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Milano

Non c'è pace per i Rom. Neanche per quelli ospitati nei “centri d'emergenza temporanea” del Comune, come quello di via Lombroso. Da quando è stato aperto a settembre, la struttura ha ospitato 61 nuclei famigliari, per un totale di 244 persone. Gli ultimi arrivi sono stati quelli dagli insediamenti di via Bruentti e Montefeltro, sgomberati a fine novembre.
 E rispetto a quegli insediamenti di fortuna nei capannoni abbandonati la struttura di via Lombroso (a cui ha fatto visita la Commissione Sicurezza e coesione sociale di Palazzo Marino) ha sicuramente un altro aspetto. Ordinato e pulito il piazzale, senza situazioni di pericolo o spazzatura abbandonata qua e là.
 A vigilare c'è sempre una squadra di Polizia Locale, che si rafforza nelle ore notturne, e i mezzi della Protezione Civile entrano regolarmente per portare i materiali necessari al centro. È sempre presente, inoltre, un'equipe di educatori e operatori sociali, con due persone che si dedicano in particolare al sostegno agli adulti nella ricerca del lavoro e alle attività con i minori, circa la metà di chi risiede nel centro.
 D'altra parte, gli alloggi forniti alle famiglie Rom non possono non essere definiti di fortuna (guarda le immagini). Le 150 persone (questa la capienza massima di via Lombroso) devono adattarsi in piccoli container abitativi. In quello più grande trova posto una sorta di camerata, mentre le famiglie sono costrette a dividere il pochissimo spazio con teli e lenzuola a fare da paravento tra un letto e l'altro, e mancano  (ma non ci sarebbe neanche lo spazio per sistemarli) armadi o altri mobili. Gli unici altri spazi a disposizione sono le cucine, da usare secondo turni concordati, oltre ad una sala (sempre in container) che la sera resta aperta fino a mezzanotte. D'altra parte, già nel “contratto d'accoglienza” (scarica il pdf - 2,6Mb) firmato dalle famiglie si precisava che gli spazi sarebbero stati comuni.
 Una delle educatrici spiega che questa è solo la prima sistemazione per chi accetta seguire il percorso proposto dal Comune dopo gli sgomberi. Il passaggio successivo, dopo un periodo che può arrivare a sei mesi, è quello nel “centro di autonomia abitativa” di via Novara, dove le famiglie possono avere un alloggio autonomo (sempre comunque in strutture prefabbricate). Chi riesce a raggiungere anche l'autonomia lavorativa può passare direttamente in un appartamento, tra quelli messi a disposizione, tramite bando, dal Comune agli enti del Terzo settore per le persone (non solo Rom) in situazione di particolare fragilità.
 Finora i numeri di chi inizia un percorso di autonomia sono però minimi. Solo due famiglie si sono spostate in via Novara, ed una in appartamento. Sono di più, invece, le famiglie che sono state espulse per inosservanza del regolamento, o hanno abbandonato il progetto. “Una è tornata negli insediamenti irregolari, sei sono state mandate via per rigetto generale del regolamento del campo, due perché non aderivano al progetto”, snocciola le cifre la responsabile del Coordinamento Rom del Comune di Milano.
 Se all'interno del centro il problema principale è quello degli spazi e dell'inadeguatezza delle strutture (oltre, evidentemente, alla difficoltà di molti di adattarsi alle regole previste), le difficoltà maggiori nascono però quando da questa condizione si cerca di uscire. Solo 8 persone sono riuscite ad ottenere una borsa lavoro tramite il Celav, “che è saturo di richieste”, ammettono le operatrici, pochi altri lavorano autonomamente. Poi c'è il problema del lavoro nero, sottolinea Tiziana Ferrittu, responsabile del Progetto Rom del Comune.
 Poi ci sono quelli burocratici. “Ero quasi riuscito a trovare lavoro, ma non sono stato assunto perché mi manca la residenza”, si lamenta un giovane Rom. E infatti una normativa europea impedisce di concedere la residenza a Rumeni e Bulgari se sono ospitati nei centri di accoglienza temporanea, come quello di via Lombroso. Ferrittu denuncia poi il problema del lavoro nero, spiegando che molti risultano formalmente assunti dalle imprese edilizie per cui lavorano, ma di fatto non hanno un contratto.
 I dati positivi, che autorizzano a sperare in un futuro di maggiore autonomia per i Rom ospitati in via Lombroso, vengono dalla rete di solidarietà che si è formata all'esterno del centro. Caritas, parrocchia di San Nicolao in via Dalmazia, insegnanti delle scuole frequentate dai più piccoli (nel centro ce ne sono ancora 11 provenienti dallo sgombero di via Montefeltro che devono essere inseriti nelle classi) e alcuni consiglieri di Zona si incontrano periodicamente per fare il punto della situazione, e sono molti i bambini che frequentano le attività ricreative nel quartiere. C'è chi gioca a calcio e chi frequenta danza, dieci bambini frequentano l'attività di teatro nella parrocchia di via Dalmazia, 23 adolescenti seguono le proposte della cooperativa di educativa di strada “Tempo e poi”, dove altri 5 adulti frequentano il corso di italiano. Sono gli stessi genitori, spiegano le operatrici di via Lombroso, ad accompagnare i ragazzi, e a sostenere la frequenza scolastica e a queste attività.
 I giudizi politici sul progetto Rom impostato dall'Amministrazione rimangono distanti. Alle critiche del centrodestra per i piccoli numeri di chi riesce a iniziare un percorso di autonomia, ribatte Patrizia Quartieri di Sel: “è chiaro che si parta da piccoli numeri, e che ci sia la difficoltà di trovare lavoro. Ma la scommessa dell'inserimento va a vantaggio di tutta la collettività”.
Il centro di via Lombroso resterà attivo fino ad ottobre di quest'anno. A quel punto si potrà fare un bilancio.

 Claudio Urbano per chiamamilano.it

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