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Milano

In un’opera del 1947 dal titolo “Piazza“, Alberto Giacometti tocca il cuore del problema del valore degli spazi pubblici della città contemporanea, restituendo con pochi tratti l’irriducibilità del conflitto tra il loro potenziale carattere collettivo e civile e la dimensione nevrotica, distratta, individuale del modo contemporaneo di abitare la città.

Ha dunque certamente ragione Pierluigi Nicolin quando sostiene la necessità di operare per sottrazione nei confronti degli spazi aperti urbani. Di fronte alla diffusa mancanza di un disegno capace di dare un senso all’universo di oggetti che popolano i vuoti urbani, generando una sorta di paesaggio cacofonico, l’idea infatti di prendersi cura della città disponendo meglio o togliendo quanto già c’è appare condivisibile. Ma potrebbe anche rappresentare una resa di fronte alla necessità di sperimentare tipi di interventi, come avviene in molti altri Paesi, rivolti ad adeguare gli spazi esistenti alle profonde trasformazioni delle modalità d’uso della città contemporanea.

Basterebbe tra i tanti ricordare ciò che è stato fatto sui piccoli spazi urbani dalle città di Lyon e Saint-Étienne, quest’ultima attraverso l’esperienza dell’Atelier Espace Publique, al quale hanno collaborato professionisti, studenti, rappresentanti dell’amministrazione pubblica. O gli innovativi progetti dello studio Topotek a Berlino e Copenaghen. Oppure la piazza di San Gallo ridisegnata dall’artista svizzera Pipilotti Rist. O i raffinati allestimenti effimeri degli spagnoli Luzinterruptus. Insomma dopo la presunta morte dello spazio pubblico dovuta, per il sociologo americano Richard Sennet all’irruzione dell’intimismo nella vita quotidiana e il cui effetto sarebbe stato di spingere la gente a cercare nella sfera privata ciò che le viene negato in quella pubblica, si è di fronte a una rivalutazione di tali spazi, il cui uso però appare cambiato rispetto al passato.

In Italia si potrebbe stabilire la data di nascita di questo cambiamento: 25 agosto 1977, Estate Romana, regista Renato Nicolini. È l’inizio di un nuova stagione al cui centro trova posto l’idea che la città con le sue piazze, strade, cortili, diventi teatro di eventi, la cui natura effimera non debba necessariamente fare di loro un genere minore. Ne ha diffusamente trattato il sociologo italiano Giandomenico Amendola, convinto che l’atteggiamento di coloro a cui dovrebbe competere di dare risposte alla crisi dello spazio pubblico, progettisti, amministratori e studiosi, dovrebbe semplicemente essere quello di saper intercettare la attuale domanda di città. Una domanda inedita, proveniente da una popolazione che esprime attese diverse, nelle quali sono rappresentate immagini che si sovrappongono l’una all’altra e nelle quali convivono idee differenti di città.

In ciascuna di queste “città desiderate” è proprio la natura dello spazio pubblico a giocare un ruolo determinante. Nella “ville à la carte”, come dicono i francesi, non è sufficiente che esso sia reso accogliente, gli si chiede di più. Perso il carattere, avuto un tempo, di luogo specializzato, allo spazio urbano contemporaneo viene richiesto di assecondare le molteplici modalità di autoconsumo da parte dell’utente, consentendo a ciascuno di costruire una sorta di palinsesto personale, sulla base del quale poter anche interagire con i dispositivi presenti sul luogo, modificandolo. La Schowburgplein di Rotterdam, dei West 8, seducente scenografia urbana continuamente trasformabile da parte dei suoi frequentatori, costituisce una sorta di capostipite di questa generazione di spazi urbani.

Per questo ritengo che il tema dell’arredo urbano vada trattato, anche a Milano in una prospettiva più ampia, che ruoti intorno alla nozione di urban interior design. Nella quale il riferimento all’interior sta a significare la scelta di operare nel solco di una cultura che mette in primo piano la questione del rapporto tra uomo e ambiente e la ricerca di una nuova civiltà dell’abitare, in cui le cose tornino ad avere un loro senso. Anche quando si tratta di una panchina o di un’edicola per la vendita dei giornali. Associato al termine design, l’interior acquista il significato di disciplina interessata alla trasformazione degli ambienti contemporanei, anche quelli che chiamiamo interni urbani, con l’obiettivo di renderli non solo ospitali, ma anche ricchi di nuovi significati culturali, antropologici, simbolici grazie all’uso di linguaggi in grado di compiere una sintesi delle diverse discipline interessate a misurarsi con il tema della qualità degli ambienti. Quindi non solo l’architettura o il design ma anche le arti visive, la comunicazione, le scienze sociali. Alcune delle piazze, per fare un esempio, progettate da Attilio Stocchi nel bergamasco sono da questo punto di vista esemplari.

L’esperienza dei concorsi sulle piazze promossa qualche anno fa dal Comune di Milano è stata interessante, ma limitata e ancora troppo condizionata dall’idea che il cambiamento debba essere necessariamente di natura irreversibile, destinato alla lunga durata e dunque ad alto consumo di risorse. In una fase in cui le trasformazioni dei modi d’uso dello spazio appaiono imprevedibili e le risorse sempre più scarse, l’apertura di un nuovo corso indirizzato a lanciare idee e promuovere interventi sui suoi spazi aperti, attraverso il coinvolgimento sia dei professionisti sia dell’Università, secondo un approccio fondato sull’uso giudizioso delle risorse, anche attraverso interventi di natura reversibile e provvisoria seppure non necessariamente destinati all’evento, potrebbe rappresentare un segnale importante di cambiamento da parte di questa amministrazione. E consentire alla città di Milano di avere, su questo terreno, la stessa capacità di innovazione che altri paesi europei già hanno dimostrato..

Di Luciano Crespi per Arcipelagomilano.org
 

Tags:
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