari farmaci che interferiscono con lo sviluppo dell'amiloide".

Si tratta di studi tutti centrati sull'amiloide come causa del Morbo.
"Sì, sono approcci amiloidocentrici, cioè che hanno identificato l'amiloide come target terapeutico e farmacologico. Noi stessi lo abbiamo fatto nel nostro studio. Bisognerebbe cercare anche altri tipi di approccio, sebbene ci sia una certa convergenza da parte dei ricercatori sul ruolo centrale dell'amiloide come causa dell'Alzheimer. L'accumulo di amiloide avviene sicuramente in fase precoce della malattia, gli altri fenomeni intervengono successivamente. Cerchiamo in ogni caso di tenere la mente aperta,  immaginando anche altri target terapeutici".

Un altro aspetto importante è quello della diagnosi precoce.
"Anticipare la diagnosi è importante per vari motivi. Per esempio, certi farmaci potrebbero risultare più efficaci se somministrati in fase più precoce. La malattia parte 10-15 anni prima della sua evidenza clinica, quindi è monitorabile almeno a livello biologico. In questo senso si stanno facendo molte ricerche soprattutto nel sangue per l'identificazione di possibili marker precoci di malattia. Se un test permettesse, attraverso l'analisi del sangue, di diagnosticare la patologia qualche anno prima, si potrebbe fare screening  nella popolazione generale anziana avendo elaborato appropriati protocolli terapeutici. Sarebbe un obiettivo sensato per una malattia con un impatto epidemiologico così rilevante".

 

 

 

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