Aristocrazia a Nord

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Intervista a Loris Castriota Skanderbegh, principe d'Albania

Loris Castriota Skanderbegh è conosciuto ed apprezzato, a Milano come in tutta Italia, come giornalista (occupandosi, da tanti anni, di cultura, sport e cronaca su giornali, radio e tv) e docente di giornalismo, come appassionato ricercatore storico e studioso di genealogia e araldica, oltre che volto noto della comunicazione in Puglia, essendo stato addetto stampa di due diversi sindaci di Foggia e di diverse associazioni culturali e squadre sportive. Pochi sanno che questo omone tutto di un pezzo, educatissimo e molto cordiale, ma anche molto schivo e riservato, è anche un vero principe, esattamente principe di Albania, con il trattamento di Altezza Serenissima, membro di diversi sodalizi nobiliari e vice presidente della associazione culturale internazionale Aristocrazia Europea, punto di riferimento delle istituzioni albanesi in Italia e delle comunità italiane di origine albanese, e rappresentante del mito fondante della nazione albanese.

D: Lei è discendente di Giorgio Castriota Skanderbegh, il padre della patria albanese ed il suo primo principe sovrano. Quali sono gli aspetti del suo antenato che ritiene più importanti?

R: Sono molti –e cerco di essere obiettivo, in questa analisi, nonostante il coinvolgimento parentale. Oltre alle indubbie doti di valore militare, Giorgio era intriso di grandi ideali cavallereschi ed era portatore di una visione largamente anticipatrice della necessità di collaborazione tra gli stati del continente europeo per fermare la graduale, sanguinosa conquista militare delle armate ottomane che mettevano in pericolo la sopravvivenza stessa della cultura occidentale, basata su solide fondamenta cristiane che sarebbero state travolte dall’invasore islamico, come in effetti accadde nei Paesi occupati. Oltre che tenere in scacco per 25 anni i soverchianti contingenti spediti periodicamente dai Sultani in Albania, Giorgio Castriota Skanderbeg seppe negoziare alla pari con le più grandi istituzioni e i più importanti sovrani del suo tempo, come i Papi Eugenio IV, Niccolò V, Callisto III, Pio II e Paolo II; i Re di Napoli Alfonso e Ferrante I; János Hunyadi, Voivoda di Transilvania e poi Reggente d’Ungheria, e suo figlio, Re Mattia Corvino d’Ungheria; Le Repubbliche di Venezia e di Ragusa; gli stessi nemici, i Sultani Murad II e Mehmet II. La sua sapienza diplomatica fu messa a dura prova dalle ambizioni di riscossa dei pontefici, pronti a indire una nuova crociata contro gli ottomani, dal doppio gioco di Venezia, che si barcamenava tra le sollecitazioni di Roma e la necessità di tenere buoni rapporti con la Sublime Porta per mantenere la supremazia commerciale nel Mediterraneo, a fronte, per fortuna, di relazioni quasi familiari con i sovrani aragonesi, che diedero un sostanzioso supporto a Skanderbeg in termini di denaro, navi, vettovaglie e soldati. L’amore per la propria patria e il proprio popolo si unirono all’orgoglio di guidare la più valida e fiera opposizione al dilagare delle orde turche, al punto da meritarsi l’appellativo di “Athleta Christi” che gli fu tributato da Papa Paolo II per aver difeso con tanta efficacia l’intera Cristianità. La sua corrispondenza con Papi, Re e notabili contemporanei ne rivelano anche un alto livello culturale che contribuì in maniera determinante alle sue imprese diplomatiche e belliche. Penso di poter dire, senza timore di apparire di parte, che Skanderbeg resta un valido esempio di uomo di Stato preparato, lungimirante, dedito alla sicurezza –la prosperità, in quei tempi e condizioni, era un’utopia- dei propri compatrioti e consapevole della necessità di una solidarietà interpersonale e tra Paesi che condividono radici culturali e religiose, anche se questo non piacerà ai fautori della cancellazione ad ogni costo di ogni valore spirituale e religioso dalla realtà contemporanea.

D: Come "principe d'Albania" lei è molto seguito ed apprezzato sia dalla patria di origine che dalla numerosa comunità italiana di origine albanese. Come vive questa identità e doppia appartenenza?

