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Milano

di Lorenzo Zacchetti*

Il mondo dello sport sta discutendo della proposta di abolizione del vincolo, avanzata dall’Associazione Italiana Calciatori, ma che ovviamente riguarda i praticanti di qualunque disciplina. La Lombardia è in pieno subbuglio, anche per una mera questione numerica: nella nostra regione, i praticanti sono pari al 26,8 della popolazione, contro una media nazionale del 21%, e generano un volume di affari di cinque miliardi di euro all’anno, addirittura un quinto del volume nazionale complessivo. E’ quindi facile da capire come la battaglia dell’A.I.C. riguardi un numero elevatissimo di persone e possa avere risvolti economici davvero significativi, destinati ad incidere profondamente anche sull’organizzazione e le possibilità di sostentamento dell’intero movimento.
La querelle non è una vera e propria novità, in quanto se ne era discusso già in diverse occasioni, ma è tornata di attualità in seguito al caso di un calciatore dilettante di 21 anni che si era rivolto al T.A.R. del Lazio contro la norma che gli imponeva di restare vincolato alla propria società fino ai 25 anni. Questo è, infatti, il limite sancito dalle norme attualmente in vigore e che l’A.I.C. vorrebbe abbassare a 18 anni. Avrete certamente visto i manifesti o la pagina Facebook di questa iniziativa, il cui slogan è “Liberi di giocare”. La campagna per l’abolizione del vincolo sportivo si basa sul fatto che Italia e Grecia siano gli unici paesi europei nel quale è in vigore, determinando così una disparità con il resto dell’Unione. L’immagine, piuttosto efficace, di giovani calciatori italiani in catene accompagna quella Tommasi definisce “una battaglia a tutela dei diritti dei dilettantii”, in quanto il vincolo fino ai 25 anni stride con le regole in vigore per i professionisti, che al termine del loro contratto con la società che li ha tesserati diventano liberi di trasferirsi dove preferiscono.
A questo proposito, va ricordato che le regole non sono sempre state così. Fino al 1981, il mestiere di calciatore era connotato da una fortissima subordinazione nei confronti della propria squadra, tant’è che il vincolo era a tempo indeterminato e non aveva relazione con il contratto in essere. Alla scadenza del contratto, il calciatore si trovava di fronte ad un bivio: o accettava il rinnovo con la stessa società (anche a condizioni peggiorative), o si rassegnava a stare fermo un anno, nel limbo dei “fuori rosa”. In quell’epoca storica, presidenti e direttori sportivi erano i veri e propri dominatori del mercato: se un giocatore voleva trasferirsi altrove, era necessario che la sua nuova squadra ottenesse dalla precedente la rinuncia al vincolo, ovviamente in cambio di un equo compenso. Anche per questo motivo, è stata una fase nella quale i trasferimenti erano molto meno frequenti, c’era molta più disciplina e si affermava il concetto di “giocatore-bandiera” di un club.
Il panorama è totalmente cambiato con la legge 91, emanata proprio nel 1981. All’art. 16 veniva abolito il vincolo sportivo a tempo indeterminato, legandolo alla durata del contratto firmato dal calciatore con il proprio club. In quel momento, le società hanno cessato di disporre a proprio piacimento degli atleti tesserati e, di fatto, il calciomercato è diventato il regno dei procuratori, specializzati nel fare avere al proprio assistito le migliori condizioni ad ogni cambio di casacca.
Questa evoluzione ha portato a quella che oggi l’A.I.C. considera un’inaccettabile disparità: a 22 anni, se sei uno strapagato professionista di serie A hai tutto il diritto di progettare il tuo futuro in un’altra squadra, che magari ti offre di più, ma se invece giochi per pura passione nella squadretta del tuo quartiere e vuoi andare altrove, devi prima ottenere il nullaosta. Spesso queste richieste si trasformano in vere e proprie trattative economiche, del tutto incompatibili con quelle che dovrebbero essere le finalità sociali dello sport amatoriali. Altrettanto frequenti, ma ancora più gravi, sono i casi di quelle società che hanno rapporti con i club professionistici e che ad un certo punto convocano i genitori di atleti tra gli otto ed i dieci anni per dire loro qualcosa del genere: “Guarda, il Milan (o l’Inter, o la Juve) mi ha chiesto tuo figlio. Io però ci terrei a tenerlo qui, perché credo che abbia un futuro. Tu cosa vuoi fare?”. E’ evidente che un padre e una madre, di fronte alla possibilità di dare una possibilità al proprio figlio che aspira ad essere campione, sono più che disponibili a pagare la società in questione per ottenere l’assenso al trasferimento. Sono situazioni delle quali chiunque conosca lo sport dilettantistico ha piena consapevolezza. Il via libera per accasarsi altrove consiste in un semplice modulo che, come previsto dall’art. 108 delle N.O.I.F. (Norme Organizzative Interne Figc), rappresenta la comune volontà dell’atleta e del presidente della società di porre fine al vincolo al termine della stagione sportiva in corso. Non è prevista l’indicazione di alcuna motivazione per questa scelta, ma, come si è detto, spesso essa sottende accordi economici anche piuttosto onerosi per lo sportivo e la sua famiglia.  Chi si oppone alle richieste dell’A.I.C. sostiene che basterebbe consegnare il suddetto modulo all’atto del tesseramento per garantire una via d’uscita sicura a qualunque atleta, nel caso il rapporto si deteriorasse. Questa soluzione, però, appare deficitaria da più punti di vista. In primo luogo, non elimina la possibilità che essa sia comunque legata ad un passaggio di soldi che, oltretutto, è totalmente in nero. C’è poi un’evidente contraddizione nel sostenere la necessità di mantenere in vigore una regola e nel contempo proporre un facile sistema per aggirarla. Infine, non si tiene conto del fatto che il vincolo rappresenta anche uno strumento grazie al quale le società dilettantistiche possono pianificare la loro attività, puntando anche sui possibili introiti derivanti dalla valorizzazione dei talenti presenti nelle loro squadre. Secondo Alberto Mambelli, vicepresidente della Lega Nazionale Dilettanti, “l’abolizione del vincolo distruggerebbe il dilettantismo così come lo conosciamo in Italia”.
Per tutelare lo sport amatoriale, garantendo nel contempo i diritti degli atleti, è quindi necessario che all’abolizione del vincolo si accompagni una profonda riforma dell’indennità di formazione. Attualmente, essa è dovuta solo quando il calciatore viene tesserato come professionista per la prima volta o quando passa da un paese all’altro, prima dei 23 anni. Se il premio per chi alleva giocatori fosse esteso, con i dovuti scaglioni, ai trasferimenti tra dilettanti, anche dello stesso paese, il vincolo diverrebbe inutile e le società potrebbero vivere anche meglio di come fanno oggi. Limitarsi a cancellare il vincolo sarebbe un errore, in un periodo di grave crisi come quella attuale. Se le società dilettantistiche muoiono, la libertà di giocare dove si vuole diventa pura teoria.
www.playreport.it


*Direttore di "Champions City", Coordinatore Forum Sport e Tempo Libero PD metropolitano milano, Presidente della Commissione Sport di Zona 7 a Milano

Tags:
sport subbuglio







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