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Milano

 

PRECISAZIONE

di Filippo Penati

La ricostruzione di Ivan Berni sulla candidatura di Stefano Boeri, per quanto mi riguarda, non corrisponde al vero. Non sono assolutamente io l'ispiratore dell'articolo sull'Unità che lui cita. In più, la ricostruzione su alcuni punti è lacunosa. Perché omette di ricordare che in quei giorni ci furono due fatti importanti. Il primo è l'incontro tra Boeri e Bersani a Linate, sollecitato dallo stesso Boeri, che doveva rimanere segreto e che invece uscì sui giornali. Io mi affrettai a minimizzarlo e a ridurlo a una tazzina di caffè. Basta vedere le cronache di quei giorni. La seconda cosa, ancora più determinante, è che il dibattito della chiusura della festa provinciale dell'Unità venne modificato trasformandolo in un incontro Bersani-Boeri. A mia insaputa e contro la mia volontà. Dico di più: prima c'era stato un incontro alla festa dell'Unità anche con Veltroni e Boeri. Chi insisteva per andare con Bersani era stato lui. Il fatto che lui si schiacciasse sul Pd non è stata colpa mia.

 

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

di Alberto Biraghi

Com'è già accaduto, Berni dimostra di non voler fare il giornalista, ma il portavoce di una parte politica, quindi come da costume della politica italiana racconta una serie di fanfaluche.
1) mai inteso "demolire" nessuno
2) mai diffamato nessuno (lo dimostra la mia fedina penale immacolata e una serie di querele per diffamazione, da parte di suoi simili tipo o correligionari, archiviate per manifesta pretestuosità), nella mia storia ho sempre raccontato fatti, compresi quelli relativi alle imprese di Penati al cui desco Berni era sempre benvenuto.
3) mai messo "a capo" di nessuno. Ho sostenuto e votato Pisapia, ritengo violata la promessa elettorale, lo dico come posso, da solo, come ho sempre fatto.
4) mai rivalutato Stefano Boeri (anche se a confronto di altri assessori di questa giunta è un gigante) e continuo a considerare la sua candidatura a sindaco una follia e la dimostrazione di quanto il PD sia una montagn.... (segue a pagina 12).

Ovvero: Berni mi descrive come non sono, mi attribuisce pensieri e intenti che mi sono estranei, insomma, mente. Perché lo faccia non mi è chiaro e sinceramente non mi interessa. Però mente.

 

Questo  testo è stato scritto oltre un anno fa come capitolo del libro “Fare di più con meno” , di cui sono autore con Stefano Boeri. Non è presente nell’edizione del libro uscita per il Saggiatore a fine novembre 2012 perché, trattando di vicende relative alle primarie per il sindaco di Milano dell’autunno 2010, ci era sembrato un po’ inutile, e forse anche molesto, proporre la ricostruzione di vicende  ormai superate dai fatti. Soprattutto superate dalla vittoria di Giuliano Pisapia e del movimento arancione nella primavera del 2011. Ma domenica  17 marzo 2013 il sindaco Pisapia ha “licenziato” Stefano Boeri dalla giunta milanese.  Questa clamorosa decisione ha innescato una scia di polemiche e di dure prese di posizione. Sotto accusa, da parte dell’architetto ex assessore è  finito in particolare il gruppo dirigente del Pd milanese e lombardo, che ha accettato la defenestrazione del suo ex candidato sindaco ed ex capolista alle elezioni del 2011 (con quasi 13 mila preferenze) in cambio di una poltrona in più nella giunta di Palazzo Marino. Nel botta e risposta polemico è intervenuto anche Gad Lerner, che in un post sul “blog del bastardo” si è complimentato con Pisapia del licenziamento di Boeri e ha attribuito a Filippo Penati (l’ex deus ex machina del Pd milanese ed ex numero due del Pd nazionale, sotto accusa per le tangenti a Sesto e per l’affaire Serravalle) la paternità della candidatura di Boeri nel 2010. Queste due circostanze hanno, come dire, fatto tornare d’attualità questo capitolo mai pubblicato che ricostruisce, passo passo, tempi e ragioni di quella candidatura. Rimettendo persone, tempi, fatti e responsabilità al loro posto.   Grazie ad Affari Italiani oggi potete leggerlo. E  farvi un ‘opinione più informata.


