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Milano

di Matteo Forte,
consigliere comunale Pdl a Palazzo Marino

 
L’editoriale di Lorenzo Gaiani, della Direzione lombarda del Pd, è uno spunto molto interessante per discutere sul contributo dei cattolici in politica. Non solo per i ricchi riferimenti contenuti nel testo, ma perché Gaiani evita di leggerla nella chiave della “riserva indiana” da proteggere ad ogni costo, o della lobby che indirizza la classe dirigente sulle scelte di valore. Egli parla dei cristiani impegnati in politica come di un fattore che fa bene ad una riflessione comune per ripensare il Paese, specie in un momento che è considerato dai più un passaggio epocale.
Ovviamente premetto che non parlo da “cattolico democratico”, ma da “cattolico popolare”. La sottolineatura dell’aggettivo non è secondaria, né una questione per i soli addetti ai lavori. L’aggettivo “popolare”, prima che esprimere l’appartenenza alla ormai arcinota famiglia del Ppe, rimanda all’esperienza politica promossa da Luigi Sturzo, una volta decaduto il non expedit che di fatto escluse i cattolici dalla vita nazionale post-unitaria. Popolare fu la scelta di Luigi Sturzo, che non volle mai costituire il partito dei cattolici, suscitando la contrarietà di una “destra confessionale” che all’epoca della fondazione del Ppi si identificò nelle posizioni di Agostino Gemelli. Ciò implicò, per esempio, che don Sturzo volle lasciare la risoluzione della cosiddetta “questione romana” (il rapporto tra i Pontefici e lo Stato unitario) esclusivamente ad appannaggio della Santa Sede. I Popolari avrebbero dovuto, invece, confrontarsi con i socialisti sul terreno della “questione sociale”. D’altra parte chi meglio di coloro i quali, dalla Rerum Novarum di Leone XIII in poi, avevano dato vita ad una sterminata realtà di leghe bianche, cooperative, organizzazioni dei lavoratori, opere sociali e di carità era più titolato a rispondere alle esigenze di quel tempo? Da qui ne derivò una concezione di partito che don Sturzo difese sempre, anche negli ultimi anni contro la dirigenza Dc. Una concezione che ancora oggi può offrire spunti interessanti: quella del primato delle realtà sociali sulla struttura politica, e non il contrario; quella dell’ascolto e della rappresentanza dei legittimi interessi delle differenti organizzazioni, invece dell’utilizzo di queste come cinghia di trasmissione per ottenere consenso; quella di un soggetto politico non improvvisato, o appeso al carisma del leader, ma che si alimenta delle esperienze di chi vive in prima fila le risposte ai bisogni dei cittadini.
Si tratta, a ben vedere, della declinazione di quel principio di sussidiarietà che la dottrina della Chiesa farà suo qualche anno più tardi, con Papa Ratti nel 1931. Secondo tale principio la società viene prima dello Stato ed essa, nelle sue articolatissime e molteplici forme (dalla famiglia alla scuola, dalle società di mutuo soccorso alle opere pie, ecc.), è la vera referente del diritto. Si tratta dell’unica condizione perché maturi e si compia la dimensione sociale della persona – cui, per altro, fa riferimento l’art. 2 della nostra Costituzione –, sottraendo quote di potere reale alla partitocrazia e rendendo, così, la vita del Paese pienamente democratica. E qui si staglia la sostanziale differenza con il cattolicesimo dossettiano, pure citato nell’analisi di Gaiani. Non mi dilungherò su questo punto, perché non è la sede e perché richiederebbe un dibattito dedicato. Mi limito a citare il Cardinal Biffi che, in un suo recente pamphlet, ricorda il Dossetti promotore di «una visione delle cose che nella pubblica convivenza metteva in rilievo solo tre fattori determinanti: lo Stato, il partito, il singolo. Ciò che appariva del tutto assente dall'analisi di Dossetti era la "società": la società con i suoi raggruppamenti spontanei e le sue libere aggregazioni» (Don Giuseppe Dossetti. Nell’occasione di un centenario, p. 17). 
La concezione dei Popolari, allora, è figlia di quel pensiero cristiano che mette al centro la persona, non intesa come atomo, bensì in continua relazione ad una tradizione, ad una comunità e la cui dignità non è riducibile alla classe d’appartenenza. L’opposizione all’individualismo libertario e alla statolatria di sinistra è, dunque, posta alla radice. Da questo punto di vista il patrimonio e la storia di Sturzo e dei Popolari ha da dire ancora molto. Proprio oggi che, con la crisi del debito pubblico dei Paesi europei, la politica keynesiana della spesa statale ai fini della crescita e della giustizia sociale mostra tutta la sua insostenibilità. Proprio oggi che, nell’attuale contesto di crisi finanziaria, l’assolutizzazione del profitto fa crescere le «differenze fra pochi, sempre più ricchi, e molti, irrimediabilmente più poveri» - come ha ricordato Benedetto XVI parlando di «spread del benessere sociale». Proprio oggi che, con la cultura relativista dominante, l’esasperata sottolineatura dei cosiddetti diritti civili fa dimenticare i corrispettivi doveri, promuovendo una visione dell’individuo quale soggetto autoreferenziale e ripiegato su sé stesso.

Tags:
cattolici riserva indiana






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