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Milano

di Roberto Biscardini consigliere socialista di Palazzo Marino

Per due anni la maggioranza che ha vinto le elezioni comunali del 2011, ed in particolare il gruppo del PD, ha dato in silenzio il suo responsabile sostegno alla giunta Pisapia. Ora non basta più. Spetta alla maggioranza politica riprendersi il ruolo che le spetta e al consiglio riprendersi appieno le sue prerogative. Incominciare a dettare tempi, contenuti e regole. Cose del tutto inutili se l’esecutivo marciasse al ritmo delle aspettative della città. Ma le cose non stanno così. La giunta Pisapia sembra dar meno di quanto si poteva sperare. Il cambiamento rispetto al passato non è così chiaro ed evidente come tutti si aspettavano. Sulla giunta piovono spesso i malumori di cittadini e di categorie insoddisfatte, insieme all’insofferenza dell’elettorato politicamente più vicino, quello più popolare che vive nelle periferie, lontano dall’aristocrazia di destra e di sinistra del centro storico. E così al malessere di coloro che non solo sostengono la giunta con lealtà, ma vorrebbero persino “aiutarla” di più (ammesso che si voglia far aiutare), si sono aggiunte nelle scorse settimane le critiche di tanti che a Pisapia gli sono stati vicini. Marco Vitale per primo che denunciando una assenza di visione della città rileva “lo stallo che va paralizzando Milano” e aggiunge “La Milano di allora era, politicamente, una Milano socialista. Senza per questo essere una Milano rossa… Naturalmente esistevano, a quei tempi, assessori che si preoccupavano di usare la cultura come collante tra i vari ceti sociali. Ma, il vero collante, erano loro. I Signori Sindaci. Con i quali noi, felici costruttori degli anni cinquanta e sessanta, potevamo camminare a braccetto. Quasi fossimo stati amici da sempre.” Gli ha fatto eco l’assessore D’Alfonso, del sindaco amico personale e di cordata, che a due anni dal voto parla di “fallimento” e nei confronti di tutta la giunta rivolge la critica più impietosa: “La macchina comunale si è rivelata essere un imbarazzante trabiccolo e in due anni siamo riusciti a cambiare poco o nulla: abbiamo moltiplicato le ore di lavoro individuali, risolto le situazioni che ci venivano sottoposte – per lo più bene – ma abbiamo lasciato sostanzialmente inalterato il sistema, che non funziona oggi come non funzionava con la Moratti.” Quasi a dire: una nuova guida non c’è stata e non sono bastati un direttore generale, tre vicedirettori, venticinque nuovi o vecchi direttori centrali, presidenti di aziende pubbliche importanti dall’ATM a SEA, manager selezionati o confermati dal sindaco in nome della loro professionalità, a cambiare le cose che non andavano bene prima. Non si è stati capaci di far funzionare la struttura o non ci si è preoccupati di farla funzionare in altro modo.
E così, senza un’idea forte della città e senza saper difendere e sviluppare l’eccellenza della nostra economia hanno preso il sopravvento annunci e dichiarazioni. Figlie di vecchie ideologie, con una discutibile tendenza a fare i pedagoghi con la vita degli altri.
Per stare agli ultimi fatti, si denuncia un’eccessiva occupazione di spazi pubblici da parte di macchine in sosta ma si è continuato a revocare ideologicamente i parcheggi interrati del vecchio piano. Si insegue la crescita della mobilità ciclistica, ma non ci si preoccupa dei pendolari e di quelli che per mille ragioni, se non  fosse altro che per l’età, in bicicletta non ci vanno. Con un’azienda fuori controllo come l’ATM, si arriva a sostenere che le metropolitane a Milano non servirebbero più e chi abita fuori Milano, in quanto diverso, dovrebbe pagare di più i mezzi di trasporto pubblico.
Si scivola sul divieto di mangiare il gelato dopo mezzanotte e si pensa di recuperare  il danno d’immagine prospettando un trasloco della movida in periferia. E ancora invocando il metro della “normalità” si decide che qualcuno sulla base del “comune senso del pudore” di antica memoria dovrebbe esaminare e censurare la pubblicità sessista.