CANDIDATURE E TRAPPOLE

Di Ivan Berni

La proposta che non si può rifiutare prende forma negli ultimi giorni di luglio del 2010. È Riccardo Sarfatti, architetto, imprenditore e candidato governatore della Lombardia per il centrosinistra nel 2005, a chiamare Stefano Boeri. Sarfatti è uomo di confine fra il Pd e la Milano delle professioni, della cultura, delle imprese che ha il cuore che batte a sinistra. Da indipendente, la sua candidatura alla Regione ha raccolto la quota di consensi più alta fra chi

LA CONTROREPLICA DI IVAN BERNI

Cari amici di Affari Italiani, abuso ancora della vostra pazienza per qualche riga di puntualizzazione a seguito degli interventi di Filippo Penati e Alberto Biraghi.Penati nega di aver passato all'Unità, nell'agosto 2010, la notizia della candidatura a sindaco di Boeri da parte del Pd. Io confermo la veridicità di quanto scritto. Rimaniamo dunque sulle reciproche posizioni. E' importante, tuttavia, che Filippo Penati non contesti in nulla la mia ricostruzione della candidatura Boeri, nata per iniziativa di Riccardo Sarfatti. Questo spazza via altre capziose e infondate tesi, come quella sostenuta da Gad Lerner, che indica in Penati l'inventore di quella iniziativa. Per il resto, le osservazioni di Penati non spostano di una virgola quanto ho scritto. Biraghi mi da del mentitore, con ciò confermando la sua irrestibile vocazione all'insulto. Io l'ho solo ricordato per via del sito "Boerineindanke", da lui fondato ad hoc per le primarie del 2010 contro la candidatura di Boeri. Quel sito non aveva altro scopo e, diciamo, non era propriamente una palestra di confronto fra idee e programmi. Non si è trattato di "demolizione"? Due mesi di insulti e di accuse inesistenti di conflitto d' interesse come li chiamate? Infine: faccio il giornalista e ho scritto un libro con Stefano Boeri. Di quello che scrivo rispondo, come ho sempre fatto, per intero. Non ho mai fatto il portavoce di nessuno. E nemmeno il portatore di fango conto terzi.

