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Il momento del brindisi

di Fabio Massa

 

"Andiamo tutti da Andrea al bar dello Spazio Fumetto". Così, l'allegra brigata di Pietro Bussolati e soci, dopo lo spoglio in Provincia, dopo gli inevitabili capannelli davanti alla Sala Corridoni, si è avviata nella notte di Milano, senza pioggia, ma da poco, per festeggiare la vittoria. Lui si accende una sigaretta dopo l'altra, estraendole con movimento fluido direttamente dalla tasca. Un bicchiere lungo lungo di birra in mano, parla un po' di qua e un po' di là. Stringe mani. E' il suo momento, perché la terza volta, alla terza sfida, ha vinto. E ha vinto bene, senza se e senza ma. E dire che un mese fa sembrava una cosa impossibile. "Io segretario? Macché, ci sono altri davanti a me", raccontava ad Affari in telefonate scandite rapidamente, a ritmo sostenuto. E allora, in effetti, lo scenario era tutto diverso. In campo c'era Massimo D'Avolio, ex sindaco di Rozzano e consigliere regionale, dal vasto consenso, tagliato fuori poi dall'incompatibilità. C'era Eugenio Comincini, sindaco di Cernusco sul Naviglio, per i renziani. Ma lui non voleva. C'era Alessandro Lorenzano, sindaco di San Giuliano Milanese, giovane enfant prodige di quell'Area Democratica che prima va a schiantarsi candidando la Censi e poi rientra in segreteria per un accordo dal sapore nazionale. Invece, le stranezze della politica, a Bussolati è stata la terza possibilità.

La prima volta si era candidato nel 2010. Era stata una battaglia "di principi". La ricordo bene. Lui aveva qualche capello bianco in meno ma lo stesso scooter, un Kymco. E pure la stessa passione per l'Inter (a proposito, ecco il filo nerazzurro che lega Bussolati, Boeri e pure Pisapia). E anche la stessa passione per la politica. "Sai, se perdo non fa niente. L'importante è giocarsela bene". Questo diceva, e questo dice ancora oggi. E infatti la prima volta perde. Niente consiglio regionale per lui. La seconda volta, nel 2013, perde ancora. Primo dei non eletti in Regione. Intanto però era diventato uno dei leader dello 02PD, il più grande circolo di Milano. Aveva compiuto quella saldatura fondamentale con altri giovani del Pd, come Pierfrancesco Maran e Lia Quartapelle. Tanta acqua era passata sotto i ponti. Non c'era più Filippo Penati, il "papà" di tutti, da Majorino a Martina a Mauri a Bussolati a Maran a Quartapelle e pure tutti gli altri. Quel modo di fare politica, quell'imprinting non ha lasciato danni ma un solo insegnamento: contano i voti. Pietro lo capisce bene, dopo due sconfitte proprio nelle urne. E questa volta, vince proprio con i voti. "Ho cercato di mettere più politica possibile in questo congresso", confessa ad Affari, mentre sorseggia la birra. Ma non ha disprezzato la tattica. Anzi. Al secondo turno ha fatto la conta dei voti e si è mosso di conseguenza. Prima di tutto, nervi saldi e niente accordi capestro. "Io mica ho venduto nulla", spiega. Ecco perché nel pomeriggio del voto, dalle parti dei renziani a qualcuno un po' di fibrillazione è venuta, dopo l'attivismo di Civati.

Ora Pietro Bussolati è chiamato alla prova più grande. Ma si sa, lui è "vecchio" e giovane insieme. Non tanto per quei capelli sale e pepe. Ma per la capacità di capire che cosa deve fare. Per prima cosa andrà ad incontrare i dipendenti della Federazione. Un gesto distensivo. Come dire: non pensate che io vengo a rottamarvi, state tranquilli e lavoriamo insieme. Chi l'avrebbe detto che sarebbe toccato a lui, che questa estate stava alla Festa Democratica insieme alla sua giovane e gentile fidanzata che rivela la verità più grande mentre lui si volta a guardare l'area dibattiti: "Certo che ho capito che cosa mi aspetta. Anche perché lui mica si arrende. Non si arrende mai".

@FabioAMassa

Tags:
pietro bussolati pd






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