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Milano

L'azienda ospedaliera Fatebenefratelli e Oftalmico, da cui dipende il Macedonio Melloni, è stata condannata a risarcire con 65mila euro marito e moglie che nel 2007 si erano rivolti al Centro sterilità presidio ospedaliero Macedonio Melloni per la fecondazione assistita, ma i cui embrioni erano morti in seguito a un cortocircuito la notte precedente l'impianto in utero. I due coniugi, oggi di 50 e 37 anni, avevano poi rinunciato ad avere figli. La sentenza è stata emessa dal giudice Gabriella Migliaccio della quinta sezione civile del tribunale, che in particolare ha stabilito: "Accertata la responsabilità dell'azienda ospedaliera Fatebenefratelli e Oftalmico per la morte degli embrioni di cui è causa, la condanna al pagamento, a titolo di risarcimento danni, della somma di 35.223,65 euro in favore" della moglie" e "della somma di 30mila euro in favore del marito", di cui qui si mantiene l'anonimato. Tra pochi giorni il giudice pubblicherà le motivazioni della sentenza.

Il cortocircuito risale alla notte tra l'8 e il 9 maggio 2007. Secondo quanto ricostruito dal legale della coppia, l'avvocato Susanna Zimmaro e accertato dal tribunale, aveva provocato un arresto della corrente elettrica degli incubatori contenenti tre embrioni. Gli embrioni erano morti perchá gli incubatori non erano collegati al gruppo elettrogeno. Agli atti del procedimento c'è una relazione (intitolata "Relazione clinica blackout 8 maggio 2007") a firma dei responsabili del laboratorio, in cui si spiega che il 7 maggio 2007 due donne si sono sottoposte ad agoaspirazione ecoguidata dei follicoli ovarici e che gli ovociti prelevati (tre per la prima paziente, uno per la seconda) sono stati contestualmente sottoposti a inseminazione. L'8 maggio due ovociti della prima paziente e un ovocita della seconda sono risultati fecondati. Gli embrioni avrebbero dovuto essere impiantati il giorno dopo, ma alle 9 del mattino successivo la responsabile del laboratorio ha trovato gli incubatori spenti. Al momento della riattivazione della corrente, entrambi hanno ripreso a funzionare, ma segnalavano una "drammatica caduta della temperatura e della concentrazione di anidride carbonica", che ha causato un danneggiamento degli embrioni le cui condizioni non si sono potute "ritenere purtroppo idonee al trasferimento in utero", conclude il documento. Non era la prima volta che i due coniugi tentavano il complesso percorso di fecondazione assistita (Fivet) presso il Centro sterilità presidio ospedaliero Macedonio Melloni. Ci avevano già provato nel novembre 2006, senza ottenere risultati positivi e quello del maggio successivo era il secondo tentativo. La Fivet (Fecondazione in Vitro e Embryo Transher), ricordava il loro legale nell'atto di citazione dell'ospedale, è un tipo di procreazione medicalmente assistita che richiede "da parte di entrambi gli aspiranti genitori e segnatamente a carico della madre, una adeguata preparazione sia medica che psicologica". Questo perchá comporta la somministrazione di farmaci per aumentare l'ovulazione e bloccare l'attività dell'ipofisi; l'esecuzione di una serie di ecografie per controllare la grandezza dei follicoli, che viene facilitata con la somministrazione di altri farmaci; prevede il loro prelievo sotto anestesia; un ciclo di antibiotici e una terapia ormonale per la donna che deve rimanere a letto, mentre i follicoli vengono fecondati e messi in incubatore in attesa del trapianto, se la fecondazione riesce. Un percorso complesso e faticoso dunque, che aveva portato la coppia a raggiungere "il 13 per cento di possibilità di diventari genitori", proseguiva il legale, spiegando di aver estrapolato il dato "dalla relazione 17 ottobre 2007 pubblicata dal ministero della Salute sullo stato di applicazione della legge 40/2004". Ma anche questa pur esigua possibilità a suo avviso è stata azzerata per colpa del Fatebenefratelli, perchá il laboratorio "è risultato non collegato a un gruppo elettrogeno di emergenza che continui a fornire la corrente ai laboratori ove sono ubicati gli incubatori anche in caso di blackout".

Secondo Zimmaro, "la responsabilità dell'ospedale è certamente una responsabilità grave se solo si consideri che la legge 40/2004 vieta la soppressione degli embrioni e prevede per il trasgressore la pena della reclusione fino a 3 anni e la multa da 50 a 150mila euro, oltre che la sospensione fino a un anno dall'esercizio della professione". Di qui, concludeva l'avvocato, la richiesta di rifusione dei danni patrimoniali, morali, biologici ed esistenziali e "in generale di compromissione di interessi e diritti della personalità che può essere agevolmente individuato nel danno liquidabile per la perdita di un figlio rapportato alla percentuale di probabilità che essi avrebbero avuto di diventare genitori", per un totale di 48mila euro per la moglie e di 31mila per il marito. L'ospedale, aveva invece chiesto al giudice di dichiarare "l'assoluta infondatezza in via principale e nel merito" della domanda della coppia, sostenendo che "nessun addebito, come nessun inadempimento o inesatto adempimento delle prestazioni sanitarie rese (come neanche nessuna omissione) è stato e può essere validamente mosso nei confronti dei sanitari dell'azienda ospedaliera Osiedale Fatebenefratelli e oftalmico, che, invece, hanno operato con perizia e diligenza". Ribadiva inoltre che il gruppo elettrogeno c'era, ma che si tratta di un'apparecchiatura che solamente in caso di mancanza di erogazione di energia elettrica da parte dell'ente fornitore interviene garantendo la fornitura di energia elettrica all'intero presidio ospedaliero", ma "non interviene, e non deve intervenire, nel caso di mancanza di alimentazione in un'area o zona limitata dell'ospedale, generate da cause involontarie, guasto, etc."; mentre "i gruppi di continuità vengono installati per legge nelle sale operatorie, terapie intensive, locali a uso chirurgico, dove la mancanza di alimentazione di rete risulta pericolosa per la vita del paziente, anche per un'interruzione di 15 secondi". Non evidentemente nei laboratori che contengono gli incubatori con gli embrioni.

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embrioni morti







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