R: Come una gravosa responsabilità. L’Albania vive un periodo di transizione tra il crollo del regime comunista e un futuro proiettato verso la cooperazione sempre più istituzionalizzata con i Paesi europei. Io, in tutta sincerità, guardo con forte scetticismo all’ingresso nella Comunità Europea, che dovrebbe avvenire solo a condizione di solide garanzie contro il pericolo di una sottomissione politica ed economica agli stati più “forti” dell’Unione. Ma è indubbio che debba essere accelerato e ampliato il processo di modernizzazione delle istituzioni statali albanesi, ancora ancorate ad una visione antica e a meccanismi di funzionamento troppo condizionati dall’apparato burocratico e dagli egoismi individuali. In questo senso, cerco di dare ai tantissimi amici albanesi dei consigli disinteressati sulle strade da percorrere, che vanno comunque verso un importante coinvolgimento dei giovani Albanesi che hanno compiuto la loro formazione nelle migliori università d’Europa e anche degli Stati Uniti e stanno già dimostrando le loro grandi capacità nel mondo dell’impresa ma anche in campo istituzionale, politico e culturale in tutti i Paesi che li ospitano. Contemporaneamente, mi impegno con iniziative di varia natura, per divulgare la conoscenza della storia e della cultura dell’Albania, in gran parte ignote alla maggioranza degli Italiani, e soprattutto del solido legame che lega le due nazioni. Molte regioni del Centro e del Sud Italia furono meta di colonizzazioni illiriche, non solo elleniche, per cui possiamo dire di avere rapporti di “parentela” stretta con le popolazioni dell’altra sponda dell’Adriatico e con gli stessi Albanesi.

Con tutte le comunità etnolinguistiche storiche albanesi presenti in Italia, che sono definite arbëreshë, ho rapporti intensi e frequenti mirati al recupero dell’orgoglio delle radici culturali d’origine e all’incremento delle relazione con la “Madrepatria”, per mantenere l’importante caratteristica di poter vantare due patrimoni identitari. Anche gli Arbëreshë sono una comunità trascurata e sottovalutata, in Italia, pur avendo contribuito in maniera decisiva a molte fasi della storia della Penisola, non ultimo il Risorgimento e l’Unità d’Italia, cui tanto diedero, in termini di idee ma anche di sangue versato, intellettuali e patrioti della Calabria, della Sicilia e, più in generale, del Mezzogiorno. I più sono misconosciuti ma di qualcuno, come Francesco Crispi, pur degno di figurare sui libri di storia, si ignora proprio l’origine italo-albanese. Anche a questa lacuna, cercano di mettere riparo le iniziative che portiamo avanti con le istituzioni del mondo arbëreshë.

D: Cosa ritiene debbano fare di più le istituzioni nazionali ed europee per tutelare le varie minoranze etnico linguistiche presenti in Italia?

R: La legge fondamentale, sotto questo profilo, la n. 482/1999, varata per favorire le iniziative di tutela del patrimonio linguistico e culturale di queste comunità, è stata nel tempo resa inutile dai soliti meccanismi familistici e politici vigenti nelle istituzioni territoriali chiamate a gestire i fondi a disposizione. Sono stati, infatti, nel tempo, finanziati progetti messi in piedi con il solo obiettivo di drenare le risorse a disposizione e privi di ogni efficacia concreta per la salvaguardia dell’unicità culturale arbëreshë. Le normative dovranno essere integrate con meccanismi di partecipazione e controllo da parte delle stesse comunità storiche italo-albanesi alle istituzioni preposte alla distribuzione dei finanziamenti. Aggiungo che lo Stato italiano stesso dovrà dimostrare di credere in questi processi di valorizzazione, prima di tutto invertendo il processo di graduale taglio dei fondi destinati a queste iniziative e poi intensificando i rapporti con i Paesi d’origine di queste “enclave” culturali, non con cerimonie “di facciata” ma attraverso iniziative di alto valore culturale ed anche di contenuto più prosaicamente economico, per aggiungere uno stimolo in più per incrementare e coltivare questi gemellaggi internazionali.

D: Lei è un giornalista professionista, che giudizio dà sulla qualità e correttezza della informazione in Italia?

 

R: Decisamente scarso. A fronte di pochi casi di giornalismo di grande qualità, assistiamo tristemente al graduale dissolvimento di questa nobile professione. Le cause sono molteplici. Innanzitutto, la graduale perdita dei valori deontologici fondanti del giornalismo: la ricerca di quel che più può avvicinarsi alla verità, alla esposizione obiettiva dei fatti, al diritto fondamentale dei lettori/ascoltatori di essere informati in modo imparziale. La spettacolarizzazione del ruolo, il protagonismo di tanti giornalisti all’interno di trasmissioni televisive in qualità più di “opinionisti” che di cronisti, ha fomentato il successo del giornalismo gridato, della ricerca ad ogni costo della notizia sensazionale, della celebrazione dei processi dagli schermi invece che nelle aule, della rincorsa al pettegolezzo più becero e volgare e tante altre storture del genere. La perdita di credibilità –purtroppo per l’intera categoria, anche per coloro i quali si attengono a più ferree regole morali- che ne è derivata, è stata aggravata dalla falsa convinzione che nel mondo digitale, tra Internet e i Social Network, è possibile procurarsi da soli le informazioni, senza comprendere l’insostituibile ruolo di filtro, di vaglio della veridicità delle notizie, di mediazione per semplificare i dati più complessi che, appunto, viene di solito svolto dai giornalisti. Se, poi, sommiamo i danni creati da tanti editori che assumono ragazzi inesperti e privi delle basi professionali e deontologici per farsi “confezionare” quotidiani o notiziari o siti “di informazione”, a basso costo ma privi della benché minima affidabilità, ci rendiamo conto della reale portata del naufragio del giornalismo moderno. Sono convinto che, però, la “guarigione” è insita nello stesso “male”: la gente capirà presto che non si può rimanere ostaggio o, peggio, vittima delle “bufale” che bombardano lettori e ascoltatori da ogni parte e tornerà ad affidarsi a chi può garantire serietà ed equilibrio nella ricerca e nella divulgazione delle notizie. Tutto sta a vedere se il sistema potrà garantire  l’adeguato compenso economico a chi si dedicherà al diritto/dovere di informare con correttezza o se faranno sempre e solo successo gli “urlatori” delle trasmissioni-spazzatura che osano farsi chiamare giornalisti.