Grazie per l'ospitalità

Ivan Berni

si è misurato con Formigoni dal 1995 in poi, raggiungendo il 43,6%. È stato anche Presidente dell’assemblea regionale del Pd subito dopo la fase costituente del partito. Dentro il Pd è riconosciuto come un saggio da ascoltare, anche se l’esperienza alla guida di un’assemblea, che doveva disegnare i contorni di un partito nuovo e aperto, gli ha riservato momenti amari, come la mancata rielezione in Consiglio regionale nel 2010. Sarfatti chiama Boeri e gli fa questo discorso: la candidatura di Giuliano Pisapia ha spiazzato il Partito Democratico sui tempi di scelta dell’avversario di Letizia Moratti alle elezioni di primavera 2011. La situazione ha subito una forte accelerazione. Occorre che a Milano si presenti un candidato del centrosinistra in grado di rappresentare un forte elemento di discontinuità col passato, che abbia prestigio e notorietà sufficienti, che soprattutto abbia una propria visione sul futuro di Milano e una grande capacità di ascolto della città. Secondo Riccardo Sarfatti, la candidatura di Stefano Boeri ha tutte queste caratteristiche. Rispetto a Pisapia, ex parlamentare indipendente di Rifondazione Comunista, Boeri avrebbe la possibilità di intercettare un bacino elettorale più ampio, pescando anche nell’area del centro e dell’astensione.
L’idea della candidatura sta in piedi a due condizioni: deve maturare, e imporsi, all’interno di un soggetto indipendente dai partiti. Un soggetto autorevole, rappresentativo delle migliori energie di Milano, che raggruppi intelligenze e competenze; il Pd deve impegnarsi pubblicamente a sostenere la candidatura a sindaco della personalità che verrà indicata da questo soggetto e, naturalmente, sostenerlo alle primarie. La ragione di queste due condizioni è evidente: in campo c’è la candidatura di Giuliano Pisapia, che fin dall’esordio sottolinea la sua caratteristica “civica” con il pronunciamento di decine di personalità e intellettuali. Non solo della vecchia sinistra gauchiste, ma per esempio anche di giornalisti come Giuseppe Turani o di vecchi e rispettati guru della politica lombarda come Piero Bassetti. Chi pensasse di opporre a Pisapia  – che già al tempo raccoglie supporters anche nel Pd milanese - un candidato strettamente di partito si troverebbe in una condizione di handicap e di grave difficoltà interna. Vincolare la candidatura sostenuta dal Pd al pronunciamento di questo consesso di “saggi”, inoltre, permetterebbe di bloccare – o limitare fortemente - la fioritura di altre candidature minori alle primarie di coalizione, potenzialmente in grado di indebolire la candidatura più forte.
Il “soggetto autorevole indipendente” è stato costituito nella primavera del 2010 per iniziativa di Sarfatti. Si chiama “Milano riparte” ed è un comitatone di 92 personalità milanesi. Ne fanno parte, fra gli altri, lo scrittore e semiologo Umberto Eco, il giurista Guido Rossi, l’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida. Lo scopo dichiarato di “Milano riparte” è esplicito fin dalla fondazione: favorire la scelta di una candidatura in grado di sconfiggere Letizia Moratti e il centrodestra, rimettendo in moto una città immiserita da 18 anni di amministrazioni che l’hanno ridotta a una succursale di Arcore.  Nelle sue prime riunioni il comitatone ha iniziato una ricognizione sui nomi e ha avviato il confronto con i partiti. Primo fra tutti il Pd, naturalmente. A Milano il giovane gruppo dirigente del Partito democratico ha gli occhi di tutti puntati addosso. Nella primavera-estate del 2010 si è cominciato a discutere di candidature, ma nell’incertezza di un percorso e di un metodo da parte del partito. Brucia come una ferita aperta il pessimo esito delle regionali: Formigoni ha vinto per la quarta volta. Il suo competitor Filippo Penati ha ottenuto poco più del 33%, dopo una campagna scialba condotta nella certezza dell’ennesima sconfitta. Il guaio è che Penati non è solo il candidato perdente contro Formigoni. È il “padrone” del partito a Milano nonché, fresco di nomina, il potente capo della segreteria del Segretario Nazionale Pierluigi Bersani. Penati ha accettato di fare il martire dell’impossibile corsa contro Formigoni sperando che un’onorevole sconfitta gli avrebbe spianato la strada per la candidatura a Sindaco di Milano, vero obiettivo della sua lunga corsa. I vertici locali e nazionali del Pd gli hanno tenuto bordone, ignorando la richiesta delle primarie invocate da ampi settori del partito e dai giornali. Ma la maionese impazzisce. Il risultato è pessimo: fra Formigoni e Penati il distacco è di 23 punti.  