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Medicina
Sport e nutrizione: quando l'attività fisica fa male a corpo e mente

Che lo sport faccia bene al corpo e alla mente è un fatto ormai assodato e incontrovertibile. Ma, come in tutte le cose, è necessario il giusto equilibrio: se manca il corretto bilanciamento tra attività sportiva, alimentazione e componente psicologica, il suo effetto può paradossalmente essere negativo.

Se ne è parlato nel corso della XIV° edizione di Nutrimi – The Digital Forum for Nutrition, grazie all’intervento sdella Dott.ssa Fiorenza Marchiol, Psicologa e Psicoterapeuta, membro della Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare, che ha approfondito la rete di complesse interazioni che intercorre tra sport e disturbi del comportamento alimentare.

Partiamo dalla parte positiva e più nota al pubblico: una regolare esecuzione attività fisica è certamente una valida alleata per il benessere psicofisico, ma anche per la prevenzione e la terapia di molte patologie. Come ha ricordato la Prof.ssa Daniela Lucini, Responsabile della Sezione di Medicina dell’Esercizio e Patologie funzionali Humanitas: “L’esercizio fisico necessita di essere prescritto (esattamente come un farmaco) a seconda dell’obiettivo che ci si pone e delsoggetto che lo dovrà eseguire, definendone modalità, intensità, frequenza, durata e progressione”.

D’altro canto, bisogna prestare attenzione ai casi in cui l’esercizio fisico diventa una vera epropria ossessione. La Dott.ssa Fiorenza Marchiol ha posto una particolare enfasi sull’attività fisica disfunzionale, intesa come un’eccessiva dedizione all’esercizio fisico finalizzata alla perdita di peso, spesso presente nei pazienti con disturbi alimentari. “Nonostante l’attività fisica disfunzionale sia uno dei fattori d’esordio più frequenti nella diagnosi di un DCA, tra il 32 e l’80% dei casi” - ha spiegato - “è, troppo spesso, anche l’ultimo a essere trattato”.

L’attività fisica disfunzionale è associata ad alti livelli di stress psicologico, comorbilità, maggior durata dei ricoveri e maggiore tendenza alla cronicità del disturbo alimentare. I DCA sono ancora più diffusi a livello agonistico, ambiente nel quale è anche più difficile individuarli per via dell’elevata dedizione all’attività fisica e alla dieta che già normalmente contraddistingue gli agonisti. Gli atleti hanno tassi di DCA superiori rispetto ai non atleti: tra le categorie più a rischio figurano gli sport con alti livelli di competizione, quelli con una forte componente estetica, come la danza o il pattinaggio, quelli di potenza come il body building e tutti quelli in cui la pratica sportiva ha una “motivazione esterna”, dettata in particolar modo dalle aspettative altrui, e in cui si tende a incorrere la vittoria o la fama più che il risultato personale.

Nel mondo femminile, sempre più spesso si parla di “triade dell’atleta”, una sindrome caratterizzata da 3 condizioni principali – alimentazione con deficit energetico, disturbi mestruali o amenorrea e perdita di massa ossea – recentemente individuata, con altre caratteristiche, anche nel sesso maschile (in questo caso con il nome di “Relative Energy Deficiency in Sport”). Già nel 2005 il Comitato Olimpico Internazionale si eraespresso in merito alla “triade dell’atleta” sottolineando la necessità di porre attenzione prima sulla salute dell’atleta e, solo in secondo luogo, sulla sua performance sportiva.

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    sport e nutrizione xiv edizione di nutrimi – the digital forum for nutrition dott.ssa fiorenza marchiol
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