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Delitti dell'assassino col coltello: Milano ha avuto un mostro negli anni '70?

I delitti dell'assassino con il coltello: Milano ha avuto un 'mostro' negli anni '70?

di Fabrizio Carcano

Ufficialmente non esiste. Anzi non è mai esistito. Perché la cronaca giudiziaria, gli atti processuali, i fascicoli della Polizia di Stato e dei Carabinieri ne escludono l’esistenza. Parliamo del ‘Mostro di Milano’, forse il serial killer più feroce e sanguinario mai conosciuto dall’Italia unita. Avrebbe addirittura ucciso più del ‘Mostro di Firenze’ colpendo almeno 11 volte. 11 donne uccise brutalmente, con grandinate di coltellate. Tutte trucidate a Milano, in un arco temporale compresso tra il 1970 e il 1975. Eppure ufficialmente questo assassino non è mai esistito.E quegli 11 omicidi rimasti senza un colpevole non avrebbero un collegamento tra di loro.

UNA STORIA AVVOLTA NEL FUMO DELLA BOMBA DI PIAZZA FONTANA

Come è possibile che 11 omicidi di donne in appena cinque anni siano passati quasi sotto silenzio in una città come Milano? Una spiegazione c’è: il contesto storico di quegli anni turbolenti. Da una parte l’onda di proteste del 1968 che non sembrava arrestarsi, la violenza politica che dilagava, incubando la nascita del terrorismo armato e dei successivi anni di Piombo. Dall’altra la criminalità comune, la cosiddetta ‘Mala’, con il boss Francis Turatello che a suon di omicidi sta scalando la gerarchia criminale diventando il boss indiscusso sotto la Madonnina, mentre un esercito di malavitosi da strada spara per rapinare a getto continuo banche, uffici postali, gioiellerie, in un clima da guerriglia urbana dove muove i primi passi anche un giovane Renato Vallanzasca.Una chela di delitti, quelli politici e quelli malavitosi, che stritola tutto gli altri crimini, relegandoli a periferici. Ma il vero spartiacque è il 12 dicembre 1969, quando alle 16.37 esplode la maledetta bomba di piazza Fontana. Il Big Bang di quegli anni terribili, di un vortice di violenze e sangue. Il volo mortale di Pinelli, i successivi anni di veleni intorno al commissario Calabresi, fino al suo tragico omicidio nel 1972, quindi l’attentato alla Questura di Milano nel 1973, con una bomba che non ferisce il primo ministro Rumor ma uccide tre agenti. Senza dimenticare un anno prima l’esplosione di un ordigno rudimentale al tritolo che si porta via l’editore Feltrinelli sotto il traliccio di Segrate. Morti illustri, polemiche mediatiche e politiche ad occupare le pagine dei giornali come le chiacchiere nei bar: una cortina fumogena che nasconde l’ordinaria cronaca nera spicciola. 

I delitti di donne diverse tra loro, senza un collegamento

Se non l’arma del delitto e il numero di coltellate. Tante, troppe, come se la mano assassina non volesse soltanto strappare la vita di quelle sventurate ma anche la loro bellezza, la loro femminilità, il loro essere donne. 11 assassini che si copiano tra di loro, riuscendoci molto bene. Oppure un solo assassino, ossessionato dalle donne.

LA MATTANZA DI LUCCIOLE MILANESI

A far passare in sordina questa strage al femminile contribuisce il fatto che quasi tutte le vittime, almeno otto su undici, sono donne di vita. Lucciole, che brillano al buio sotto la luce dei lampioni. Difficile capire se ad uccidere con queste grandinate di fendenti siano protettori, in lotta per il controllo dei marciapiedi periferici, oppure clienti violenti. Di alcune di loro si sa pochissimo e la stampa relega i loro omicidi in trafiletti marginali. In un’Italia fortemente democristiana, dove Radicali e sinistra combattono per il divorzio e iniziano a parlare di aborto, la morale condiziona l’opinione pubblica.

E del sangue delle varie lucciole - con nomi improbabili tipo "Olli la rossa", "La Betty dei camionisti", "La zia del vial Suzzani", "La Rosetta del Bottonuto", "Piripopò" – interessa a pochi. La logica è che in qualche modo se la sono cercata, scegliendo la strada e quel mestiere da fare al buio, agli angoli nascosti, di notte, quando le donne perbene restano a casa con mariti e figli.

GLI OMICIDI DELL’AFFITTA CAMERE E DELLA STILISTA

Milano non si interessa di questi delitti neppure quando il coltello affonda nella carne e nelle viscere di donne con una vita normale.