Non è andata affatto come nelle previsioni. Ripresentarsi dopo una simile batosta e dopo, nel 2009, aver perso la guida della Provincia di Milano, contro il candidato del Pdl Guido Podestà ,sarebbe temerario. Però Penati non demorde. Evita accuratamente di chiamarsi, in pubblico, fuori dal gioco. Se non sarà lui l’avversario della Moratti, nessuno potrà candidarsi contro di lui. O senza il suo placet. Una situazione che blocca nell’incertezza il segretario della federazione provinciale Roberto Cornelli - trentottenne criminologo Sindaco di Cormano, paesone della cintura nord milanese – e i suoi collaboratori più stretti.  Nel Pd milanese si cerca una candidatura “civica”. Prima ancora che il comitatone di Sarfatti si costituisca, sbuca il nome della Presidente del Tribunale Livia Pomodoro. Una disponibilità di massima sembra esserci, ma subordinata al fatto che non si svolgano le primarie. Il problema viene posto sulle pagine di Repubblica e la candidatura di Pomodoro muore ancor prima di nascere. Il tormentone primarie non è ancora stato sciolto. Nel Pd milanese, intanto, qualcuno pensa che si possa tentare il grande balzo. I nomi che circolano sono quelli del capogruppo in Consiglio comunale Pierfrancesco Majorino e del consigliere comunale Davide Corritore. Il primo ha dalla sua l’attivismo da capo dell’opposizione alla Moratti, in particolare nel contrasto a un Piano di governo del territorio improntato a una nuova, enorme, cementificazione. Il secondo conta sul profilo di uomo della società civile – è stato manager di DeutscheBank e Amministratore Delegato della società di sondaggi e ricerche Swg Italia – prestato alla politica. Sono due figure relativamente nuove, ma non popolarissime. Potrebbero avere qualche chance ma soltanto in presenza di un appoggio convinto e incondizionato del partito di cui fanno parte. Che non c’è.
I giochi nel Pd li spariglia la decisione di candidarsi da parte di Giuliano Pisapia, ai primi di luglio del 2010. Giuliano lo dice apertamente: sono qua perché non si può perdere più tempo. E che il tempo dei rinvii è scaduto se ne rendono conto, finalmente, anche i dirigenti del Pd. Ora le primarie si dovranno fare. Con quale candidato e con quale percorso, però, è tutto da stabilire.
Sarfatti il percorso l’ha in mente. Lo propone a Cornelli che condivide. Sarà un’assemblea del comitatone dei 92 saggi, ai primi di settembre, a indicare il candidato. Il Pd milanese deciderà dopo. La festa provinciale del partito, in settembre, sarà l’occasione per il lancio della candidatura. L’assemblea dei saggi deciderà in piena libertà il nome dello sfidante della Moratti, e di Pisapia alle primarie. Che il prescelto dai saggi sia Stefano Boeri è assai probabile, visto l’appoggio di Riccardo Sarfatti, ma non è scontato. È un rischio che l’architetto milanese mette nel conto. D’altronde si tratta di un passaggio fondamentale per definire l’origine e il profilo della sua candidatura: quella di un indipendente che guarda al Pd come a una forza politica da cui non si può prescindere, non quella di un militante, o funzionario, espresso dal partito.
Fra Sarfatti e Boeri, in quello scorcio del luglio 2010, si costruisce in pochi giorni un rapporto di stima e amicizia intenso. Stefano Boeri accetta di mettersi in gioco perché vede in Riccardo Sarfatti il garante di un percorso trasparente e politicamente innovativo. L’appuntamento decisivo è fissato per il 7 settembre, quando si riunirà nella sala dell’Umanitaria di Milano il comitatone “Milano Riparte”, per la definizione della candidatura. Pisapia, nel frattempo, ha iniziato la sua campagna per le primarie. Ancora non si sa quando si terranno e chi saranno i suoi rivali, ma intanto l’avvocato passa tutto agosto a battere periferie, centri anziani, bocciofile, mercati della città. Si fa vedere e si fa raccontare dai giornali, d’agosto naturalmente più ricettivi e ospitali data la consueta carestia di notizie.
La presenza costante di Giuliano Pisapia sulle cronache cittadine, e l’obiettiva particolarità di una candidatura fuori spartito, tengono costantemente in primo piano il tema della sfida nel centrosinistra milanese. La pressione sul Pd per la mancanza di un’indicazione di candidatura si fa sempre più forte. Boeri, in quelle settimane, sente a più riprese i vertici del Pd milanese. I contatti si aprono anche con il Segretario Nazionale Pierluigi Bersani e con il suo braccio destro Filippo Penati.  A ferragosto c’è un incontro all’aeroporto di Linate, mentre Boeri è in transito con destinazione Sardegna, per una quindicina di giorni di vacanza. Bersani vuol conoscere l’architetto di persona. Penati conosce già Boeri, dai tempi in cui faceva il Presidente della Provincia di Milano. L’incontro è cordiale e non riserva sorprese: la road-map è quella tracciata da Sarfatti. Superato il passaggio dell’investitura da parte dei 92 saggi, il Pd darà il proprio appoggio. Bersani sarà a Milano per la festa provinciale del partito il 19 settembre.
