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Milano

di Guido Camera,
avvocato Tribunale di Milano

Il Governo ha l’oggettivo merito di avere impostato la propria azione politica in materia di giustizia saggiamente evitando approcci “ideologici” e, invece, scegliendo di dedicarsi, con inevitabile pragmatismo, a temi mediaticamente poco eclatanti ma, a ben vedere, molto più rilevanti per la comunità e i diritti individuali. Che tale linea politica sia figlia di necessità – collegate alle pressioni dell’Unione Europea e/o alle precarie fondamenta politiche su cui si fisiologicamente si regge un Governo delle “larghe intese” -  più che di genetiche virtù, sinceramente, poco ci deve importare. La cosa che deve interessare, infatti, è che i provvedimenti che si accinge a varare consentano al Paese di raggiungere alcuni obiettivi minimi che, se (ancora una volta) falliti, difficilmente potrebbero consentire alla nostra società e alla nostra economia di valorizzare le tante risorse oggi ingiustamente mortificate. Viceversa, segnare il passo oggi sarebbe esiziale. Due sono le (ben note) priorità, in materia di giustizia, su cui non si può esitare: la riforma della giustizia civile e la “legalizzazione” di una realtà, quella carceraria, che ci ha già esposto a dure reprimende della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Sul primo fronte mi pare che ci siano più convergenze, anche alla luce della diffusa consapevolezza che la ripresa dell’economia passa necessariamente da un sistema giudiziario civile qualificato e, nel contempo, adeguatamente strutturato per offrire una tempestiva risposta alle controversie tra i cittadini (che sicuramente fanno meno notizia delle cause penali che guadagnano le prime pagine dei giornali, ma che sono molto più frequenti, oltre che economicamente e socialmente ben più importanti). 

In quest’ottica, si collocano anche proposte interessanti provenienti dalle realtà giudiziarie locali, che potrebbero essere riproposte su scala nazionale, come spiegato da Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera: un esempio è quello offerto dall’ “ufficio del giudice”, sperimentato a Milano nell’anno passato, che prevede l’affiancamento ai giudici civili di alcuni praticanti avvocati, con almeno due semestri di pratica. Il “non velleitario” obiettivo di tale progetto è quello di “esaurire il 15% in più di cause civili, farle più di qualità, impiegare un anno in meno, e rimettere pure in circolo nell’economia asfittica 6 miliardi di euro al costo di investimento di 16 milioni”. Sul versante “emergenza – carceri”, invece, si addensano più nubi. Il piano del Ministro Cancellieri - che prevede, tra l’altro, un incentivo alle forme alternative di detenzione carceraria previo accertamento giurisdizionale della pericolosità sociale del detenuto - oggi si vede frenato dai dubbi di Alfano, legati “al rischio che i cittadini non capiscano un simile provvedimento, soprattutto quando si promette di rendere più sicure le città”. Io credo che non si debbano confondere i due piani, e che gli italiani lo possano facilmente capire, se non si fagocitano propagandisticamente le loro paure: l’attuale condizione dei detenuti - e, non dimentichiamolo, della polizia penitenziaria - impone una ben precisa scelta di politica criminale che riservi al carcere un ruolo di effettiva retribuzione per un delitto commesso e, nel contempo, di tutela della società rispetto a chi è veramente pericoloso. Ma il carcere non può essere uno strumento per “tamponare” i problemi sociali (come, in particolare, l’immigrazione clandestina o la tossicodipendenza) che destano (in)sofferenza nella collettività ma che - per quanto talvolta questa sia comprensibile - non sono dei crimini.

 

 

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giustizia camera







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