D: Si è anche occupato di turismo culturale ed enogastronomico, cosa bisognerebbe fare per sfruttare le potenzialità di questa ricchezza italiana?

R: L’Italia, sotto questo profilo, non avrebbe bisogno di troppi sforzi, dato che –senza tema di smentite- è il Paese che può vantare la migliore cucina al mondo e alcuni tra i migliori vini del pianeta. Al di là della capacità di promuovere questa offerta di altissima qualità, resta fondamentale curare l’accoglienza, la “cornice” delle località con queste vocazioni, le infrastrutture utili a portare alla meta i visitatori. Ci sono zone rurali dell’Italia del Centro-Sud che farebbero la gioia di ogni buongustaio alla ricerca di prodotti genuini e pregiati ma che sono collegate poco e male con i maggiori centri vicini: in questo modo, i grandi numeri che sono necessari a rendere proficuo il turismo enogastronomico restano solo un miraggio lontano.

D: Lei è appassionato studioso di storia, genealogia e araldica, ed anche vice presidente della associazione culturale internazionale Aristocrazia Europea. Cosa ne pensa del proliferare di tanti finti nobili e di ordini cavallereschi fasulli? E cosa vuol dire, per lei, essere nobili nel 2020?

R: É un fenomeno francamente squallido, che parte dalla brama di visibilità e di “promozione sociale”. A parte il fatto che resta discutibile ritenersi “socialmente promossi” se si vantano titoli nobiliari senza comportarsi di conseguenza, essere nobili non significa affatto ostentare presunte ricchezze o stereotipi che sono di solito abbinati all’aristocrazia: adottare una parlata cadenzata in maniera ridicola, usare termini desueti, trattare con spocchia il prossimo e vantare titoli che non si possiedono -come l’avvilente finta marchesa di tanti programmi trash italiani- è solo una farsa grottesca che può colpire gli ignoranti. Essere nobili significa comportarsi come tali, rispettare valori fondamentali per la convivenza civile come la solidarietà, l’altruismo, il rispetto, l’educazione, la capacità di sacrificarsi per ideali superiori. Per molti, si tratta di risibili reliquie di un passato lontano. Per chi non si ferma alla superficie dell’analisi, risultano le uniche isole di salvezza in un mare di relativismo e individualismo esasperato che sta minando alle fondamenta le società cosiddette “avanzate” contemporanee.

Quanto ai finti titoli e ai falsi ordini cavallereschi, distribuiti a piene mani –e, di solito, dietro lauto compenso- da truffatori che non hanno alcun diritto di conferirli, sono manifestazioni della diffusa ignoranza della storia delle famiglie e della legislazione nobiliare italiana, comunque abolita, per lo Stato italiano, dalla proclamazione della repubblica. Chi vuole la certezza di appartenere ad un casato storico italiano non può affidarsi ad un foglio di carta stampato in uno stand fieristico, ma deve riferirsi a pubblicazioni e ad istituzioni –come la stessa “Aristocrazia Europea”- che studiano in modo competente e documentato le genealogie e le vicende delle famiglie notabili. Non è una ricostruzione facile e comporta costi importanti per la necessità di svolgere ricerche negli archivi civili e religiosi di diversi territori. Tra l’altro, pagare non significa ottenere la certezza di avere antenati illustri: si deve essere disposti ad accettare anche i verdetti negativi. Bisogna essere orgogliosi del proprio retaggio familiare, non rinnegare il proprio cognome e le persone care che lo hanno portato per attribuirsene un altro senza averne diritto. 

 

Finita l'intervista, il principe Loris ci ringrazia e saluta molto cordialmente. Da fonti certe, sappiamo che, dal centrodestra, gli sono state proposte sia candidature alle prossime elezioni politiche ed europee, che importanti incarichi istituzionali in materia di relazioni internazionali e commercio estero, ma lui, almeno per ora, preferisce continuare ad occuparsi di giornalismo, comunicazione e cultura.

 

 

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