Boeri parte tranquillo per la Sardegna. Sembra tutto a posto e invece nulla è in ordine. Lo capisce bene il 26 agosto, quando a Venezia, nei giorni di inaugurazione della Biennale di Architettura,  il telefono comincia a squillare  e non smette più. L’Unità è uscita con un pezzo scoop richiamato in prima pagina: “Primarie Pd. A Milano spunta il nome di Boeri”. Per tutta la giornata l’architetto cerca di capacitarsi su cosa sia successo. Un’uscita del genere può provocare danni a catena. E in effetti li provoca. Dal comitatone dei 92 saggi partono telefonate furibonde a Riccardo Sarfatti: “Se il Pd ha già deciso che il candidato è Boeri che ci riuniamo a fare? Ci trattano da utili idioti ma hanno fatto male i conti!”. La road-map dell’investitura si sgretola.  Boeri risponde ai giornali in cerca di conferme che non c’è nessuna decisione presa. E stacca la comunicazione. Ma in questa situazione è una smentita che non regge. Chi ha fatto quella soffiata all’Unità e perché? Esclusi, per ovvi motivi, Sarfatti e lo stesso Boeri, restano i dirigenti del Pd. Cornelli e gli altri responsabili cittadini giurano di non avere alcuna responsabilità. E c’è da credergli perché, obiettivamente, non si vede che convenienza avrebbero nel “bruciare” un nome e un percorso concordato tappa per tappa. Restano Bersani e Penati, come conferma qualche giorno dopo, il 31 agosto, il Direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, a Stefano Boeri, appena atterrato a Boston, dove deve tenere una conferenza al Graduate School of Architecture di Harvard, dove insegna. “Da Roma ci dicono che il candidato del Pd alle primarie di Milano sei tu – annuncia il direttore – scegli che fare: ci dai un’intervista o noi comunque lo scriviamo”. Manca la pistola fumante, ma il principale indiziato della fuga di notizie è, gioco-forza, Penati. È infatti difficile immaginare che sia direttamente il leader del Pd  Bersani a rompere il patto di riservatezza stretto con Boeri. Molto più semplice intuire, invece, la convenienza dell’ex sindaco di Sesto San Giovanni: la presentazione di Boeri come candidato di partito disfa la tela tessuta a Milano dal giovane gruppo dirigente locale del Pd e da Riccardo Sarfatti e conferisce a Penati il ruolo di king-maker della scommessa elettorale del centrosinistra milanese. Il perdente delle elezioni regionali lombarde di qualche mese prima torna al centro della scena, e fa capire che le redini del Pd di Milano sono ancora nelle sue mani.
È la mossa dello scorpione che uccide la rana mentre la sta traghettando dall’altra parte del fiume. Stefano Boeri ha davanti una scelta secca: rinunciare a una candidatura che rischia di dividere, anziché unire, denunciando una forzatura che deforma il senso della sua disponibilità. O tentare di ricostruire il profilo indipendente della sua presentazione, pur sapendo che il marchio di “candidato di partito” sarà un fardello che appesantirà la campagna delle primarie. Sceglie di starci, perché dal partito arrivano scuse, rassicurazioni e persino implorazioni a non rovesciare il tavolo. Sceglie di starci senza far troppi calcoli, perché la decisione di accettare la scommessa dell’impegno in politica è presa, e tornare indietro pare una vigliaccheria. 
Ma il bollo “candidato del Pd” diventa rapidamente una specie di lettera scarlatta da cui è durissimo, se non impossibile, smarcarsi. Dai primi di settembre, dopo l’uscita dell’intervista sul Corriere della Sera, comincia una specie di tortura mediatica che alterna attacchi sui presunti conflitti di interesse del  Boeri architetto con il Boeri aspirante Sindaco, a pesanti bordate sul candidato “fighetto”, figlio della designer pluripremiata, Cini Boeri,  e del primario luminare dell’Istituto Besta, Renato Boeri. Un borghese dei salotti cresciuto nella bambagia e protetto dall’apparato del Pd, dalle frequentazioni professionali più che discutibili: “Ha lavorato per Ligresti”; “E’ stato arruolato dalla Moratti per il Masterplan Expo”; “E’ il progettista delle opere per il G8 alla Maddalena, quelle