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Milano

In questi mesi un argomento è stato abusato, quello di dire finalmente la verità agli italiani! Se ne parla soprattutto per quanto riguarda la situazione economica ma credo che sarebbe doveroso farlo anche per quanto riguarda la democrazia e in particolare il rapporto tra la sua efficacia il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni pubbliche.

Credo, anzi auspico, che questo lo facciano soprattutto quanti sono coinvolti nel dibattito congressuale del PD. Dire la verità (intendendola sempre come penultima, beninteso!) significa soprattutto fare i conti con la demagogia, cioè con quelle affermazioni che paiono poter raccogliere almeno nel breve periodo un consenso più ampio. Dire la verità sembra essere sinonimo di dire cose spiacevoli, meno entusiasmanti. Ma, anche se così fosse, la sfida di una buona comunicazione sarebbe proprio questa: dire cose credibili in modo “motivante all’azione” cioè all’investimento di risorse personali in una causa comune.

Ora parlando di democrazia, di cittadini e di politica sembra più facile entusiasmare dicendo “i circoli dovranno decidere la linea del partito“, “i circoli torneranno (quando mai è successo?) a essere centri di elaborazione specialistica“. Ma questi facili entusiasmi sono destinati a scontrarsi con la dura realtà della complessità crescente dei processi di formazione e implementazione delle decisioni pubbliche. In un’altra epoca si diceva “massimalismo a parole e opportunismo nei fatti”. Quello che preoccupa di più è che dietro queste promesse altisonanti non si nasconda solo l’inconcludenza e quindi la delusione ma anche il trasformismo. Cioè che in nome dei cittadini che devono dire la loro ci sia una lucida strategia di gruppi ristretti o composti da quelli di prima o desiderosi di sostituirli e basta.

Le speranze che devono motivare al cambiamento devono perciò essere soprattutto ragionevoli e gli obiettivi devono essere realizzabili. Questo è l’insegnamento centrale del riformismo. E allora se il PD della nuova stagione, del dopo tonfo dei 101, vuole ripartire definendo una nuova modalità di rappresentanza adeguata al tempo che viviamo, deve con coraggio prospettare forme di organizzazione capaci di reggere, di funzionare davvero. Inutile promettere tanto potere se poi questo non potrà mai essere reso esigibile! Il rischio è che alla fine nulla cambi. O cambi molto poco! O che il cambiamento derivi soprattutto dalle conseguenze del taglio dei finanziamenti!

Va allora affrontato con coraggio il problema della crisi della democrazia rappresentativa schiacciata da un lato dalla crescente complessità e difficoltà dei processi di governo (o governance) e, dall’altro, dalle pressioni di un’opinione pubblica sempre più informata, insofferente, convinta di poter decidere meglio dei politici di professione. Si tratta di una sfida enorme che deve tenere insieme da un lato l’apertura alle persone (più movimento e più ascolto) e, dall’altro, più decisione, maggiore efficacia amministrativa/governativa. Viviamo in modo evidente la crisi della democrazia rappresentativa e il PD deve avanzare una risposta in primo luogo realistica, funzionante. Ci vuole più apertura e movimento nei circoli (che devono essere centri di iniziativa politica, palestre di emersione delle nuove leadership) e più governo con piena autonomia degli eletti. Va messo in pratica un processo di collaborazione competitiva tra chi raccoglie e seleziona le domande sociali e chi le deve saper trasformare in politiche pubbliche ai vari livelli istituzionali. Gli eletti devono riconoscere che senza il supporto delle presenze nel territorio (circoli e non solo) la loro possibilità di rappresentare ed essere eletti diminuirebbe drammaticamente. Ma le presenze sul territorio devono essere consapevoli del fatto che le loro istanze non diventeranno mai trasformazione reale se non troveranno uno sbocco a livello decisionale (amministrativo o governativo).

Per questo credo che il “nuovo” PD debba riconoscere ai gruppi consiliari una capacità autonoma di iniziativa verso la città non sempre e solo filtrata dai circoli. Anche in questo snodo delicatissimo sta quella svolta verso un partito basato sugli eletti, cioè sulle persone che si sono misurate con la raccolta del consenso popolare.

Ma definire un nuovo modo per rappresentare i cittadini significa anche affrontare il nodo delle competenze. Né il voto e tanto meno la tessera attribuiscono competenza. La decisione pubblica avrà sempre più necessità di competenze specialistiche e dovrà riconoscere la loro autonomia. I politici di professione non potranno pretendere una superiorità derivante dal consenso popolare. Come i voti non rendono nessuno sopra la legge nemmeno lo rendono specialista di qualcosa. La competenza del politico deve essere quella di rappresentare, negoziare e decidere dopo aver ascoltato i competenti e senza mai pretendere di sostituirsi a loro. Quindi, per un partito realmente democratico le competenze non possono essere (solo o esclusivamente) quelle iscritte o gravitanti attorno a sé.

Sono quelle che hanno conquistato legittimità nella società, sono quelle che hanno voce in materia perché gli viene attribuita formalmente dalle istituzioni o “materialmente” dalla società. Un partito (tutti i partiti democratici) deve connettersi alle competenze esistenti nella società, inventare legami, link, tra istituzioni preposte alla ricerca e allo studio e i processi di decisione pubblica (i famosi think tank). È anche questa la sfida dell’apertura. Non è che il circolo può pretende di elaborare il piano urbanistico della piazza della sua zona perché c’è un architetto iscritto, o scrivere la riforma della scuola materna perché c’è un insegnante! Si parla dell’assetto della città e della funzione della scuola perché da lì emergono le esigenze più sentite dai cittadini e si affrontano quei problemi non per esporre le proprie idee ma per trovare soluzioni che rispondano alle esigenze della maggioranza (anche di quelli fuori dai confini della propria città)!

Mario Rodriguez da arcipelagomilano.org
 

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pd circoli milano







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