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Milano

Era in testa l'avvocato Ambrosoli, ancora prima di candidarsi alla presidenza della Lombardia. Formigoni aveva stancato. I 15 indagati e il suo avviso di garanzia non lasciavano indifferenti neanche più gli elettori moderati. Poi c'era stato l'arresto di Zambetti, la rivolta della Lega e la rottura di quell'asse del nord che aveva governato in Lombardia per tanti anni. Ed ecco che il centrosinistra improvvisamente si sentiva in vantaggio. Ambrosoli veniva chiamato dai partiti, dalla società civile, dal sindaco di Milano. Sembrava che il vento fosse cambiato anche in regione. Che la cortina di ferro di Cl, Lega e Pdl fosse caduta. Ambrosoli ci ha pensato, ripensato e ha deciso. Sembrava facile, con il centrodestra indebolito tutta la concentrazione si è rivolta agli avversati interni. Primo errore: l'autoreferenzialità. Via le primarie dei partiti, l'avvocato spinge per quelle civiche, tanta apparenza ma poca sostanza. I due avversari, Di Stefano e Kustermann, sono per bene ma di fatto non competitivi. Primarie interne che non spostano un voto e che non decidono nulla perché era già tutto deciso. Il candidato era Ambrosoli, punto. E questo la gente lo ha capito. Intanto Maroni insisteva: prima il nord e la nostra gente. C'è emergenza lavoro anche qui e io faccio l'interesse del mio popolo, dice Bobo. E non viene preso tanto sul serio. Ecco il secondo errore: sottovalutare Maroni. La Lega è stata travolta dagli scandali, quanti voti potrà mai prendere? Sarà mica un avversario vero quello lì. Per di più Formigoni con tutta Cl sembra dargli contro. Risultato: Maroni viene ignorato, come se non ci fosse o se contasse poco niente.

Intanto parte la campagna di Ambrosoli. L'onestà, la trasparenza, i controlli. Tutti argomenti nobili, peraltro condivisi da Maroni e Albertini, che si specchiano in una persona con una storia come quella del figlio di Giorgio Ambrosoli. Ma sembra tutto a tavolino. Ecco il terzo errore: mancano cuore e passione. Non c'è il cavaliere, come aveva detto l'ottimo Alessandro Amadori in un'intervista. Che dica all'elettore: ti porto con me in una Lombardia diversa dove stanno bene tutti, non solo chi ha più soldi. Che trasmetta un sogno e che scaldi i cuori. Che parli anche a chi di centrosinistra non è. Che si rivolga agli elettori delusi del centrodestra con coraggio e idee nuove.

Ma non basta. Arriviamo al quarto errore: l'area di rifermento non solo è sempre quella ma è assolutamente milanocentrica. Al Dal Verme c'erano gli stessi: Lella Costa, Vecchioni, la solita sinistra un pò radical chic, antipatica a tanti e che non raccoglie un voto in più. Che è servita a Milano, certo, per l'elezione di Pisapia ma che ha un appeal molto modesto nelle valli o soltanto a Como o a Brescia dove di fatto non ha mai funzionato. E le elezioni si vincono anche lì.

Intanto Maroni va avanti: non scende a compromessi e convince il Pdl, con Berlusconi rinvigorito, ad appoggiarlo. Il mal di pancia di Formigoni, per quel che può valere, dura lo spazio di un mattino. Ed ecco che il centrodestra è di nuovo lì, compatto ed unito per Maroni presidente. E ora fa di nuovo paura. Il vantaggio di partenza di Ambrosoli viene consumato in poche settimane. Lo davano tutti in testa, e ora i sondaggi parlano di 41% per Maroni e 38% per Ambrosoli. Ma come? Non era già fatta? A questo punto scatta l'allarme. Da vincitore in pectore il centrosinistra si trova ora a rincorrere con affanno. Era prevedibile con gli errori tattici e strategici commessi. Grave pensare di aver già vinto, ancora più grave parlare solo a chi già ti vota. Siamo in Lombardia e la propensione alle urne è da tempo di centrodestra. Come hanno fatto a non capirlo?

E c'è un altro aspetto, il principale errore commesso, che l'avvocato e il suo staff non hanno considerato. Serve un'idea, un tema, chiaro e semplice. Che non c'è. Al Dal Verme Ambrosoli ha parlato di 5 punti. Dalla trasparenza, al lavoro, all'equità sui ticket sanitari. Tutto giusto, ma non c'è un tema vincente. Vuole puntare sul lavoro? Non basta parlare di banca regionale dello sviluppo. Che già nei termini è un concetto fumoso che non acchiappa nessuno. Serve un progetto chiaro e semplice che emozioni e dia speranza, che parli agli artigiani, ai piccoli imprenditori come ai dipendenti. Al popolo laborioso del nord che produce e che ora è in crisi. Non demagogico ma realistico. L'ipotesi del 75% delle tasse in Lombardia di Maroni è di difficile attuazione, lo sappiamo, ma è un messaggio definito e mirato che in ogni caso, indica una direzione. Perché il centrosinistra, a parte Renzi, non riesce mai a sintetizzare un'idea, un progetto, che faccia da catalizzatore? Manca poco più di un mese al voto. Se non arriva un tema su cui puntare, un sogno in cui credere e che dia fiducia ai lombardi, i punti di distacco aumenteranno. E il sogno, quello del centrosinistra, svanirà come la neve al sole di primavera.

Adriana Santacroce

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