della Cricca”. Trent’ anni di lavoro professionale, di docenza al Politecnico e in altre Università in giro per il mondo, di commesse internazionali di grande prestigio, le direzioni di Domus e di Abitare, i  progetti costruiti su un’idea forte di interesse pubblico come Il Metrobosco intorno a Milano o il piano di rinascita delle cento cascine milanesi spariscono d’un tratto dalla biografia. Sul web nasce addirittura il sito “Boerineindanke” preposto unicamente alla diffamazione di Boeri, che fa da collettore degli insulti e delle insinuazioni dei nemici alla sua candidatura. Lo promuove Alberto Biraghi, un piccolissimo editore-blogger che ha per scopo dichiarato “Demolire Boeri per aiutare Pisapia”. Lo stesso blogger che, qualche mese dopo l’elezione di Pisapia a Palazzo Marino, cambia idea e si mette a capo dei delusi del nuovo sindaco. Rivalutando persino l’odiato Boeri.  Ma contro l’architetto ci sono anche pezzi da novanta. Il Nobel Dario Fo tuona contro “ l’architetto di Ligresti”. Elio delle Storie Tese rilascia un intervista a Vanity Fair in cui bolla Boeri come “Candidato della Confindustria”. E fa un po’ specie constatare che, un anno e mezzo dopo, Dario Fo tributa encomi a Boeri per avergli dato modo di realizzare una personale a Palazzo Reale – “Ho aspettato sessant’anni per questo riconoscimento nella mia città” – e Elio si faccia accompagnare “dall’amico dei padroni ” Boeri sotto la torre della protesta dei ferrovieri, in Stazione centrale, per il ripristino dei treni notturni al sud.  Ma in quei primi di settembre del 2010 l’aria che tira, in una certa sinistra milanese, è fradicia di rancore. E non c’è modo di ripulirla. La candidatura di Boeri viene accusata di arroganza anche da settori interni del Pd, che denunciano la mancanza di confronto interno, la procedura spiccia, l’imposizione di una decisione presa fuori dal partito milanese.
Il clima è pessimo e così accade che la sera del 7 settembre, quando si riunisce all’Umanitaria il Comitatone dei 92, la riunione si trasformi in una sorta di processo pubblico al Partito democratico e, di riflesso, al “suo” candidato Stefano Boeri. Nessuno è disposto ad avallare una candidatura “cotta e mangiata” altrove. Nemmeno Riccardo Sarfatti che del Comitatone è stato il promotore, riesce a far cambiare idea alla platea dei “saggi”. Il più critico nei confronti “dell’operazione Boeri” è il giurista Valerio Onida, che contesta il diritto stesso del Pd a proporre un proprio candidato di partito. Il “soggetto indipendente” dal quale, nelle speranze di Sarfatti, sarebbe dovuta partire la candidatura di Stefano Boeri a Sindaco di Milano diventa, all’opposto, il luogo in cui quella candidatura viene azzoppata, depotenziata, demolita. Su Boeri nemmeno si vota. Il candidato dei 92 saggi sarà, invece, proprio l’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida. Fra i presenti ci sono 8 voti contrari, fra cui quello di Riccardo Sarfatti. Per l’imprenditore è una pagina amarissima. È convinto, con ragione, che a causa degli errori e dei calcoli di potere di qualche mandarino del Pd si stia perdendo un’occasione straordinaria. Ma non cambia idea: Sarfatti resta convinto che l’uomo giusto per il rilancio della città e per una nuova stagione politica sia Stefano Boeri. Lo scrive alla figlia Caterina, in quelle settimane negli Stati Uniti. Lo ripete alla festa del Pd di Milano la sera del 9 settembre. Poi si mette in macchina per raggiungere la sua casa sul lago di Como. All’una e quaranta esce di strada a Tremezzo, probabilmente a causa di un colpo di sonno. Finisce nel lago e muore, a 71 anni.
Alle primarie convocate il 14 novembre i candidati sono quattro: Giuliano Pisapia, Stefano Boeri, Valerio Onida e l’indipendente verde Michele Sacerdoti. La campagna in città è vivacissima e mobilita migliaia di persone. Boeri mette in pista un team creativo di giovani che fa un lavoro straordinario, soprattutto nelle periferie. Per la comunicazione si affida all’agenzia Proforma di Bari, quella protagonista delle campagne vincenti di Nichi Vendola, governatore della Puglia, e all’agenzia milanese Ideificio. Il pay off della campagna è “Cambiamo città, restiamo a Milano”. Pisapia, a sorpresa, sceglie per comunicazione la Sec, agenzia di comunicazione presieduta da Fiorenzo Tagliabue, ciellino e già capoufficio stampa e strettissimo collaboratore di Roberto Formigoni in Regione Lombardia. L’avvocato continua a costruire e consolida la rete dei suoi comitati nei quartieri e gira molto per cene e aperitivi in centro, per guadagnarsi il consenso della borghesia . Valerio Onida fa il collettore degli scontenti del Pd, e dichiara di preferire Pisapia a Boeri. Sacerdoti è poco più di una comparsa, ma appena può si allinea al mood: e attacca Boeri.  