Il 16 febbraio 1970 in via Copernico, a due passi dalla stazione Centrale, una affitta camere di 54 anni, Margherita Adele Dossena, viene straziata alle 11 del mattino dalla solita rafficata di colpi. Per gli inquirenti sarebbe una rapina. Anomala, commessa in pieno giorno, in pieno centro. Per un bottino misero. La figlia della vittima, l’attrice Agostina Belli, assume un investigatore privato che rovista nel torbido delle notti milanesi e mette in correlazione i detti delle prostitute con quello dell’affitta camere. Quelle coltellate sono una firma del mostro. Ma tra reticenze, insabbiature e persino minacce l’inchiesta privata termina in un vicolo cieco. Nel 1975 un omicidio fotocopia avviene dall’altro lato della Centrale, in via Settala: la venticinquenne disegnatrice di abiti Valentina Masneri Tribolati viene trucidata con 16 coltellate in casa propria. A scoprire il delitto sarà il marito, indagato ma scagionato. Motivo della furia omicida la rapina di un orologio d’oro. Valentina era sola in casa, ha aperto lei la porta al suo carnefice.

IL DELITTO DELLA CATTOLICA

In mezzo a queste dieci morti c’è il delitto più celebre tra gli 11 rimasti irrisolti. La mattina del 24 luglio 1971 in un bagno del chiostro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore viene massacrata l’ex studentessa Simonetta Ferrero, impiegata della Montedison. Accade il sabato mattina: la ragazza era entrata nell’ateneo dove si era laureata l’anno prima e che ben conosceva, per rinfrescarsi in bagno dopo un giro di commissioni nei dintorni. Una tappa imprevista. Nessuno sapeva che sarebbe andata nella vecchia università. Intorno al bagno alcuni muratori stanno facendo dei lavori, utilizzano un potente martello pneumatico che copre ogni rumore. Simonetta incontra la morte davanti al lavello. Il suo sangue imbratta le pareti e persino il soffitto. Quella mattina nell’ateneo ci sono pochissimi frequentatori: teologi e ricercatori. Il custode non nota sconosciuti e neppure persone sporche di sangue. L’assassino potrebbe essersi cambiato all’interno dell’università. A trovare il corpo il lunedì mattina è un seminarista di 21 anni, entrato nel bagno delle donne per chiudere un rubinetto che qualcuno aveva lasciato aperto. E’ il rubinetto del lavandino che stava utilizzando Simonetta per rinfrescarsi. Verrà interrogato e scagionato. Poi scomparirà nel nulla, come altri giovani seminaristi che diverse ragazze avevano successivamente accusato di presunte molestie sessuali. Seguiranno denunce anonime, lettere anonime, segnalazioni di mitomani: tra gli inquirenti si sospetta che la mano assassina sia quella di un religioso. Qualcuno viene interrogato. Ma non ci saranno mai fermi e nessun indagato. E gli omicidi proseguiranno fino al 1975. Per poi interrompersi improvvisamente.

L’OMICIDIO DI LIDIA MACCHI IL 12ESIMO DELITTO DEL MOSTRO?

La catena di delitti si ferma in quel 1975, dietro restano 11 omicidi senza un motivo, senza un colpevole. 11 donne che a distanza di quasi mezzo secolo continuano ad attendere giustizia.E nel gennaio 1987 nei boschi vicino a Varese una studentessa di 19 anni, Lidia Macchi, che frequentava ambienti cattolici ed era iscritta proprio alla Cattolica, viene massacrata con la solita grandinata di coltellate, subito dopo aver consumato il primo rapporto sessuale della sua vita.Ancora una volta le indagini prenderanno la strada tortuosa di giovani seminaristi e di ragazzi legati alle parrocchie.Ma anche questa indagine si bloccherà nel nulla, fino ad un epilogo clamoroso nel 2016 che porta in una direzione opposta a quella del serial killer: Lidia sarebbe stata ucciso da un amico dell’epoca, un coetaneo con problemi di droga, altro che Mostro.

Eppure nel 1994 una lettera anonima inviata alla Questura di Milano avvisava gli inquirenti che il delitto di Lidia Macchi era stato commesso dallo stesso autore del massacro di Simonetta Ferrero sedici anni prima. Per qualcuno la Macchi sarebbe la dodicesima vittima del Mostro di Milano. Per la giustizia italiana sono 12 delitti senza un collegamento tra di loro. Perché il Mostro di Milano non è mai esistito se non in un romanzo noir uscito nel 2017, dove il giallista milanese Fabrizio Carcano ha ricostruito questa intricata vicenda. Prima di tornare nel 2018, con un altro giallo, il Codice di Giuda, a correlare l’omicidio di Lidia Macchi a quelli del Mostro degli anni Settanta. Ma l’autore si è affrettato a chiarire che ‘ogni riferimento a fatti e persone era puramente casuale…’

Così, giusto per ribadire che quelle 11 donne milanesi non sono state uccise da un solo assassino seriale. E nemmeno la varesina Lidia Macchi.

Tutti i noir di Fabrizio Carcano sono disponibili a QUESTO LINK.

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