Troppo, per non decidere di fare il punto della situazione e cambiare passo.
Indico qualche questione prioritaria, per lavorare in positivo e stare sul pezzo.
Non basta l’Expo (peraltro gestita soprattutto da altri) a qualificare la politica urbanistica dei prossimi anni. Anzi, se il dopo Expo è ormai più importante dell’Expo stesso, ci sono molte altre cose da discutere e sulle quale decidere. Né basta tirare a lucido la città, o peggio ancora bloccare tutti i lavori pubblici per non disturbare Expo, per fare una buona politica urbana.
La questione sociale incombe e un’idea sulla Milano sociale bisogna averla.
Parte decisiva della questione sociale è la politica della casa. C’è un fabbisogno casa che va affrontato. Quello di chi potrebbe avere ancora qualche soldo per acquistare una casa a basso prezzo e quello di chi non avendo redditi attende solo e giustamente una casa di edilizia popolare, che non gli stiamo dando.
Sulle infrastrutture, e in particolare su quelle per il potenziamento del trasporto pubblico, qualche cosa bisogna pur mettere in campo. Non basta trincerarsi dietro la crisi per non avere idee. Così come in generale bisognerebbe fare di più per spingere verso nuove opere pubbliche, tante e diffuse, come volano per la ripresa dell’economia, oltreché incentivare e mobilitare iniziative private.
Non ci si può limitare a dire che non ci sono soldi. Questo lo fa benissimo anche la destra. In questi mesi il comune di Parigi ha acquistato alcuni cinema che a causa della crisi stavano chiudendo, e la crisi c’è anche là. Qui chiudono oltre ai cinema e ai teatri anche i negozi e cosa stiamo facendo?
Poi ci sono le politiche sociali, come dicevo, che premono. Quanti sono i senza reddito e quante sono le famiglie in difficoltà, qual è la capacità di risposta del comune?  Compito delle giunte riformiste é trovare le forme per affrontare le questioni più gravi in momenti di crisi non solo in quelli in cui le vacche sono grasse. E su questo saremo giudicati.
Aggiungo la grave questione del decentramento. Avevamo iniziato il nostro mandato pensando di poter trasformare le nostre zone in veri e propri  municipi sul modello francese o perlomeno romano. Ma non mi sembra che siamo andati in quella direzione. Anzi tutto è rimasto uguale. Accentrato nella macchina comunale che per altro non funziona. Lenta, farraginosa, spesso incapace di dare anche semplici licenze o autorizzazioni in tempi accettabili. Tempi che proprio in momenti di difficoltà dovrebbero essere maggiormente ridotti, con misure straordinarie ed eccezionali. Il tran tran della pubblica amministrazione, le sue lentezze e i suoi vizi in momenti di crisi sono vere e proprie vessazioni. Ti fanno rinunciare a fare, ti fanno scappare e ti fanno fallire.
Parafrasando Luca Beltrami Gadola che nei giorni scorsi ha parlato dell’insufficienza della “forza gentile”, potrei dire ad adiuvandum che c’è persino un problema democratico rispetto al quale una sinistra democratica e una “forza gentile” non può sgarrare.
E’ un limite dire troppo spesso: qui decide il sindaco, qui decide la giunta, noi ascoltiamo tutti i cittadini (che per altro è un facile eufemismo) e contemporaneamente si ha difficoltà a discutere e a confrontarsi con il consiglio comunale che nel bene o nel male è l’unico organo democraticamente eletto in rappresentanza di tutti. E’ un limite non saper costruire politiche condivise con i tempi che una giusta discussione spesso richiede. E’ un limite non riconoscere le prerogative del consiglio comunale e il diritto di informazione dei singoli consiglieri. Ed é infine un limite far pesare nei rapporti politici e istituzionali gli insuccessi delle proprie speranze. Anche perché se la giunta si è sentita arancione, il consiglio non lo è mai stato. Se alcune ambizioni non hanno sfondato né a Roma né in Lombardia poco importa. Dedicarsi a Milano e alla crescita delle sue eccellenze é la migliore politica nazionale che un sindaco può fare, perché se tira Milano tira l’Italia.

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