La campagna di Boeri finisce con una spettacolare tavolata multietnica in via Padova, la strada che la giunta Moratti ha messo sotto coprifuoco. Protetti dai gazebo vengono allestiti e apparecchiati tavoli per trecento metri lineari. Sotto la pioggia migliaia di persone mangiano piatti del Magreb,dell’Africa sub-sahariana, del centro e sud America, delle Filippine e dello Sri Lanka. È un omaggio alla città-mondo e un impegno per il futuro di Milano. Pisapia conclude invece la sua campagna al Teatro Dal Verme, con un talk – show comizio con Nichi Vendola e Gad Lerner. Il teatro trabocca tanto è affollato. Fuori dal Dal Verme rimangono migliaia di persone. Per il candidato-avvocato è una sorta di incoronazione.
Domenica 14 novembre vince Pisapia con 30.550 voti, pari al 45,36%. Boeri ne raccoglie 27.050, poco più del  40%. Al terzo posto Onida con 9.000 voti e il 13,1%. Sacerdoti si ferma a poco più dell’1%. Il distacco fra i primi due è meno della metà dei consensi raccolti da Onida. Se il giurista non si fosse presentato, e soprattutto se il Pd avesse considerato che soli due mesi per valorizzare un candidato sconosciuto alla politica sono davvero pochi, forse, sarebbe andata diversamente.  Ma il senno del poi sul masochismo del Pd non basta a comprendere a fondo quel che è accaduto. La realtà è che, nonostante l’effervescenza della campagna e la partecipazione sottolineata dalle cronache cittadine dei giornali, è andata a votare molta meno gente del previsto. Il comitato organizzatore aveva stampato la bellezza di 160mila schede. Si attendeva un’ affluenza record di  centomila votanti. Ed era opinione comune che un maggior numero di votanti avrebbe favorito Boeri, in grado di intercettare più consensi d’opinione che militanti.  Invece vanno a votare 67mila milanesi, meno del 2006, quando alle Primarie per sfidare la Moratti venne scelto l’ex Prefetto Ferrante. Il deludente afflusso si spiega anche con  scelte organizzative assurde, come la chiusura dei seggi alle 20 in una città che nel week-end si svuota e che torna a riempirsi soltanto la domenica sera. Sul risultato che premia Pisapia influiscono fattori non valutati o considerati assai superficialmente. Il primo è che la candidatura dell’avvocato ha portato al voto nelle primarie tutta la sinistra “radicale” militante milanese: una nebulosa che per la prima volta si è riaggregata intorno a una figura di competitor nuova, in grado di raccogliere consensi anche nell’area di opinione del voto Pd. Il secondo è la caratteristica “civica” della candidatura: esaltata da una perfetta scelta temporale, la “discesa in campo” di Pisapia ha affascinato professionisti, borghesia imprenditoriale, circoli intellettuali. Terzo fattore, la capacità di portare nel proprio recinto testimonial politici e collaboratori di provenienze diversissime: da Piero Bassetti, a ex socialisti come Stefano Rolando, a giornalisti come Gad Lerner e Giuseppe Turani.  Oltre ad una nutrita pattuglia di dirigenti locali del Partito democratico.
Un voto su tre conquistati da Pisapia, diranno in seguito le analisi sui flussi, è provenuto dal Pd. Il partito che ha le primarie nel proprio corredo cromosomico è sembrato far di tutto per perderle. Per presunzione, per superficialità e soprattutto per il comportamento del suo più importante dirigente milanese Filippo Penati. Pronto a imporre una partita di poker a carte truccate pur di riprendersi in mano il partito. Penati che, a sorpresa, si dimetterà da Coordinatore della Segreteria Nazionale del Pd nel dicembre del 2010. Prendendosi la responsabilità della sconfitta di Boeri contro Pisapia, dirà. Ma molto più probabilmente per il sentore  dell’imminente arrivo di una tempesta giudiziaria sulla sua testa. Quella sulle presunte tangenti ricevute da Sindaco di Sesto per le aree Falck, e da presidente della Provincia per l’acquisto della quota di maggioranza della società Serravalle dal gruppo Gavio.  Una tempesta che esplode nel luglio del 2011, e lo porta all’estromissione da tutte le cariche occupate in nome del partito, prima fra tutte la Vicepresidenza del Consiglio Regionale della Lombardia, e alla sospensione dal Pd. Che ancora oggi non sa spiegarsi se Penati sia un’extraterrestre o un compagno che ha sbagliato.

 

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